Nuovi adolescenti verso la vocazione
Il rischio c’è, e non è da poco: a parlare di “nuovi adolescenti verso la vocazione” si possono prendere solenni cantonate. Quale spazio trova la flebile, indifesa voce del Signore tra gli amplificatori da discoteca e le potenti antenne TV che si contendono le masse dei nostri adolescenti? Quali chances può vantare la sommessa proposta di una consacrazione al Signore, formulata a quindicenni apparentemente sicuri del loro stesso narcisismo, del loro gergo fatto di punti esclamativi e di cioè, del loro sacrosanto computer e dei loro capelli gelatinati? L’impressione è di trovarsi di fronte ad… un altro pianeta.
Ed è quanto basta per piegare le braccia e per dichiarare tabù il discorso vocazionale di fronte a quella terra bruciata che è la nuova adolescenza.
Ma ancora una volta il vangelo sostiene la speranza dell’animatore vocazionale. Primo, con l’immagine del seme che, piantato dal contadino “cresce: come, egli stesso non lo sa” (Mc 4,27). Un’immagine che trova nell’adolescenza il suo sviluppo fotografico… al negativo: è questa l’età in cui la crescita avviene al di là e contro tutte le regole.
È in questo periodo che l’unico sviluppo evidente e lineare sembra quello fisico, mentre l’evoluzione morale e spirituale sembrano assumere l’andamento a zig-zag. L’immagine del seme induce a non disperare, a contare su quella forza che cresce nel profondo dell’adolescente al di fuori dei precedenti parametri di riferimento. Seconda immagine: è quella del piccolo gruppo, dei pochi eletti, di quelli che Gesù chiama a sé perché stiano con lui. È un invito a ridimensionare le nostre pretese, a non contare più sulle frotte di ragazzini desiderosi di tirare quattro calci al pallone e che ora pensano ad altro, quanto piuttosto su un piccolo nucleo di soggetti che magari avvertivano la “voce” già prima di entrare nella crisi adolescenziale e che ora la ricercano, loro malgrado, in modo nuovo.
Loro malgrado
C’è poco da dire: anche per i nostri teen-agers la legge dell’adolescenza si rivela inappellabile. Di nuovo c’è l’esasperazione culturale dei valori in gioco, ognuno dei quali invoca dedizione assoluta e radicale, con un riflesso più chiaro di disorientamento nel ragazzo stesso. Ma ciò non fa che aggiungersi ad un dato già problematico e classico dell’adolescente stesso: la sua indecifrabilità, il suo andare a tentoni, il suo… non voler essere preso troppo sul serio nel vasto raggio delle sue reazioni, che vanno dalle impennate furiose ai mugugni sdegnati. Occorre che l’animatore si predisponga a interpretare i ragazzi, la cui “domanda viene espressa in codice: talora i loro ‘no’ vogliono dire ‘sì’ e con i ‘sì’ intendono dire ‘no’”[1].
Mi sembra piuttosto importante che con questi adolescenti sia proponibile un cammino vocazionale che faccia leva proprio sulla ‘potenza di Dio che si manifesta nella debolezza” (2 Cor 12,9), cioè in un’età di indecisione vissuta in un’epoca tra le più travagliate.
Imparare a scegliere
Il quindicenne di oggi sembra molto più pragmatico di fronte alle varie proposte educative: ad ognuna delle varie agenzie (scuola, parrocchia, ecc.) sembra dedicare la sua attenzione ma con… la riserva mentale di andare a sentire sempre l’altra campana. Tutto ciò, che ha da sempre costituito… lo sport (o il sogno segreto) degli adolescenti, oggi è non solo esasperato dalla cultura e dalle possibilità economiche, ma si tramuta, col passar del tempo, in un attendismo, in un “non scegliere”. È compito dell’animatore “che guarda negli occhi e nel cuore e che decifra il linguaggio dei segni (…) cogliere e affrontare i momenti tipici dell’educazione, quei due o tre ‘sì’ o ‘no’ della fanciullezza-adolescenza-giovinezza che decidono di tutto il resto della vita”[2]. La posizione quasi “distaccata” dell’adolescente di oggi di fronte alle varie proposte, se accompagnata con questo sguardo vigile dall’animatore, può tramutarsi in un motivo per non lasciarsi vivere, per non trovarsi imbarcati nella vita senza sapere in fondo il perché.
