N.04
Luglio/Agosto 2012

A proposito di discernimento… incontro assembleare con gli esperti

Il dialogo con gli esperti offre ai partecipanti la possibilità di trovare risposte agli interrogativi che nascono sia dall’ascolto delle relazioni sia dalle condivisioni di esperienze avute nei lavori dei laboratori. Il primo passo per educare altri nel discernimento è riconoscersi in continua formazione per apprendere la delicata e necessaria arte dell’accompagnamento. Emerge molto chiaramente nelle risposte di Donatella Forlani, p. Amedeo Cencini e sr. M. Elena Ascoli la necessità dell’integrazione della dimensione spirituale con quella antropologica-psicologica, perché possano aiutare le persone che loro accompagnano, soprattutto i giovani, a comprendere e vivere ciò che Dio chiede.

Quale stile di accompagnamento vocazionale avere quando il giovane chiede cosa fare e come fare? Come aiutare la persona a camminare non sostituendoci alle sue scelte ma aiutandola ad avere gli strumenti per camminare da sola?

Donatella Forlani: Quando un giovane chiede di essere aiutato a capire “cosa deve fare” non è necessariamente per delegare passivamente la risposta, né tanto meno è imputabile a pigrizia da parte sua. Sempre più spesso è una domanda che dice una vera e propria mancanza di strumenti per comprendere cosa fare e come poter comprendere la propria vocazione. Il lavoro educativo consiste quindi nell’offrire strumenti, proporre una modalità, perché il giovane impari a rispondere. Uno dei compiti che appare prioritario oggi è quello di aiutare il giovane a raccontarsi, perché “facendo parlare” la propria vita arrivi a scoprire il mistero vocazionale nascosto in essa. Quindi molto ascolto ed eventualmente semplici domande che guidino al racconto di sé, osservazioni che aiutino ad andare all’essenziale e permettano di cogliere i segni di Dio nella storia della persona. Ma per offrire degli strumenti, non dimentichiamo che dobbiamo sempre partire da ciò che il giovane sta cercando, pur volendolo aiutare a vedere di più. Per aiutare qualcuno a camminare è necessario sapere a che punto si trova. È bene ricordare che ogni processo di sviluppo, ogni processo educativo, comincia dal punto in cui ci si trova e da lì si va avanti. È sapienza dell’educatore capire a che punto la persona si trovi, umanamente e spiritualmente. Per intervenire si deve capire quale capacità di rielaborazione emotivo-cognitiva possiede della propria storia, quali sono le domande alle quali sta cercando risposta e quali eventi della sua storia lo interrogano. Ma anche cosa conosce del messaggio cristiano e, soprattutto, se lo conosce bene; come vive e alimenta la relazione con il Signore Gesù e, soprattutto, come interpreta la vocazione: dono dall’alto, quindi risposta, o scelta autodeterminata? Cioè: un aspetto fondamentale è capire a che punto si trova la persona, a che livello è, e quindi comprendere di che cosa ha bisogno. Va da sé che gli strumenti saranno da conformare al livello di maturità in cui la persona si trova. Se la vocazione è ascolto di una parola di invito ed adesione ad essa, allora vale la pena sottolineare, anche se lo sappiamo bene, come la Parola di Dio che diviene conoscenza del proprio cuore e di Dio sia sempre lo strumento per eccellenza. Anche per l’educatore è importante sapere cosa il giovane conosce delle Scritture, fino a che punto comprende la sua vita come vocazione e se e come la Parola di Dio parla alla sua vita concreta. Aiutare oggi il giovane a scrutare e a confrontarsi con la Parola oggettiva e non solo soggettivamente interpretata è più che mai una grazia e possibilità di solida risposta vocazionale.

