N.01
Gennaio/Febbraio 2015

Ecco la Chiesa che amo: vie e mezzi di santità

Per entrare in empatia con il titolo proposto, che gioca sull’amore come vocazione della Chiesa e di ogni credente, vogliamo accogliere la professione di amore alla Chiesa che Paolo VI fece verso il termine della propria esistenza, in quell’intensa pagina che è il suo Pensiero alla morte.

1. Vorrei che la Chiesa lo sapesse
«Prego pertanto il Signore che mi dia grazia di fare della mia prossima morte dono d’amore alla Chiesa. Potrei dire che sempre l’ho amata; fu il suo amore che mi trasse fuori dal mio gretto e selvatico egoismo e mi avviò al suo servizio; e che per essa, non per altro, mi pare d’aver vissuto. Ma vorrei che la Chiesa lo sapesse; e che io avessi la forza di dirglielo, come una confidenza del cuore, che solo all’estremo momento della vita si ha il coraggio di fare.
Vorrei finalmente comprenderla tutta nella sua storia, nel suo disegno divino, nel suo destino finale, nella sua complessa, totale e unitaria composizione, nella sua umana e imperfetta consistenza, nelle sue sciagure e nelle sue sofferenze, nelle debolezze e nelle miserie di tanti suoi figli, nei suoi aspetti meno simpatici, e nel suo sforzo perenne di fedeltà, di amore, di perfezione e di carità. Corpo mistico di Cristo.
Vorrei abbracciarla, salutarla, amarla, in ogni essere che la compone, in ogni Vescovo e sacerdote che la assiste e la guida, in ogni anima che la vive e la illustra; benedirla. Anche perché non la lascio, non esco da lei, ma più e meglio con essa mi unisco e mi confondo: la morte è un progresso nella comunione dei Santi».
Si resta colpiti dal flusso di sentimenti e affetti che dal cuore del Pontefice giungevano alla Chiesa e a noi, che nel tempo, ne facciamo parte. Flusso che la morte del beato Paolo VI non ha interrotto, perché la morte è un progresso nella comunione dei santi. E per noi è un debito del cuore lasciare che anche i più giovani – che quelle pagine non conoscono – possano lasciar dire a Papa Montini: «Potrei dire che sempre l’ho amata… Ma vorrei che la Chiesa lo sapesse; e che io avessi la forza di dirglielo, come una confidenza del cuore».
Il dialogo interiore che traspare da queste righe può essere visto come l’esplicitazione di quel primo colloquio tra il pontefice appena eletto e la comunità lui affidata. Si era nel 1964, giorno della Trasfigurazione, giorno poi misteriosamente scelto dal Signore per chiamare a sé il suo servo fedele. Il Concilio aveva vissuto la sua prima sessione e si apprestava ad entrare nel vivo della riflessione sul mistero della Chiesa, e come discorso del cuore, interrogazione credente e orante, Paolo VI pubblicò la Ecclesiam suam, enciclica del dialogo, come subito venne battezzata. Enciclica di amore alla Chiesa nella sua storicità, nel suo esodo tra e con i figli dell’uomo. Daniel Rops così la presentava sulle pagine de «L’Osservatore romano»: «È quell’amore, fondato su una lucida conoscenza che bagna visibilmente tutta l’Enciclica. La Chiesa del Cristo è chiamata ad agire hic et nunc, in un tempo, in date condizioni. La prima condizione per essere efficace è di mostrarsi aperta e irradiante. E anche di scartare da sé le scorie degli anni, le false apparenze, la routine, che fanno schermo tra essa e gli uomini che la considerano: donde quell’immagine di una Chiesa povera, umile, infinitamente caritatevole, che Sua Santità Paolo VI propone in termini così commoventi.
Poi questa messa a punto sull’”aggiornamento” e l’andare nel rispetto della verità incontro agli uomini con le mani tese, il cuore fraterno, senza farsi certamente illusioni sulle possibilità di stabilire immediatamente tutti i contatti, ma rimanendo sempre pronto a tutti i dialoghi».
Tenere presenti le sue pagine dà modo di entrare nella dinamica di vie e mezzi di santità, così come vengono delineati nel capito lo V della Lumen gentium, particolarmente al numero 42, di cui ci occuperemo, cercando di estrapolarne le costanti per un itinerario vocazionale.

2. Vie o Via di santità?
«Dio è amore e chi rimane nell’amore, rimane in Dio e Dio in lui» (1Gv 4,16). Dio ha diffuso il suo amore nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo, che ci fu dato (cf Rm 5,5): così apre il numero 42, all’interno del quale vengono ripetute citazioni dalla Lettera e dal Vangelo di Giovanni e da Paolo1. Senza addentrarci nell’esegesi dei testi, balza all’evidenza come l’insistenza delle pericopi citate porti il lettore a soffermarsi su ciò che costituisce la santità: un entrare nel dinamismo trinitario, sfociato nella esinanizione del Figlio; un lasciarsi intridere dallo Spirito fino a lasciare che sia lui il principio unificante di tutta l’esistenza. Riproponiamo un’espressione sintetica – più volte ripetuta da mons. Bruno Forte – per esplicitare il dinamismo che lega la Chiesa e la Trinità: la Chiesa è inseparabilmente la kénosi – cioè la consegna amorosa e umile – e lo splendore – cioè la partecipazione reale e vivificante – della Trinità nel tempo! Se la Chiesa è Kénosi e splendore della Trinità nel tempo, la vita del battezzato diviene, inseparabilmente, kénosi e splendore, poiché la carità di cui parla il Concilio è partecipazione della vita stessa di Dio: «Perciò il dono primo e più necessario è la carità […] il vero discepolo di Cristo è contrassegnato dalla carità verso Dio e verso il prossimo» (LG 42).
Anche se non citato si potrebbe qui riprendere l’incipit dell’inno alla carità in 1Cor 12,31: vi mostro la via più sublime! Dunque si tratta dell’humus vitale trinitario quello in cui condurre a vivere, con azione pastorale e pedagogica, ogni cristiano, particolarmente ogni ragazzo e giovane che intraprenda il cammino di discernimento vocazionale.

