N.04
Luglio/Agosto 2002

Vocazione al femminile

Dai CRV

Il CRV della Puglia ha organizzato a Bari nei giorni 3-4 novembre 2001 un incontro sul tema “Vocazione al femminile”. Ha tenuto in quell’occasione una relazione la prof. Martirani. L’originalità dell’intervento e la non comune incisività suggeriscono di pubblicarlo all’interno del nostro studio. Il testo è frutto di sbobinatura e non è stato rivisto dalla relatrice.

 

Vorrei iniziare la mia relazione, portandovi un saluto, di Michel Cojoja, poeta del Burundi, indirizzata a ciascuna di voi:

Io ti saluto, donna, donna fiera d’essere madre,

donna fiera d’essere donna, che il destino giudica degna

d’essere custode del segreto: il segreto della vita

il grande segreto del fascino il grande segreto dell’accoglienza,

il grande segreto dell’amore.

Io ti ammiro, o mia sorella, 

donna di questo mondo sfacciato, tagliatore di pietre.

Tu ti sei adattata alle sue mani rugose,

tu che ti sei donata al suo cuore senza sentimenti,

al suo spirito senza espressione del suo amore sincero.

 

Questo è il saluto di un poeta che rivolge alla sua donna, ma che è rivolto a ciascuna di noi, “donna fiera d’essere donna”. La mia relazione sarà sulla vocazione al femminile, riletta attraverso la vostra cultura, la vostra fede, la Parola che riempie la nostra esistenza. Io credo che, come donne, dobbiamo esprimere il meglio di noi stesse. La nostra epoca è grandiosa, è un’epoca importantissima nella quale, per la prima volta nella storia di questi ultimi millenni, noi donne diciamo la nostra visione della vita. Non è una cosa di poco conto! Io la reputo una cosa importantissima. Siamo qui, per la prima volta, per dire la nostra visione della vita, del mondo della cultura, della politica, dell’economia. Abbiamo bisogno di dire la nostra visione della vita, il modello che noi ipotizziamo per un vivere fraterno, per un vivere nella giustizia e nella pace.

Io sono l’ultima di sette figli e mia madre era una donna dell’inizio del secolo, una santa donna. Io ho avuto due privilegi nella mia vita: mia madre e l’amicizia con don Tonino Bello, che hanno veramente segnato la mia esistenza. Due santi, uno di casa – mia madre – ed uno d’impegno comune, perché lui era Presidente della Pax Christi ed io Presidente del MIR (Movimento Internazionale di Riconciliazione), per cui avevamo insieme un cammino d’impegno per la pace. Mia madre sosteneva con molta fermezza l’importanza per noi figlie femmine di svolgere anche ruoli maschili e per i suoi figli maschi di svolgere anche ruoli femminili. Nella mia casa, i tre figli sanno tutti cucinare, delle quattro figlie, tre hanno esercitato delle professioni che non erano proprio femminili: la restauratrice di mobili antichi, l’albergatrice, ed infine, io ho fatto la professoressa d’università. Questo, l’ho sempre reputato un grosso successo; una donna che aveva negli occhi la santità e non aveva nessun pregiudizio mentale, cioè, aveva liberato la sua vita e tutti i pregiudizi mentali per l’educazione dei figli: di sette figli, abbiamo sempre votato sette partiti diversi, frutto di un’educazione che non era un plagio, che non era un “insegnamento”. Mia madre non voleva “in-segnare”, ma aveva molto più interesse a “e-ducare”, “tirar fuori” (e-ducere), la materia che c’era già nei suoi figli, le vocazioni che già c’erano, perché date da Dio.

Negli anni ’80, c’è stato un libro importantissimo nel mondo femminista che s’intitolava Fear of success (Paura del Successo), scritto da Colette Dawling. Questo libro ha avuto molto successo, è stato tradotto in molte lingue. Colette Dawling sosteneva che le donne non emergono, non sono visibili nella cultura, nell’economia, nella politica, perché hanno paura del successo. Fece tendenza nel senso che molte femministe ritennero che fosse la paura del successo a non rendere visibili le donne, che spingevano, piuttosto, gli uomini di casa – il marito, il figlio, – nelle relazioni del Rotary, nelle azioni della carità, in qualunque cosa, e che non fossero loro a mirare al successo, ma, al contrario, al successo dei loro uomini.

Ci fu in seguito Il complesso di Cenerentola o “La paura del successo” – una serie d’altri studi, fra cui, probabilmente, i più interessanti furono quelli che provenivano dal mondo anglosassone, latino. Sussem Hemer, della Gilligan, affermava che non è la paura del successo, quanto della competitività e dei costi che in sé contiene.

In quegli anni io facevo politica e non riuscivo a capire per quale motivo, pur essendo un leader politico, nei momenti in cui si doveva “quagliare”, dovevo stringere certe cose, in quei momenti, avevo sempre dei motivi per svignarmela: “Ho i figli a casa, non posso fare tardi”. Mi creavo dei motivi che non mi creavo quando si trattava di fare un seminario alle suore. Non riuscivo a capire il “perché” di questo mio comportamento. Forse per un’affinità d’intenti, per una questione di fede? Mi sono molto interrogata ed entrando nel dibattito sulla paura del successo o paura della competitività, mi sono resa conto che, in me, come in molte altre donne, scattava la paura della competitività.

