Il dialogo personale con gli adolescenti
Nell’educazione alla fede
È evidente l’importanza del dialogo personale soprattutto quando un adolescente è alle prese con una proposta e una decisione vocazionale impegnativa come la scelta dello stato di vita e l’inizio di un itinerario in quella direzione (matrimonio, presbiterato, vita consacrata…), itinerario che non può non essere guidato dal discernimento della Chiesa e da quelli che in essa svolgono lo specifico servizio di educatore.
Tuttavia non bisogna dare nulla per scontato e neppure ci si deve illudere più di tanto della riscoperta dell’educatore con il ritorno della figura paterna e adulta. È una presenza richiesta, quella dell’educatore, ma non scontata nella sua configurazione. L’adolescente tende a vivere in simbiosi di fiducia con l’educatore che si impone per l’esemplarità personale, la disponibilità tempestiva e agevole negli interventi di sostegno quotidiano. Ma la richiesta può essere motivata dall’esigenza quasi esasperata di un maestro che abbia superiorità psicologica, indiscusso autoritarismo, capacità di presentare perentorie scelte operative. Bisogna allora non cedere alla tentazione di mantenere l’adolescente in questi atteggiamenti di immaturità.
Una guida spirituale che camminasse in questa direzione, non sarebbe niente di buono né dal punto di vista umano né dal punto di vista cristiano.
Le difficoltà sembrano destinate ad aumentare quando si affronta il problema della educazione alla fede.
L’educatore che cerca di leggere con una certa lucidità la situazione, avverte sempre più chiaramente che la vita cristiana oggi è scarsamente “cristiana–, vagamente spirituale e prevalentemente psicologica. Anche negli adolescenti dove è chiaramente riconosciuto il primato dei valori religiosi, nella loro scala dei valori, a questo loro riconoscimento di principio non corrisponde, però, nella vita dei singoli una conoscenza sufficiente dei contenuti della fede e una consapevolezza circa lo stile di vita che dovrebbe conseguire ad una scelta personale di fede matura. La fede sembra sentita e vissuta più come un dato che come un problema. La crisi adolescenziale di una scelta personale di fede e di vocazione c’è, naturalmente, ma sembra gestita dai singoli con criteri soggettivi; senza o quasi un vero e proprio confronto con l’educatore e risolta con motivazioni per lo più superficiali. Spesso sembrano “parcheggiare” le difficoltà inerenti ;la propria fede e la propria scelta vocazionale con la semplice motivazione del rinvio della decisione ad altri momenti più importanti e decisivi.
Da parte sua l’educatore avverte che non può “ciclostilare” delle personalità spirituali secondo (con) matrici già battute. E questa è prudenza e saggezza. Non solo “l’uomo”, ma anche “l’essere cristiani” cambia e non riesce mai ad entrare del tutto nel cliché “cristiano” . È il cliché che è da reinventare e trattandosi di adolescenti, bisogna addirittura rinunciare a costruirne uno nuovo, per seguire pazientemente l’evoluzione della persona e nello stesso tempo sentire e avvertire come “essere cristiani” non è un fatto scontato nemmeno per chi guida altri per questa via.
C’è, infatti, un contenuto oggettivo della figura del cristiano e una varietà di modi di far proprio quel contenuto: l’uno e l’altro aspetto sono continuamente da ripensare. Fare opera educatrice significa anche e prima di tutto esaminare tutto ciò che si presenta al giudizio di discernimento, per ritenere ciò che è buono (cfr. 1 Ts 5,21) sulla base di un quadro di riferimento essenziale che è, oggi, di difficile e variabile individuazione.
Nella progettazione cristiana della vita
Tentando di discernere la specificità dell’azione dell’educatore sull’adolescente in vista di una progettazione cristiana della vita e di una progressiva attuazione di tale progetto mi sembrano utili queste indicazioni:
– Occorre mettere al centro dell’azione educativa, come forma particolare della comunicazione della fede cristiana, l’evento di Gesù e il mistero di salvezza che ci si è reso accessibile in Lui, mediante il suo Spirito nella Chiesa. Quando ha intuito (a questa età la fede è ancora a livello di semplice intuizione) che il dono più grande che si possa fare agli uomini è la vita di fede come adesione a Cristo, tutte le caratteristiche della sua personalità (relazioni intellettive, affettive, sociali…) vengono assunte e valorizzate. Il problema, allora, è di educare a quest’intuizione e il mezzo è un clima di vita in cui tutto ciò che di umano nei soggetti va rivelandosi e affermandosi, spesso con ritmi impetuosi, non solo è realmente integrato, purificato, superato (ma non mortificato) nella fede vissuta, ma è avvertito e proporzionatamente capito come tale. In quest’età, pur nella incandescenza della crescita in corso, si dà la possibilità d’un conoscere sempre più limpido e alto, sia pure non ancora universalizzato e formalizzato, frutto di un’età più adulta. Va da sé che gli ulteriori approfondimenti e le scelte più mature non sono possibili se è venuto a mancare o si è vissuto in modo insufficiente questo livello adolescenziale. Esperienza cristiana e vissuto cristiano non si comunicano solamente nella predicazione o nello scambio di esperienze in un gruppo: c’è una comunicazione interpersonale che offre quel contesto di gratuità determinato dalla libera apertura di una persona a un’altra persona. E qui che si colloca la comunicazione dell’esperienza e del vissuto cristiano, perché sia compreso, vagliato, purificato nelle motivazioni e nelle espressioni, perché sia accolto e possa diventare base di lancio per ulteriori tappe di maturazione.
– Da quanto detto finora, bisogna trarre alcune conseguenze anche per l’accompagnamento vocazionale. Anzitutto bisogna convertirsi a un profondo atteggiamento di rispetto e di pazienza, starei per dire di gratuità. Purtroppo la pastorale vocazionale si lascia volentieri tentare dal veloce e affannoso raggiungimento dell’ingresso di nuovi elementi nelle istituzioni e negli istituti di formazione. Occorre una conversione continua e profonda di mentalità, per non lasciarsi abbagliare dai successi né abbattere dagli insuccessi, per non fondare l’intervento educativo solo in relazione dell’abbondanza o della carestia. Tanto più che abbiamo a che fare con persone (nel nostro caso gli adolescenti) per le quali la vocazione ad uno stato di vita, non si poggia sempre su un’esperienza autentica di vita cristiana ed ecclesiale. Per alcuni adolescenti la proposta di parola di Dio e di vita cristiana già orientata in senso vocazionale, viene prima di una catechesi fondamentale, organica, completa. Inoltre, la partecipazione al gruppo dell’itinerario vocazionale è per alcuni unica esperienza di gruppo ecclesiale e quindi di concreta partecipazione alla dimensione comunitaria della vita della Chiesa. Il contatto personale dell’educatore diventa occasione di verifica del grado di preparazione e della consistenza del fondamento su cui si appoggiano le proposte dell’itinerario vocazionale. Dal contatto personale nasce la convinzione motivata del passaggio impegnativo al Seminario o ad altri istituti di formazione, ma può anche sorgere la necessità di rinviare la persona interessata alla catechesi e alla partecipazione più continua della vita della Chiesa nella comunità di provenienza.