Quanto è importante all’inizio di un cammino vocazionale confrontarsi con la Scrittura per rileggere la propria storia personale?1

  1. Amedeo Cencini: Saper rileggere la propria storia non è un qualcosa di facoltativo. Una persona non può donarsi a Dio, consacrarsi a Lui, se prima non ha fatto pace con la propria vita. Parafrasando il Vangelo potremmo dire: se stai facendo l’offerta di te all’altare e lì ti ricordi che hai ancora un pezzo della tua vita con il quale non hai fatto pace, lascia la tua offerta e vai prima a riconciliarti con questo pezzo della tua vita (cf Mt 5,23). La riconciliazione non è una cosa opzionale! Anzi, è fondamentale, ci deve essere! Ciò che non è stato integrato della nostra vita, non è che con il tempo si risolve… con il tempo diventa disintegrante, cioè “rema contro” noi stessi. Le ferite del nostro passato, se non sono integrate nella nostra esperienza, creano situazioni di atteggiamento negativo nei confronti della vita, di suscettibilità, di nervosismo, di incapacità di entusiasmo… diventano cioè come buchi neri che sembrano risucchiare energia, tanto che la persona è così tanto priva di energia da non poter più comprendere cosa comporta un’opzione di consacrazione. Permettetemi una condivisione personale: ai chierici che seguo, negli ultimi due anni che precedono la professione perpetua, faccio fare un esercizio di rilettura-riscrittura della propria vita.

In questo compito di rileggere-riscrivere la propria storia chiedo loro di ripercorrere tutta la propria storia, per arrivare a scrivere quanto affiora alla memoria. Non basta ripensare e rileggere i fatti accaduti nella loro vita; chiedo loro di scrivere quanto affiora alla memoria. Scrivere è la forma più alta del pensare.

Quando consideriamo la nostra vita solo intellettualmente, vediamo i fatti accaduti come realtà che galleggiano su essa, ma senza arrivare ad una conclusione precisa. Quando invece si passa all’esercizio dello scrivere, si devono scegliere le parole giuste, comporre frasi che abbiano un senso… così si è molto più provocati a fare un’altissima operazione credente. Non è uno scrivere la propria storia come semplice cronaca, ma è far emergere da essa quanto Dio ha fatto. Per questo è un’operazione di “alta teologia”, non soltanto psicologica. È ritrovare ciò che Dio ha fatto nella mia vita. In fondo la Scrittura che cos’è? È storia di un popolo riletta alla luce della fede. Il pio israelita credeva ricordando e ricordava credendo. Egli viveva un’osmosi profonda tra fede e memoria. La memoria è la facoltà fondamentale dell’essere credenti. La memoria non fa riferimento al quoziente intellettuale e la fede non è una penetrazione intellettuale-mentale. La fede è la capacità di guardare indietro nella propria storia fino a scoprirvi sorprendentemente la presenza di Dio. La via regia per scoprire l’esistenza di Dio è la propria storia. In essa si ritrova la presenza dell’Eterno. È necessario allora imparare a ricordare. Per questo anche la memoria deve essere oggetto di formazione. Vi è anche un altro motivo per rileggere-riscrivere la propria storia. È possibile consacrarsi a Dio per tutta la vita, o accogliere il dono dell’ordinazione presbiterale con piena disponibilità interiore, solo quando si avrà fatto la scoperta che Dio ha riempito d’amore tutta la propria esistenza: Dio ha riempito così tanto di bene la mia persona che è logico che gli faccia dono della mia vita e lo farò con la convinzione piena che, per quanto io possa donargli tutto nella consacrazione religiosa o nell’ordinazione presbiterale, non pareggerò mai il conto dell’amore ricevuto.

Quale percorso educativo proporre ai giovani per educare la coscienza secondo l’insegnamento di S. Caterina?