L’altro giorno mi ha chiamato il Vescovo e mi ha chiesto se voglio far parte di un’équipe di lavoro per la nostra Conferenza Episcopale ed ho risposto: “Certo, Eccellenza, sono molto onorata; d’altra parte, se lei mi ha chiamata, vuol dire che ci deve essere un motivo. Perdonatemi, ma io posso solamente accettare, e sono sicura, che questo ci unirà e non ci dividerà. Perché – gli dissi – l’anno scorso ho avuto esperienza in un gruppo di lavoro, e non è andata molto bene, perché invece di volerci bene, ci dividevamo ed io non volevo mettermi a fare una cosa che diventa motivo di divisione. Mi basta l’università!” Allora mi resi conto che la paura della competitività è una molla fortissima per noi donne. Perché? Perché, noi donne, veniamo meno alle relazioni con molta fatica. La relazione amicale, di lavoro, affettiva per la donna con un’altra persona è una cosa importante. Nell’universo femminile e nel suo modo di gestire la vita, la relazione è una cosa importantissima. D’altra parte, riprendendo il discorso sul gruppo di lavoro, parlava di quest’analisi, sulla paura della competitività, dicendo che non era paura del successo, ed arrivò alla conclusione che la prospettiva femminile non è una prospettiva individualistica, bensì una prospettiva relazionale. È la prospettiva che è quasi legata alla maternità femminile, alla capacità di generare, e questa diventa capacità relazionale. È nel DNA della donna la prospettiva relazionale. Una prospettiva che non esclude il conflitto: se ci sono luoghi di conflitto sono la famiglia o il convento. Però, il problema, non è nella presenza del conflitto, ché è fondamentale e deriva dal fatto che ci sono modi diversi e persone diverse, ma è nella sua soluzione del conflitto, che la donna la esprime in tutte le sue capacità. Queste teorie sono il risultato di gruppi di lavoro. Furono convalidate dal presidente della società italiana di psichiatria, Paolo Cancheri. 

Scriveva nel 1999 in un giornale medico, “Artemisia” – una rivista scientifica : “Si è visto che la comunicazione fra emisfero destro ed emisfero sinistro è probabilmente più rapida e completa nella donna, perché la struttura centrale che fa comunicare i due emisferi ha un maggiore spessore, questa struttura si chiama ‘corpo calloso’ ed è costituita da fibre nervose che fanno comunicare la metà destra con la metà sinistra del cervello. Questa maggiore facilità di comunicazione determinata dal ‘corpo calloso’ permette una migliore integrazione fra pensiero ed emotività”. Il collegamento più rapido fra pensiero ed emotività metteva in moto la paura di competitività. Continuava: “Questa maggiore facilità di comunicazione, permette una migliore integrazione fra pensiero ed emotività, sensibilizza e potenzia i processi d’intuizione totale dei problemi, potenzia i processi d’intuizione totale dei problemi e, in ogni modo, stempera la rigidità sequenziale del pensiero maschile con possibile attività collaterale di pensare parallelo. Si è visto anche che una parte importantissima, la corteccia frontale-dorso-laterale è più attiva e di maggior volume nel sesso femminile, la corteccia frontale-dorso-laterale, sovrintende ai processi di pianificazione del comportamento e alla valutazione critica delle procedure per raggiungere lo scopo”. La corteccia frontale sovrintende ai processi di pianificazione del comportamento e alla valutazione critica delle procedure per raggiungere lo scopo: la narrativa.

Una volta, ero ad una conferenza internazionale in America Latina sulla ricerca per la pace “Peace Reserce”. Eravamo un piccolo gruppo che stava decidendo cosa fare l’indomani. Allora si alzò uno dell’Ecuador e disse: “Domani andiamo a fare una visita in questo posto, chi di noi fa il leader?”. Ci guardammo noi donne e dicemmo: “È necessario, per andare a fare una gita, che qualcuno faccia il leader?”. Una signora si alzò e in modo molto divertente, disse: “Vedete – rivolta agli uomini – forse c’è un problema; quando noi donne abbiamo da ‘rigovernare’, dopo pranzo, ognuna immediatamente va nel posto che reputa voler fare lei, ognuna si offre istintivamente in cosa le piace di più e prende il posto in quella situazione. Io, invece, ho visto mio marito e i suoi amici che, dopo un pranzo, decidono di fare i piatti e allora ci sono dieci minuti d’organizzazione, dieci minuti persi” e risero tutti. Personalmente, quando si tratta di rigovernare, preferisco l’acqua con il sapone, non l’acqua per sciacquare e, meno che mai asciugare, mi catapulto a quello che mi piace, perché ci sia un piacere in un servizio, che ci sia il beneficio per il gruppo. Non è razionale, ma è molto collegato a ciò che dice Pincheri: “Nessuna di queste differenze ha significato a livello di performance intellettuale, cognitiva, d’abilità e capacità specifiche, – ma nessuna di queste cose, poi, in definitiva, fa sì che qualcuno diventi direttore di banca e un altro no; non è questo il motivo, nessuna di queste differenze ha significato a livello di performance intellettivo, cognitivo e d’abilità e capacità specifiche – ma supplisce nella donna una più armonica integrazione fra sfera cognitiva e sfera affettiva, tra pensiero ed emozione (avevamo detto prima fra sfera cognitiva e sfera affettiva) con migliore possibilità d’adattamento e di sopravvivenza, anche utilizzando una possibilità di sopravvivenza”: io nella mia famiglia, voi nel vostro convento. Dalle statistiche è visibile che il suicidio e l’uso di droghe è più elevato negli uomini. In realtà sta emergendo un universo femminile nelle sue diversità. Paolo Pincheri parla delle differenze quasi fisiche, mentre noi stiamo scoprendo un mondo delle differenze femminili nel rapportarsi con la realtà, con il conflitto. Io sono una pacifista ed ho osservato che il più grande lavoro per la pace, molto spesso è fatto dalle madri. Ci sono moltissime mamme fra le pacifiste, immaginare che un proprio figlio possa andare in guerra, dopo la fatica per farlo crescere non è possibile. C’è questo forte elemento legato alla maternità, per cui la morte “eroica”, non è ipotizzata nell’universo femminile, è scartata. Direi che nell’universo e nella modalità delle vocazioni al femminile bisogna ipotizzare queste differenze che sono molto importanti e che vengono allo scoperto all’interno del mondo dell’economia, della politica, della cultura, ma anche della teologia della pastorale, del modo di sentire una spiritualità.