Concentrarsi per lanciarsi
L’immagine che balza evidente agli occhi è quella cara agli asceti orientali: la tigre che, prima di lanciarsi sulla preda, si rannicchia, contrae i muscoli e i nervi per spiccare un salto fulminante. In altre parole, il salto per la vita non può essere vigoroso e convinto se ci si concede tutto, se la dissipazione regna sovrana e incontrastata, se si vive perennemente in superficie. Credo che i nuovi adolescenti, quelli del “piccolo gruppo” però, comincino ad essere più saturi di superficialità, più circospetti di fronte all’effimero: almeno avvertono, pur se solo in ipotesi, che la felicità è più vicina ad essi di quanto si pensi.
All’animatore il compito di far lievitare questa ipotesi verso la realtà, aiutando il ragazzo a dare un nome alle cose che sente dentro, a scorgervi un filo conduttore, a disciplinare la propria fantasia per investire le energie migliori su quelle due o tre cose che avrà scoperto essenziali, per poi – da giovane – ricondurre il tutto all’unica cosa necessaria, Cristo.
In modo nuovo
La scoperta che l’adolescente va facendo della propria identità è in prospettiva relazionale: non è più il bambino dipendente dagli altri, non è ancora l’adulto interiormente autonomo, è una personalità che si va progettando con e contro gli altri. Ecco che si rivela fondamentale per l’animatore assumere in toto il criterio e il linguaggio dell’amicizia per questa fascia di età, più che la fredda logica del ragionamento. Ciò induce a presentare Cristo come amico, come colui che riscalda il cuore e illumina la speranza camminando con noi. Ciò suggerisce di progettare, più che un metodo, un ambiente nel quale i valori proposti siano palpabili, ben compaginati tra loro, espressi in segni e avvalorati dalla testimonianza personale. In un contesto del genere è possibile far maturare dei presupposti tipici di questa generazione di adolescenti.
Veri padri e madri
La legge civile chiude un occhio – spesso tutti e due – sulla pornografia (“leggera”) che dilaga in edicola con pubblicazioni “per soli adolescenti”. Camera e Senato si sono dati da fare per l’approvazione della legge sulla violenza sessuale, parecchio indulgente sulla sessualità adolescenziale. Se da una parte il risultato può essere quello della banalizzazione del sesso, dall’altra è possibile affrontare con più serenità un argomento non più tabù. L’impressione è di trovarsi di fronte a ragazzi parecchio coscienti della problematica sessuale, e perciò desiderosi di ricercarne il senso. All’animatore il compito di additare la bellezza della paternità e maternità nella fede, e il ruolo che a tal riguardo riveste la consacrazione al Signore, la castità come solidarietà con chi è solo, con chi è orfano, con chi è vedovo, con chi è messo ai margini: in senso anagrafico e in senso spirituale.
Rinnovarsi per rinnovare
Con l’affermarsi della sua ragion critica, l’adolescente ha modo di confrontarsi con gli altri e di vederli in una luce più realistica. Di nuovo, per questi adolescenti c’è l’impatto con istituzioni fatiscenti e decrepite. Un impatto che può essere traumatico, e che in ogni caso pone degli interrogativi ai ragazzi più sensibili: la scuola, l’assistenza sociale, il servizio sanitario, la burocrazia, e – perché no? – la famiglia e la stessa Chiesa sembrano talvolta avviluppati dai loro stessi problemi. L’incompetenza, il pressappochismo, l’assenteismo sembrano non trovare ostacoli davanti a sé. Soprattutto, denominatore comune si rivela la mancanza di motivazioni. L’adolescente di oggi questo lo capisce, più di quello di ieri. Va solo aiutato a capire il ruolo decisivo della persona, di ogni singola persona per la costruzione di un’umanità nuova. Va aiutato a cogliere il fascino di diventare, con la testimonianza e con un preciso ministero, educatori nella fede, per indicare ai fratelli che solo nel rinnovamento interiore si può progettare la speranza.
Note
[1] CARLO M. MARTINI, Dio educa il suo popolo. Lettera alla diocesi sul programma pastorale, Milano 1987, n. 26.
[2] CARLO M. MARTINI, o.c. n. 32.