  1. M. Elena Ascoli: Per Santa Caterina il Crocifisso è un libro che tutti dobbiamo imparare a leggere.

È scritto con caratteri così grandi che, dice, anche un idioto2, cioè un analfabeta, può leggerlo. Ma per leggere questo libro è però necessario diventare scolari3. Nel linguaggio mistico poeticamente le immagini si sovrappongono illuminandosi teologicamente l’una con l’altra. Ecco allora che il Libro, come già dicevano i Padri della Chiesa, è anche il Ponte simile ad un ponte levatoio che ci permette di entrare nella Gerusalemme celeste; ma è anche una Scala fatta di tre gradoni: i piedi, il costato, la bocca. I tre scaloni da salire sono espressione della vita spirituale nelle sue diverse e classiche tappe, ma sono anche rievocazione delle tre basilari dimensioni della persona umana: memoria, intelletto e volontà. Dunque leggere il Libro, accingersi ad attraversare il Ponte, salire i tre gradini della Scala è sempre tendere alla realizzazione completa della persona secondo il progetto del Creatore. È crescita di vita interiore nell’incontro e per l’incontro con la SS. Trinità che abita in noi e ci attende. Ma è anche, nel contempo, incontro sereno con noi stessi, perché impariamo a conoscerci nella luce della Verità dell’Amore. Per Santa Caterina la vita interiore è salita e discesa, cammino e stabilità. Ma qualunque aspetto si voglia sottolineare, sempre ritroviamo l’essenziale e reiterato suo ammaestramento: abbiate per obbietto Cristo crocifisso4 . Questo percorso educativo di interiorità inizia proprio dalla base: nulla si approfondisce e rimane saldo se non appoggiamo i nostri piedi su quelli di Cristo crocifisso. È il vero percorso della conoscenza di sé: giungere al costato di Cristo. I piedi: alzati da terra e confitti non possono più andare dove vogliono. I piedi richiamano la stabilità, la memoria fondativa dell’essere. Ci rimanda in qualche modo al Padre onnipotente, Creatore del cielo e della terra. La memoria è un tema ricorrente negli scritti cateriniani ed ha un valore estremamente positivo, veramente biblico. Caterina ripete spesso: «Fai memoria dei benefici suoi». Caterina chiede a chi la segue di fare della propria vita un canto dei benefici ricevuti. Questo significa formare la coscienza alla realtà, ad un sano realismo. Per questo chiede a Neri di Landoccio: «Non perdere la memoria di tutte le cose buone che hai ricevuto e che ti sono state insegnate». Una memoria che è relazione. La coscienza viene formata pian piano creando, prima in se stessi e poi nell’altro, una capacità di lettura luminosa dell’esistenza personale. Il conoscimento di sé prima di tutto diventa la consapevolezza che siamo un arbore di amore, perché fatti non solo per amore, ma d’amore5. La vostra materia, leggiamo nel Dialogo, è l’amore6. Come faccio a sapere se la cosa è buona o no? Questo albero porta frutto? Fa i fiori? I suoi rami – come scrive ancora nella Lettera 113 – si distendono per accogliere gli altri? Nella misura in cui mi conosco e divento relazione e casa per gli altri, io imparo che cosa è l’amore o che cosa è il non amore. Per Caterina il bene e il male diventano amore o non amore: o ami o non ami. Lei ricorda: «Ama ciò che Dio ama, odia ciò che Dio odia». Per fare questo Caterina dice: «Usa il lume». Per Caterina ci sono due lumi: il lume della fede e quello dell’intelletto. Il lume della fede illumina l’intelletto che è «la parte più nobile dell’anima». Questa è un’affermazione che in modo esplicito pervade tutta l’opera e la vita cateriniana. Come se dicesse oggi: “per favore usa la testa!”. Quindi per evitare ogni forma di spiritualismo non sano, molto emotivo, che i giovani oggi vivono e che soddisfa l’immediato, come educatore devo essere capace di aiutare la persona a sviluppare l’intelligenza, che è approfondimento, intuslegere, non accontentarsi delle impressioni e delle opinioni… Quindi è necessario prendere il tempo per leggere dentro le cose, dentro gli avvenimenti. Leggerli al lume della ragione. Ma siccome io sono di Cristo, significa anche leggerli alla luce dell’Incarnazione, cioè con il lume della fede. Non due letture sovrapposte artificiosamente, ma due luci che si incontrano e si rafforzano portando alla Verità tutta intera. «Perché volesti dopo la tua morte, volesti che il tuo costato fosse aperto?», chiede Caterina a Cristo. E Lui le risponde, in termini degni della Bibbia: «Perché ho voluto fare del mio cuore “caverna”». In essa possiamo rifugiarci, mettere la nostra testa e leggere i sentimenti di Cristo7.