Un giorno parlando con Bruno Forte, teologo, dissi: “Com’è possibile che sia difficile vedere donne sante nel nostro contesto – stavamo parlando di un periodo storico napoletano – se non mistiche, all’interno di un periodo storico napoletano?”. Facemmo delle valutazioni. C’era questo forte collegamento fra pensiero ed emotività che era alla base delle modalità di esprimersi. Pensiero ed emotività che si sposavano fortemente anche in una sequela. Ho avuto la grande gioia di scrivere un libro per una santa salesiana, suor Maria Romero, una donna molto attiva, una don Bosco al femminile. Non aveva una propensione forte al misticismo, era una donna molto concreta. Nei suoi scritti si evidenzia un forte legame fra servizio e lo sposo, un’unione affettiva forte legata a Gesù. Voglio portarvi una mia esperienza: da quando sono rimasta sola, mio marito è morto quando ancora i miei figli erano piccoli, prima di andare a letto, mi facevo il segno della croce e dicevo a Gesù “resta qui, perché ho paura”. Dicevo questo perché abitavo in una casa a piano terra dove molte volte sono venuti i ladri. In realtà avevo un rapporto anche affettivo con Gesù. Dall’orizzonte femminile c’è questa componete da tenere conto in una vocazione, qualunque essa sia: religiosa, politica, economica, culturale, sono tutte vocazioni; la cosa importante è che la esprima con le sue modalità.

Quando ho scritto questo libro (G. MARTIRANI, Il drago e l’agnello, Edizioni Paoline, Milano 2001), un libro scientifico sullo sviluppo, i capitoli erano preceduti molto spesso da “Parola di Dio”, e frasi messe lì all’ inizio del capitolo. Prima di dare la bozza, l’ho fatto vedere ad un mio amico credente. Lo guarda e dice: “Tu hai un problema serio del rapporto con la tua camicia. Questo libro è perfetto se gli togli tutto ciò che riguarda gli aspetti biblici, perché sei in un mondo laico, quello universitario e, questo libro non ti serve a niente per la carriera”. Aveva ragione. Gli dissi: “Ma ho fatto una fatica a cercare tutte le analogie che mi è durata 25 anni per conciliare scienza e fede”. Aveva ragione lui, razionalmente, cioè c’è sicuramente una razionalità che io ho dovuto scegliere in quel momento, se seguire la razionalità o seguire l’analogia e l’intuizione.

Sento questo piccolo contributo che io posso dare come studiosa, come donna, a che il mondo sia migliore. Lo devo fare nella fedeltà al mio personale modo d’essere ed al mio modo d’essere donna, che sono tutti e due da tener in conto, insomma, una fedeltà alla propria vocazione di donna che è, così com’è una vocazione quella d’essere uomo. Sono due vocazioni che devono essere rispettate, perché ci sia armonia nel mondo: la donna deve essere fedele alla sua intuizione, analogia, emotività, tenerezza e l’uomo deve essere fedele alla sua razionalità. Don Tonino Bello era un esempio meraviglioso d’analogie, intuizione femminile, compresenti nella sua razionalità. Quindi in ognuno di noi c’è questo sforzo di miscelare e di tenere compresenti queste realtà. È evidente che la mia prima realtà è di donna, prioritaria per me. Allora come esprimerla? Sicuramente un problema molto serio è stato il collegamento tra scienza e fede, fra abilità professionali e talenti spirituali. Devo molto ai missionari, al mondo della missione, perché ad una geografa non era molto semplice conciliare scienza e fede. È così semplice: basta che fai la scelta preferenziale dei paesi ultimi del mondo. Era semplice, però c’era bisogno di qualcuno che lo annunzi, c’è bisogno che qualcuno in qualche modo ci instradi.