Come faccio ad avere gli stessi sentimenti di Cristo (cf Fil 2,5)? Per avere i sentimenti di Cristo non bisogna escludere le emozioni, ma le emozioni possono sparire. Il sentimento, nel senso più autentico della parola, invece, non passa ma diventa dono. Questa coscienza che si è confrontata tramite la memoria, mossa dall’affetto, è più facile da comprendere. Caterina dice: «La verità si impara più in fretta quando è amabile». È un principio pedagogico che nessun educatore dovrebbe dimenticare8. Caterina ripete spesso: «L’affetto porta l’anima come i piedi portano il corpo». Formare una coscienza per Caterina vuol dire non formare a ciò che non si deve fare, ma a ciò che si deve fare. Il che non vuol dire che lei non parli del peccato, ma lo fa in modo solare, come a dire: impara ad amare e ti troverai a crescere come persona. Allora quel cagnolino che noi chiamiamo coscienza, che sta davanti alla porta della volontà, quando vede che qualcosa non è amore, e quando vede che l’intelligenza è offuscata dalla nuvola dell’orgoglio, abbaia9. Quindi per lei coscienza è uguale a sapere chi siamo, cioè essere come “arbore d’amore” e proprio perché redento da morto è rinato, è risorto. Questo albero abitato dal fuoco dello Spirito Santo deve portare frutto. Questa è la conferma che siamo nella verità. Quando al contrario non vedo le foglie, i fiori, i frutti dell’albero la coscienza si fa sentire.

Come aiutare i giovani che accompagniamo a passare dal “tu devi” al “io voglio, io desidero” di cateriniana memoria?

Donatella Forlani: A volte anche nella vita spirituale c’è la tentazione di dover fare qualcosa per meritare l’amore di Dio. In questo modo si snatura l’amore di Dio che è gratuito. Dio, lo sappiamo, riversa il suo amore in noi a prescindere dai nostri meriti o dai nostri peccati. Ed è questa sovrabbondanza di amore che attrae e fa innamorare, muovendo al contempo il desiderio della risposta. Un innamoramento inteso evidentemente non tanto nel senso romantico del termine. Chi è una persona innamorata? È colei che è ipersensibile di fronte alle richieste dell’innamorato. In questo senso la persona innamorata, riesce a fare, con gioia, cose che per sua sola inclinazione naturale non farebbe mai. Come, per esempio, un adolescente che non sopporta il basket va alla partita perché la sua fidanzatina è appassionata di basket! E ci va con gioia. Per l’amore che ha per l’altro/a supera la fatica: non importa più cosa faccio, ma piuttosto chi me lo chiede e quindi per chi lo faccio. Così come quando lo sposo o la sposa sono disposti a rinunciare a qualcosa per l’amore l’uno dell’altro. Questo avviene anche nella relazione con Dio: per amore del suo Creatore la creatura è capace di trascendersi e dire “devo, perché voglio!”. A vari livelli, quindi, si sperimenta la capacità di passare dal “devo” al “voglio”. Questo lo riscontriamo nella vita dei santi, in Santa Caterina o in San Francesco quando incontra la Parola che lo invita ad una sequela radicale dice: «Questo voglio, questo chiedo, questo bramo di fare con tutto il cuore!».