Sicuramente questa è stata una pietra miliare della mia esistenza. Ho rischiato di vivere nella schizofrenia tra stabilità professionale che serve per guadagnare lo stipendio mensile ed avere una soddisfazione economica, e i talenti spirituali che servono per la parrocchia, il volontariato. Probabilmente, questo riguarda sia gli uomini sia le donne, è evidente, questa unità tra abilità professionale e talenti spirituali; però le donne che ora stanno venendo fuori nel mondo delle professioni – sono molto recenti la presenza e la visibilità femminile nel mondo professionale – hanno da una parte maggiore difficoltà perché ora sono “fresche”, hanno meno storie da una parte, ma dall’altra hanno vantaggi, perché non appesantite da errori passati. In questa vocazione più nuova la donna ha paura della competitività, in qualche modo è ancora fresca di professioni, è ancora giovane, quindi può non fare gli stessi errori, anzi si può servire, può utilizzare l’universo maschile per evitare di fare questa “schizofrenia” fra professioni. Noi abbiamo due modalità con cui capiamo il mondo, una è di testa e l’altra è di cuore.

In questi ultimi tempi di scienza, di razionalità scientifica, abbiamo capito che dobbiamo colmare questo spazio fra la consapevolezza mentale e la coscienza di cuore, tra la consapevolezza, con cui apprendiamo scientificamente il mondo – e così capiremo che c’è bisogno dei protocolli di Kioto contro l’effetto serra – e la coscienza del cuore, che ci fa mettere concretamente la macchina nel garage e ci fa andare a piedi oppure in autobus. Tra questi due settori sta diminuendo sempre più lo spazio, proprio perché l’apporto della modalità femminile fa fatica a tenerle separate. Perché?

Perché cucino ogni giorno. Il cucinare mi mette ogni giorno in contatto con i beni della natura. Se avanzano le cose, faccio fatica a non pensare di riutilizzarle, devo per forza vedere come riusare. Nell’universo femminile c’è questa consuetudine al rapporto con la natura, attraverso l’alimentazione, che è importantissima per praticare le famose “R”. Vediamo quali sono le “R” ecologiche che ci consentono di portare futuro al nostro pianeta terra. Gli ecologisti parlano di 4 “R”, io le ho fatte diventare una in più. Gli ecologisti parlano di auto-limitazione, è necessario “ridurre”: la povertà non è più un optional che è fatto solo dai religiosi ed è portato come testimone dal mondo religioso. Penso che stia mo capendo che dobbiamo dire grazie al mondo dei religiosi, dei preti, delle suore che hanno conservato nella storia per duemila anni la povertà, la castità e l’obbedienza. Perché? Perché la povertà, l’autoriduzione, l’autolimitazione – la chiamano i laici – è fondamentale per un’equa distribuzione dei beni del creato.

Sulla terra non c’è scarsità di risorse, sono abbondanti e sono per tutti. Purché non ci siano le grandi nazioni, G7, G8. Ecco perché dobbiamo difendere con i denti le Nazioni Unite, perché sono l’unico luogo dove i poveri e i ricchi sono rappresentati così come nella parrocchia.

Quando ero piccola vedevo, in parrocchia, che c’erano banchi segnati per le persone importanti, ma dopo il Concilio Vaticano II non si è fatto più. Nella parrocchia stanno seduti insieme ricchi e poveri. Le Nazioni Unite non sono altro che una parrocchia, una megaparrocchia mondiale. Pensate, invece, che si possa parlare di alcuni che governano sugli altri; è una cosa molto pericolosa, perché così si riduce sempre il numero dei “G”. Tornando al discorso delle “R”, la riduzione è fondamentale. Oggi a dire questo è solo il mondo religioso, perché la ricchezza è il valore altrui. Il ridurre il consumo delle risorse è fondamentale per un’equa distribuzione delle risorse. Ce n’è per tutti, però purché non se ne faccia abuso. Per una equa distribuzione delle risorse è fondamentale che la povertà, portata da suore e da preti come testimoni, come valore evangelico, come pietra miliare del discorso della montagna, diventi poi un fatto economico e politico, perché altrimenti non ha ricaduta sulla storia umana. Ma l’uso delle risorse è legato però anche a uno spreco che noi facciamo: nel mondo ecologista si parla di “ri-usare”. Se volete le donne sono molto abituate a riusare. Il riusare è una cosa molto comune nella pratica femminile dell’economia domestica. Ma anche una terza “R” è legata al “riciclare”. Oggi lo vediamo ma ci sono voluti vent’anni per avere le campane per il riciclaggio. Un’altra “R” fondamentale è “riparare”, non si butta, non si può più buttare, perché altrimenti le risorse non ci sono per altri. Bisogna imparare a riparare, ridurre, riusare, riciclare, riparare. Io ne aggiungo qualcuno: resistere. È difficilissimo resistere alla pubblicità, alla moda, resistere agli allettamenti. In questo modo possiamo arrivare a un ulteriore “R”: risorse, è un termine che vuol dire che “risorgono”, cioè le risorse non muoiono, risorgono sempre, però c’è un problema; già gli ibridi non risorgono più. Gli ibridi hanno in sé capacità di fare grosse rese. Nascevano con la rivoluzione per risolvere i problemi della fame nel mondo. In realtà hanno risolto i problemi delle multinazionali che si sono arricchite sempre di più. Dopo gli ibridi, si è passati agli organismi geneticamente modificati. Gli uni e gli altri non risorgono più. Gli ibridi sono sterili, non hanno in sé la capacità di riprodursi, così come gli “o.g.m.”, cioè subentrano nella creazione interrompendo la circolarità della creazione, entrano in un meccanismo lineare che va diritto solamente alla limitazione delle risorse. Allora che cosa significa che gli ibridi e gli o.g.m. non risorgono? Significa che per ripiantare devono essere comprati dal venditore. Il venditore di semi è lo stesso di antiparassitari, di fertilizzanti, vende anche i macchinari con cui devono essere trattati i semi. Per essere piantati su grandi distese di terra, vuol dire che ci deve essere un grande padrone di terra e tutti gli altri devono essere braccianti o assoldati per quel tipo di lavoro a tempo determinato. Emigrazione temporanea: emigrazione temporanea nel nord del mondo, braccianti senza terra, “i senza terra” in America latina, in Brasile, in Africa, in Asia. Quindi che c’è un meccanismo che diventa il circolo chiuso della disperazione, perché le stesse multinazionali che producono questi semi, gli antiparassitari, i fertilizzanti, possiedono queste terre ed anche i macchinari.

Allora qui nella narrazione può subentrare, per aiutarci, Rachele. Avete sentito molto spesso in questi giorni al telegiornale di Rachele, la tomba di Rachele; Rachele è un personaggio che tutti conoscete, è un personaggio biblico molto bello, anche perché Geremia ci riporta una frase molto forte, ripresa nella strage degli Innocenti: “Rachele piange i suoi figli… perché non sono più” (Mt 2, 18). Io ho incontrato una Rachele che piangeva tutti i suoi figli perché non erano più in una delle conferenze cui ho partecipato su “Droga e Sud del Mondo”, “Droga e Paesi del Mondo”. Questa conferenza è stata tenuta in un paese del Nord, Nord d’Italia, Nord d’Europa, Nord del Mondo. C’erano relazioni di grossi professori e, come si usa in queste cose, anche la testimonianza resa da questa Rachele, donna delle montagne boliviane. Ascoltate il racconto di Rachele, che è molto legato a questa rottura di meccanismo della natura: “Avevo quattro figli e coltivavo con mio marito Bepe i nostri campi di mais e carciofi. La causa del cattivo raccolto fu determinato dai semi transgenici che una multinazionale aveva dato a mio marito e ad altri contadini per sperimentare le rese. A causa del cattivo raccolto provocato da questi semi transgenici, regalati dalla multinazionale e a causa dell’impossibilità di restituire i prestiti che gli avevano fatti gli anni precedenti per la vendita dei semi, e per i fertilizzanti, mio marito andò in usura”. D’altra parte non dobbiamo andare molto lontano dalla storia. Sono andati sotto usura 60-70 anni fa. A causa di tutto ciò e dell’impossibilità di restituire i prestiti, Bepe si suicidò.

In India è successo addirittura in massa: cento contadini si sono uccisi per questo motivo. C’è un processo che è stato recentemente fatto dal Tribunale Permanente dei popoli su Diritti e Distorti, (così si chiama questo processo) ed è stato fatto a Worwilk proprio in questo evento: una multinazionale, che aveva dato dei semi transgenici a questi cento contadini che, dopo le prime e seconde rese andate male, si sono uccisi. Il Tribunale permanente dei popoli sta facendo un processo contro questa multinazionale, a favore di questi contadini che si sono uccisi.

Rachele ci racconta una cosa che è successa a lei, ma che riguarda anche altri. “Quindi Bepe si tolse la vita ed io non avevo diritto ad ereditare il campo”. Questa è un’altra storia: le donne non dovunque ereditano, non solo nei paesi islamici, ma anche in Bolivia. D’altra parte questa non è una cosa molto lontana da noi, se io penso che nel 1930 capitò a mia madre, figlia di una ricchissima famiglia di 13 figli; ereditavano solamente i maschi e alle figlie femmine era data soltanto una dote compensativa. Questa è una cosa che succedeva anche da noi, in modo diverso. Non c’era, all’inizio del secolo, questa uguaglianza di diritti. In Bolivia, la moglie non ha diritto di ereditare il campo del marito defunto, e succede che il bracciante vada dal cognato ad acquistare il campo.

Racconta ancora Rachele: nel primo anno di vedovanza, il mio figlio più piccolo, che aveva solo pochi mesi, morì di diarrea. Il 50% di bambini che muoiono in tenera età, muoiono di diarrea. L’enterogermina costa 2500 lire. La diarrea è una cosa che viene ai bambini, quando sono piccoli. Si muore di diarrea in un qualunque paese del Sud del Mondo. Quando per la prima volta in Congo, ex Zaire, vidi morire il bambino del cameriere del convento, in cui stavo, di diarrea, e dopo una settimana venne trafelato il giardiniere dicendo che il figlio aveva il morbillo, io che avevo un bambino di quattro anni che aveva fatto un mese prima il morbillo e che durante l’anno aveva preso la diarrea, rimasi abbastanza sconvolta dalla cosa: si muore di diarrea e di morbillo.

Racconta Rachele: “Qualche mese dopo morì mia figlia maggiore e non ho mai capito di quale malattia: lavorava nei campi con me e aveva solo otto anni”. Nel sud del mondo i bambini di otto, nove anni lavorano; anche da noi lavorano. Noi abbiamo una storia molto importante, che è quella di aver portato i nostri bambini dalla non-scuola alla scuola allungata fino a 16 anni. Ma questo si fa solo per i nostri figli. Gli altri non ci riguardano, non sono figli nostri, possono anche morire.