Cosa permette questo passaggio?  Al di là di quanto appartiene al Mistero, possiamo pensare a due punti: da una parte l’annuncio instancabile e l’invito alla meditazione della gratuità dell’amore di Dio (della quale l’educatore è sempre mediatore!), dall’altra aiutare ad entrare nelle dinamiche umane più profonde, come, per esempio, aiutare a comprendere come agisce il senso di colpa dentro la persona, in nome del quale spesso si devono fare delle cose. Una persona che dice spesso “devo” è sovente una persona che non si perdona l’errore, fa fatica ad accettare la propria fallibilità, e scattano in lei sensi di colpa per cui deve fare qualcosa per recuperare, per sentirsi meglio o per controllare le situazioni. (Il senso di colpa è diverso dalla vergogna, che è tipica di chi invece tende a nascondersi, a “non fare”, a chiudersi). Quindi è necessario aiutare la persona a lavorare sul proprio senso di colpa immaturo che la spinge al “dover fare”. Come? Due possibili punti di lavoro. Il primo: se il punto di partenza è, ad esempio, “devo, altrimenti non mi sento tranquillo” si tratta in primis di aiutare la persona a divenire consapevole delle sue vere motivazioni al “devo” (non per il valore, ma per se stesso) e successivamente aiutare a comprendere che, di fatto, ottiene il frutto contrario entrando in un circolo vizioso che lo farà sentire ancora più debole e vulnerabile e, quindi, ancora più spinto al “devo”. La persona può capire che in questo modo spreca tante energie e non libera il desiderio che invece è il motore della vita spirituale e il fondamento della volontà ferma. L’altro aspetto è provare a cogliere la radice di questo automatismo del devo fare, dove lo si è “imparato”. Aiutare a rileggere la propria storia che forse porta ad incontrare dei genitori magari piuttosto rigidi che l’hanno portato a dire questo “devo”. Cosa sarebbe successo in casa se, ad esempio, non avesse sempre detto: «Sì papà! Sì mamma!»?, …forse si aspetta una gravità simile anche nella sua vita liberamente scelta. Si tratta di aiutare la persona a liberarsi dalla compiacenza proprio per liberare il proprio desiderio di realizzazione sana per dei valori buoni. Quindi è importante anche aiutare a gustare il valore, scoprendo cioè che quel “devo” non è qualcosa che mi schiaccia, ma può diventare un qualcosa che mi piace, un “devo perché voglio”, qualcosa che faccio volentieri, magari con sacrificio, ma per una gioia più grande. Si parla spesso di valori buoni in sé stessi, ma se il valore buono in sé non è per me, non mi attirerà mai. Così è per la vocazione che è attraente e tocca la vita.

 

  1. M. Elena Ascoli: I famosi “voglio” di Caterina sono collegati al desiderio. Tutte le sue Lettere cominciano con desidero/voglio. Il “voglio” di Caterina non è un attacco alla libertà, ma è un “desidero per te, nella forza dello Spirito Santo”. Se la memoria ci riporta al Padre, l’intelligenza ci riporta al Logos, al Verbo, una volta che noi abbiamo gustato la Verità, non desideriamo altro che amare e volere ciò che Gesù ha voluto. Nel processo di conformazione con Cristo, il bacio sponsale è lo Spirito Santo. Quindi una volontà abitata dallo Spirito Santo trasforma il “devo”, in un “devo d’amore” perché altrimenti muoio, muoio d’amore. Quindi se voglio vivere, faccio questo. E se voglio far vivere l’altro, per lui che cosa desidero? Desidero ciò che Dio desidera per lui. Questo in un rapporto educativo è fortissimo perché richiede costantemente un’autoeducazione da parte del formatore. Caterina ogni volta che accompagna qualcuno, si mette ogni volta alla scuola di Dio perché lei deve imparare a fare la volontà di Dio. Cioè non può “possedere” il Neri di turno che si chiamerà Lucia, Alberto… ma deve mettersi alla scuola di Dio per cercare di intuire cosa Dio voglia per l’altro. Il giovane non va dal guru di turno, ma da qualcuno che con lui si mette in contemplazione di Dio e lo aiuta a riconosce la Sua volontà su di lui, il progetto del Padre.

La Verità dell’Amore che per ognuno ha una nota unica da suonare. Il “voglio” di Caterina non è un “voglio” di orgoglio, ma di unità tra la forza dello Spirito Santo e la forza della volontà personale.

Quali attenzioni deve avere chi accompagna nel cammino di discernimento senza necessariamente avere competenze psicologiche?

  1. Amedeo Cencini: Tre indicazioni per come condurre il cammino di accompagnamento/discernimento vocazionale:
  • Riconoscere il senso dell’amore di Dio già presente nella propria storia.