Sentiamo di nuovo Rachele: “Qualche mese dopo, quindi morì la figlia maggiore di sfinimento. Fu poi la volta del mio secondogenito che prese il morbillo e non aveva nessuna difesa immunitaria, così almeno dissero al dispensario. Quell’anno si presentò padre Faco. Tutti conoscevano bene la sua ricchezza fatta commerciando droga. Questo è un mafioso locale. Mi offrì di andare in montagna a coltivare coca e lui mi avrebbe regalato un campo e così il mio figlio superstite ed io avremmo potuto sopravvivere”. Questi sono i meccanismi per cui tanta gente va a coltivare droga! “Lo guardai diritto negli occhi e gli dissi un secco no!”. Nella sala della conferenza dove le parole di Rachele erano state ascoltate in un silenzio assoluto, una signora visibilmente sconvolta, si alzò e quasi urlò: “Ma che madre sei, perché non ci sei andata?”. Rachele, senza avere neanche la forza di sollevare lo sguardo, continuando a contorcere il manico della sua borsa di pezza, rispose: “Perché sarebbe morto tuo figlio!”.

Rachele vede perfettamente il collegamento fra la sua azione e la vita di una persona che non conosce affatto, in tutt’altra parte del mondo. Rachele è in grado di collegare, di chiudere il cerchio, cioè di fare un’azione circolare tra nord e sud, fra produzione e commercio, vita-morte.

Io devo molto ai missionari perché hanno allargato i miei orizzonti al mondo intero, facendomi coniugare il mio Sud, con il Sud del mondo e in questo modo facendo sintesi fra parrocchia e missione, fra visione globale e visione locale, pensare globalmente e pensare globalmente e localmente. In realtà mi hanno fatto fare un percorso che è importantissimo perché coniuga i sud piccoli con i sud grandi.

Un giorno mi hanno chiamato da Castelvolturno (Caserta) alcuni missionari comboniani, dicendomi: “Giuliana, scriviamo insieme una specie di appello, un manifesto sul problema della tratta delle donne straniere”. Loro lavorano in un contesto, Castelvolturno, Villaliterno, pieno di prostitute moldave, nigeriane, albanesi, del Ghana, del Senegal. Ho risposto: “Io non faccio la guida di nessuno, non faccio l’appello per nessuno, io non scrivo niente per nessuno. Vi posso però aiutare a scrivere insieme, prostitute, volontari, preti e suore, tutti insieme in comunità. Scriviamo l’appello con il metodo della scrittura collettiva di don Milani”. “… ma Giuliana … ”. “ Io non scrivo niente, o così o niente da fare, perché non ho tempo da perdere”. “ Va bene, proviamo, vedremo”.

Don Milani scrisse Lettera ad una professoressa con dieci ragazzini. Scriveremo la lettera al Presidente della Repubblica, suore – erano suore orsoline – missionari comboniani, volontari, 6-7 prostitute. Facevamo finalmente comunità con un obiettivo ben preciso: scrivere insieme, con il metodo della scrittura collettiva, questo appello. In che cosa consiste? Ci davamo delle situazioni determinate, cioè, ci dicevamo: “scriviamo su questo argomento” e ognuno scriveva una frase piccola, non un libro; poi le ricomponevamo senza nulla togliere e nulla aggiungere. Scrivevamo in moldavo, rumeno, in inglese ed in francese. In francese ed in inglese, fra i missionari e me ci riuscimmo, ma il moldavo e il rumeno la comunicazione era più complicata. Mi ricordai che c’era nel contesto del SAE (Segretariato di Attività Ecumenica) e nel contesto del Gruppo Ecumenico Napoletano c’era una pastora rumena che avrebbe potuto aiutarmi e subito la chiamai. Poi mi ricordai di una moldava, la chiamai e facemmo una unità ecumenica, ben concreta. Anche perché le prostitute erano una evangelica e un’altra ebrea.

Scrivemmo questa lettera insieme e divisa in cinque paragrafi; “Sognavo l’Italia da quando avevo 10 anni”. Sentirete quanto è difficile capire, chi lo scrive. Il primo paragrafo è: “Io sogno l’Italia da quando avevo 10 anni ed ora sono qui. La mia venuta in Italia è stato un incidente: sono stata venduta e sono stata costretta a lavorare come prostituta. Nelle famiglie povere africane la nascita di una bambina è un grave problema economico. Nell’età adulta spesso è data per soldi o a chi la compra come moglie o a chi la paga meglio. Voglio cambiare la mia vita in meglio, non in peggio, per cercare una vita migliore per me e per la mia famiglia. Vivo in un posto dove ci sono drogati e prostitute. Per questo motivo non ci posso portare mia figlia, ma ogni due anni vado a vederla nel mio paese. La situazione è drammatica, molte sono ingannate. Fanno loro credere di poter ottenere un lavoro e invece le mettono sulla strada, altre forse vengono già sapendo che cosa le aspetta. Non tutte hanno la possibilità di lavorare nel proprio paese e perciò anch’io ho cercato di trovare qualcosa di meglio in Italia. Solo per questo una ragazza può abbandonare la propria casa. I soldi non volevo guadagnarli in mezzo alla strada, prostituendomi”.

Secondo paragrafo: “Questa è una crisi della vita italiana di coppia”.