Nella nostra vita l’amore di Dio è già presente, non occorre inventare chissà quale fatto eccezionale per riconoscerlo. Il problema è che spesso non si riesce a riconoscerlo! Non c’è nessuna operazione particolare da fare, è necessario solo scoprire l’amore che dà senso alla tua vita. Tra l’altro questo amore è molto più presente di quanto non riusciamo a pensare. Si tratta perciò di aiutare la persona che accompagniamo a risvegliare la gratitudine. La memoria ingrata è uno dei tanti virus della nostra memoria! Nel cammino di accompagnamento e di formazione è necessario aiutare a compiere un cammino di liberazione da una memoria ingrata, apatica, parziale, arrabbiata, offesa, deresponsabilizzante… a una memoria grata. Quindi è fondamentale riconoscere il senso già presente, l’amore di Dio che c’è già, ben ricordando che il perfetto – cioè Dio – sopporta l’imperfezione. Il che vuol dire Dio è giunto a me attraverso le persone che mi sono state accanto, che la vita mi ha dato e io non ho scelto: i miei genitori, la mia famiglia, quel luogo, quel corpo, quell’ambiente, quell’educazione ricevuta… Questa è un’operazione di fede che sembra molto semplice e invece il più delle volte richiede un cammino lungo e paziente. Quando si riesce a provocare questo passaggio la vita del giovane si illumina perché scopre il tanto amore ricevuto. Scoprire l’amore ricevuto è la condizione per vivere la castità, il celibato, la verginità.

2) Mettere senso dove prima non ce n’era.

Nella vita sono anche presenti fatti negativi, il non amore, perfino la violenza che si può essere manifestata in vari modi. Cosa fare quando si devono fare i conti con queste realtà “senza senso” presenti nella vita? Si tratta di aiutare a fare un’operazione molto più lenta, ma che si collega al modello della redenzione. Si tratta di credere che siamo stati salvati dalla croce di Gesù Cristo, che lui ci ha liberati dall’egoismo… Come ci ha salvati Gesù? Mettendo senso dove non ce n’era. L’uccisione dell’Agnello innocente è stato l’abisso di assurdità. Gesù ci ha salvati riempiendo di senso questo abisso di non senso, cioè riempiendolo di amore. Dare amore, in senso psicologico, è la possibilità più alta che si ha di dare senso alla vita.

Cosa vuol dire essere salvati? Vuol dire che noi siamo capaci di fare come ha fatto Lui nei confronti degli altri e, prima ancora, nei confronti di noi stessi.

Questa scoperta mette in grado il giovane di capire cosa vuol dire leggere la vita alla luce della fede. Non è un’operazione da dilettanti. È un’operazione molto impegnativa e molto dolorosa che però responsabilizza al massimo. E questo non solo di fronte al male ricevuto da altri, ma anche di fronte al proprio peccato. Imparare a ricordare il proprio peccato e imparare a riconoscere che Dio mi è venuto incontro come il Pastore buono che è venuto in cerca della pecorella smarrita e che io non sono migliore di nessun altro. Di questo mi dovrò ricordare soprattutto se sarò ministro della misericordia di Dio. Ricordare il peccato riempiendolo però di senso. Imparare e riempire di senso i buchi neri che risucchiano la nostra energia di vita. Con questa consapevolezza il giovane impara anche a pregare perché impara a mettere tra sé e Dio ciò che è difficile. La domanda tipica della creatura non è chiedere al Signore perché è accaduto questo fatto negativo nella vita, perché si è subita questa violenza, perché è successa questa ingiustizia, ma è domandargli come fare per riempire di senso anche quella situazione. Da qui nasce il dialogo orante capace di ritrovare senso dove prima non sembrava possibile.

  • Cambiare in positivo il senso negativo che si scopre nella vita.

Questa è un’operazione possibile a partire proprio dal modello della redenzione. Credere che siamo stati salvati dall’amore dell’Agnello innocente che ha offerto la sua vita per noi, rende capaci, per grazia, di compiere ciò che Lui ha compiuto. Operazione che al tempo stesso è psicologica e spirituale.

Quali sono i segni che possono indicare al formatore che il giovane che accompagna presenta fragilità e immaturità importanti nella sfera affettiva che richiedono un intervento più specifico e, soprattutto, come affrontare l’argomento con la persona?