Come da una scrittura collettiva interculturale, intergenerazionale, interreligiosa, ecumenica, viene fuori un collegamento fra pastorale della famiglia e pastorale della strada e pastorale emigrantes. Ascoltate cosa viene fuori: “Questa è una crisi di una vita italiana di coppia, la situazione è brutta, vergognosa, imbarazzante. È molto brutto sapere che ci sono persone che usano le donne come merce, per far soldi. Che cosa c’è di umano in loro? C’è un mercato internazionale, è impressionante il numero di nove milioni di clienti che in Italia cercano una ragazza sulla strada. Questa è una crisi della vita italiana di coppia. Questo l’ha detto una prostituta, ha detto lei a noi come fare la pastorale. Questa è crisi nella vita italiana di coppia. È una situazione molto dolorosa per la dignità umana delle donne, esse sono violate e umiliate dagli uomini. Le ragazze, inoltre, vivono nella paura e perciò sono sottomesse alle loro ‘madames’, le donne cioè che amministrano ‘le case’, sono le vecchie ‘metresses’, quando qui esistevano le case chiuse. La paura dei woodù e le ritorsioni sui parenti rimasti a casa, rende ancora più grave il problema. Le ragazze, anche quando hanno finito di pagare il debito per il loro viaggio ed il loro mantenimento – che è di circa 100 milioni –, molto spesso devono continuare il loro lavoro sulla strada, perché non hanno i documenti in regola. Quindi prima tirannia: devono pagare 100 milioni e come si sono fatti 100 milioni? Un viaggio che noi facciamo dallo Srí-Lanka, dal Senegal, oppure dal Perù all’Italia costa due-tre milioni, quattro milioni, facciamo conto.

Ma questo è un viaggio clandestino, quindi per altri percorsi, è fatto clandestinamente e costa sui trenta, trentacinque milioni. Ma come è fatto? ‘Non ti preoccupare, ti daremo noi i soldi’ – le ragazze sono invitate probabilmente con degli annunci pubblicitari: cercasi commessa in Italia; la televisione, avrà fatto vedere prima la Rinascente, la Standa; pensano lì di fare la commessa in qualche negozio, le manequene, le indossatrici. Accattivate a sedici, diciassette anni da uno stile di vita che vedono alla televisione, allora si presentano a colloquio e dicono però di non avere i soldi per il biglietto. ‘Non ti preoccupare, te lo paghiamo noi’ dicono, e una volta arrivate clandestinamente, perché non hanno neanche i documenti in regola, quindi devono arrivare clandestinamente, non hanno il visto, poi non hanno il permesso di soggiorno, quindi sono nascoste queste ragazze nelle case, ma chi le mantiene? ‘Non c’è problema, ho io una persona che ti ospita’, dice il mafioso di turno, e le mette in case con questa ‘madame’. Però costa, è una pensione, quanto costa? Sessanta-settanta-ottantamila al giorno, dopo due mesi è aumentato il debito enormemente. ‘Figlia mia, il posto non c’è, l’ha preso un’altra ragazza, sei arrivata tardi. E allora mettiti a lavorare’. A volte sono riempite di botte, perché lavorino e paghino il debito. Per questo devono andare sulla strada, perché devono pagare il debito e ogni giorno è un giorno di pensione completa da pagare”.

Continuiamo il racconto. Il terzo paragrafo è “Liberare la speranza”. “Tutto questo sta uccidendo molte anime sulla strada – le ragazze soffrono ed è una cosa vergognosa sentire la sofferenza e il dolore per i corpi usati, per la dignità calpestata e sentirsi impotenti”. Questa frase è stata detta da varie persone. Come è bello non riconoscere più suore e prostitute, volontari e preti, tutti figli di Dio, tutti uguali.

“È inconcepibile tutto ciò, perché offende e calpesta la dignità della persona umana, è uno scandalo che delle donne siano sequestrate e ridotte in schiavitù. Ogni volta che penso a questo il cuore mi si frantuma”. Qui individuerete chi è che parla: è un volontario “ ma dove andremo a finire con questo tipo di vita? Dobbiamo ribellarci ad una tale situazione, condividere il dolore e lottare per liberare la speranza”. Ecco che dalla consapevolezza un volontario, un prete o una suora sono passati alla coscienza, alla condivisione; dobbiamo condividere il dolore, lottare per liberare la speranza.

Quarto paragrafo: “Ascoltiamo il grido silenzioso delle nostre sorelle”. Lo ha scritto una famiglia di volontari “cosa accadrebbe se, invece di sentire piangere tutte le notti la ragazza nigeriana che abita di fronte a me e si prostituisce, sentissi piangere mia figlia?”. Ecco che siamo arrivati alla condivisione. Perché restiamo indifferenti di fronte a tanto dolore? Forse perché non sono figlie, sorelle nostre, persone che amiamo? Mettiamo le mani insieme, diamoci la mano ed ascoltiamo il grido silenzioso delle nostre sorelle: “Con Dio dalla nostra parte, con l’amore e l’unità supereremo questa situazione”. È una ragazza moldava che ha detto questa frase: “Grazie a Dio, io non l’ho fatto per lungo tempo questo lavoro e non l’ho fatto volentieri ma forzatamente”. Era una ragazza rumena che ha detto questa frase: “Dio sta facendo un lavoro meraviglioso nella mia vita, aiutandomi a lasciare il lavoro sulla strada, anche se non ho un lavoro stabile in questo momento, io so (non dice io “spero”), che Dio ha iniziato tutto ciò e lo porterà a termine”. Se non è “fede” questa, qual è la fede? Aveva ragione Gesù quando diceva che ci precederanno nel regno dei cieli, perché questa è fede. Quando ho letto questa frase, forse poteva dirci: “Io spero, Dio ha iniziato tutto ciò e quindi lo porterà a termine”.