Donatella Forlani: La domanda è molto ampia. In senso generale possiamo dire che i segni di una immaturità si vedono nella ricorrenza di determinati atteggiamenti che possiedono una importanza emotiva per la persona, cioè la persona vi attacca il cuore (“dov’è il tuo tesoro lì c’è il tuo cuore”). Un attaccamento affettivo non corrispondente agli ideali scelti, ma più in generale un attaccamento che fa spendere molte energie emotive per tenere in vita legami gratificanti (personali, modi di relazione, ma anche attività) che diventano sempre più il centro di interesse della persona. Sono predisposizioni ad agire in un determinato modo dove alla persona stessa sfugge il perché si comporta così. Ovvero la persona non ha consapevolezza di sé, di ciò che dall’interno la spinge ad agire, per cui non riesce a controllarsi né evidentemente a cambiare. Ricordiamo che il principio fondamentale della maturità è la flessibilità, cioè “cambiare la capacità di cambiare”.

Allora come aiutare? Un elemento importante è quello di non togliere la propria presenza educativa anche quando si comprende che serve un aiuto più specifico. Mandare da un’altra persona, con una competenza specifica nell’ambito umano, può essere percepito come un “mi abbandona” perché sono “un caso troppo difficile”. Questo messaggio è certamente da evitare. Invitare ad un cammino umano approfondito e magari più continuativo, è una proposta che deve poi maturare nel cuore della persona accompagnata. E, spesso, matura molto lentamente. Allora ci vuole delicatezza e pazienza. La proposta può essere fatta, ma è la persona che deve essere disponibile, dire il suo sì. Forzare la risposta è controproducente: difficilmente la persona riesce poi a fidarsi e parlare liberamente.

Come dicevamo prima, se la proposta avviene in un contesto di fiducia, certamente avrà più possibilità di accoglienza positiva. Osservare insieme gli atteggiamenti ricorrenti, vederne gli effetti, ampliare anche solo un poco la consapevolezza e quindi riconoscere almeno in parte la difficoltà sono piccoli ma preziosi passi che preparano alla proposta di un cammino umano. Le motivazioni di tale proposta sono importanti: non solo il fatto che l’educatore che lo sta accompagnando avverte di non avere gli strumenti per aiutarlo pienamente, ma anche la gioia e la libertà maggiore che la persona potrà trovare, la più generosa fedeltà ai valori scelti che potrà vivere. È la bellezza della meta che spinge a mettersi in cammino e fa decidere di affrontare la fatica. Si tratta anche di accettare di trovarsi talvolta di fronte ad un “no, non voglio”, più o meno radicale. E il Vangelo ci ricorda che questo è possibile. In alcuni casi, soprattutto quando la fragilità affettiva fosse manifesta ed evidente, è bene ricordare alla persona che è lei stessa la responsabile delle sue scelte, nella libertà che gli è possibile.

La prassi pedagogica comunque è molto specifica a seconda della persona accompagnata, della sua storia e della sua modalità di risposta alle sfide della vita.

Come offrire cammini di accompagnamento spirituale che sappiano rispettare la libertà di chi accompagniamo?

  1. Amedeo Cencini: Innanzitutto è necessario comprendere quale idea abbiamo di libertà. La domanda, così come è formulata fa pensare alla libertà come ad un bene da non invadere e non turbare per paura di offendere l’autonomia personale. La libertà non è un dono già acquisito o che consiste nel non subire pressioni esterne. La libertà è un punto di arrivo in un cammino di formazione. Prima di rispettarla è necessario formarla nel giovane  aiutandolo ad uscire dalla logica che libertà significhi avere la possibilità di fare scelte autonome, anche se la cultura di oggi va in questa direzione. La libertà non è l’illusione dell’autonomia. È un’illusione pensare che io non sia debitore di niente e di nessuno! È necessario accettare di vivere in un contesto fatto di relazioni. La libertà è un punto di arrivo, qualcosa da conquistare. Essere libero vuol dire poter realizzare quello che uno è chiamato ad essere e quindi la propria identità. Un passo ulteriore è comprendere cosa significhi libertà affettiva. Essa è amare quello che uno è chiamato ad essere. Se la libertà è realizzarsi secondo la propria identità vocazionale, la libertà affettiva aggiunge l’amare quello che uno è chiamato ad essere, sentire cioè attrazione verso quello che Dio vuole per me. Questo significa stabilire un rapporto con ciò che è vero, bello e buono. L’accompagnamento spirituale deve risvegliare questa libertà affettiva, aiutando a comprendere che si è liberi solo quando si comprende la propria identità vocazionale.