L’ultimo paragrafo: “Io comincio il mio cammino con voi”. Ascoltate l’appello: “Prego il popolo italiano che mi aiuti. Invito tutte le autorità costituite, per favore fermate questa schiavitù delle giovani donne e delle ragazzine, create consapevolezza contro la promiscuità tra gli uomini italiani, create consapevolezza sulla povertà nei nostri Paesi”.

Come Rachele, riescono a mettere una cosa dentro l’altra con molta naturalezza. Così due sono le cose che debbono creare consapevolezza sulla povertà dei nostri paesi, sulla promiscuità degli uomini italiani. Facile, non ci sono molti trattati da scrivere, molti dossier da fare, ci sono da fare queste due operazioni: difendere gli oppressi, partire dagli ultimi e, l’ultima proposta, “ridateci dignità!”. Non si può riscattare da sola questa cosa, c’è bisogno di una comunità che lavora insieme. Facciamo appello, ma che nasce dall’essere comunità, uno spezzare la vita, uno spezzare un pane concreto di vita: prostitute, volontari, donne con mariti e figli, preti e suore, così nella semplicità dei figli di Dio su una situazione molto concreta. Non su cose aeree, ma su una povertà e una schiavitù molto concreta, non su fatti intellettuali, ma su una situazione di povertà molto concreta.

Questa modalità della scrittura collettiva io la raccomando fortemente, è la modalità che assomiglia a rigovernare i patti, ognuno ha una porta e noi donne abbiamo da dire queste parole ben precise sul come fare comunità, occupando il posto che gli piace di più, occupandolo senza delle faide, senza delle leadership, senza la competitività che è determinata dalle gerarchie, ma con una prospettiva relazionale con cui si mettono in condivisione vite povere; da quella povertà è venuta fuori che: “Date consapevolezza e create consapevolezza sulla promiscuità dei maschi italiani, questa è un crisi della vita di coppia”.

È un messaggio importante che viene da povere vite condivise, dalle povertà più povere. Allora c’è questa modalità nell’orizzonte femminile che è legata fortemente alla relazionalità e al servizio. Forse Maria di Betania ci può aiutare su una riflessione sul servizio. Ci possono aiutare tante altre donne della Bibbia. Ci può aiutare il libro di Rut. Ricordate Rut, Noemi, Orpa. Mi permetto degli abusi sulla Bibbia: mi piace pensare che Rut sia una donna del nord-Italia, Nord del mondo, forse Tedesca. Ma Noemi è forse una calabrese, che è emigrata a Torino o forse in Germania? Oppure Noemi è una Senegalese, forse emigrata a Napoli e forse Rut è una Napoletana? Possiamo fare qualunque tipo di lettura in cui, mettiamo, Rut donna di un paese ricco, Noemi donna che ha dovuto emigrare con nuove disgrazie: marito e figli morti e resta sola con queste due nuore che appartengono ad una cultura totalmente diversa, ed un mondo totalmente diverso.

Una, Orpa, gira le spalle e dice: “Ciao, ciao”, se ne va, l’altra, invece, Rut è l’amica che condivide con Noemi il ritorno alla casa del padre, a Betlemme. E comincia in quel momento una storia di condivisione molto forte fra una Noemi calabrese e Rut torinese in Calabria. E allora, forse, possiamo rileggere questa storia di donne attualizzandole per capire cosa fa Rut. Forse Rut insieme a Booz comincerà a fare educazione alla legalità, forse comincerà a realizzare un cambiamento di mentalità all’interno di una situazione di vissuto. Non lo sappiamo, ma lo possiamo leggere.

Abbiamo fatto questo esperimento sull’oasi Bartolomea, a Lamezia, con il vescovo Bregantini. Ma forse possiamo pensare a personaggi come Giuditta. Negli anni ’90 hanno segnato, per esempio, tutto ciò che era legato a tangentopoli. Qui ci vieta di attualizzare personaggi biblici femminili per capire oggi chi sono Giuditta, forse una pacifista, Rut una che fa solidarietà con il sud del Mondo, Ester forse un’immigrata. Bisogna rileggere questi personaggi per avere luce su come noi possiamo sentire fortemente, come le donne della Bibbia ci mandano dei messaggi, anche dopo millenni. Maria di Betania è un personaggio cui sono molto legata, probabilmente perché è quella che ribalta con la sua ottica femminile il criterio della “economicità” della vita: una vita fortemente condizionata dall’economia.

Rileggiamo Maria di Betania: “Nardo purissimo spalmai in quel giorno sul suo capo e, come l’olio che scende sul capo di Aronne, così il nardo profumò tutto il suo volto che di lì a poco sarebbe stato deturpato dai torturatori. Nardo purissimo spalmai sui suoi piedi stanchi per il suo tanto camminare, per annunciare a tutti la speranza e, come l’unguento sulle ferite, così il nardo profumò i suoi piedi inchiodati per la pena di morte”. La pena di morte che da molti millenni è esistita ed è arrivata sino a noi.