3. Il seme cresca e nidifichi
Agape-carità-amore: questa la dignità e la vocazione della comunità chiamata Chiesa. Essa, giorno dopo giorno, si rende consapevole che l’amore che la abita viene da altrove, non l’ha meritato. Suo merito è riconoscerlo e lasciarlo crescere, come buon seme. Ma perché la carità, come buon seme, cresca e nidifichi, ogni fedele deve ascoltare volentieri la Parola di Dio e con l’aiuto della sua grazia compiere con le opere la sua volontà, partecipare frequentemente ai sacramenti, soprattutto all’Eucaristia e alle azioni liturgiche; applicarsi costantemente alla preghiera, all’abnegazione di se stesso, all’attivo servizio dei fratelli e all’esercizio di tutte le virtù. La metafora del seme è più volte riproposta nei Vangeli per parlare del Regno. Forse riferendosi alla parabola del granello di senape (Mt 13,31-32) che si sviluppa fino a divenire albero su cui gli uccelli possono fare il nido, i padri conciliari parlano di un seme che “nidifica”, cosa di per sé improbabile. Forse, poiché il soggetto del nidificare è la carità, la metafora si riferisce piuttosto allo Spirito che fa il nido nel cuore del credente. Certamente l’accostamento dei due verbi, l’uno esprimente dinamismo e l’altro quiete, possono indicare l’atteggiamento interiore di chi, abitato dal dono della carità, se ne lascia modificare accogliendone gli impulsi e i silenzi. Se la carità è all’opera, il Concilio propone le vie perché si possa collaborare con la sua azione. Ne indica sette, intendendo in esse riproporre i mezzi importanti per ogni itinerario spirituale.

4. Ascoltare volentieri la Parola di Dio
Numerosi sono i passi conciliari in cui la Parola di Dio e la sua forza sono evidenziate e raccomandate2. Sottolineiamo unicamente l’avverbio “volentieri” che sottintende un incontro amicale con Colui che nella Parola si intrattiene con noi come con amici, faccia a faccia. “Volentieri” dice anche una scelta meditata, voluta, divenuta costante abitudine del cuore. Se, come affermava San Girolamo, «l’ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo»3, leggere volentieri la Scrittura evidenzia anche la consapevolezza di un rapporto interpersonale che il credente può intrattenere con il proprio Maestro sedendosi ai suoi piedi per udirne la parola. Le numerose scuole della Parola, l’introduzione alla Lectio che in molte chiese locali si è sviluppata trovano in questa e simili raccomandazioni il proprio inizio.

5. Compiere con le opere la sua volontà
Una sola è la volontà del Padre, quella che Gesù definisce «suo cibo» (Gv 4,34) e che diverrà così intima in lui da fargli dire: «Io do la mia vita… e la do da me stesso. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio» (Gv 10,17-18). Nella logica pasquale della vita che si fa dono per rispondere alla volontà di salvezza del Padre, il Concilio afferma:
«Avendo Gesù, Figlio di Dio, manifestato la sua carità dando per noi la vita, nessuno ha più grande amore di colui che dà la vita per lui e per i fratelli (cf 1Gv 3,16; Gv 15,13). Già fin dai primi tempi quindi, alcuni cristiani sono stati chiamati, e altri lo saranno sempre, a rendere questa massima testimonianza d’amore davanti agli uomini, e specialmente davanti ai persecutori. Perciò il martirio, col quale il discepolo è reso simile al suo maestro, che liberamente accetta la morte per la salute del mondo, e col quale diventa simile a lui nella effusione del sangue, è stimato dalla Chiesa come dono insigne e suprema prova di carità. Ché se a pochi è concesso, tutti però devono essere pronti a confessare Cristo davanti agli uomini e a seguirlo sulla via della croce durante le persecuzioni, che non mancano mai alla Chiesa» (LG 42).
Sembrava desueto il riferimento al martirio, legato ai primordi della Chiesa. Purtroppo il martirologio si allunga ogni giorno e la testimonianza fino all’effusione del sangue è esigenza per molti cristiani. Anche Papa Francesco è più volte intervenuto su questo tema condannando la violenza ed esprimendo la propria apprensione e la propria vicinanza:
«Con grande trepidazione seguo le drammatiche vicende dei cristiani che in varie parti del mondo sono perseguitati e uccisi a motivo del loro credo religioso. Sento il bisogno di esprimere la mia profonda vicinanza spirituale alle comunità cristiane duramente colpite da un’assurda violenza che non accenna a fermarsi, mentre incoraggio i Pastori e i fedeli tutti ad essere forti e saldi nella speranza»4.
«Se non a tutti è concesso tutti devono essere pronti». L’imperativo “devono” rivolto a tutti interpella ciascuno di noi e ci chiede di misurarci con le esigenze estreme della fede. Invitare i giovani a conoscere la situazione in tanti Paesi, a cogliere la provocazione dei testimoni, ad impegnarsi per la libertà religiosa evitando la deriva dell’integralismo intransigente o la tentazione dell’occhio per occhio è divenuto un orizzonte importante per i nostri percorsi formativi. 

5.1 Partecipare frequentemente ai sacramenti, soprattutto all’Eucaristia e alle azioni liturgiche
Riconduciamo ancora tutto alla propria sorgente, a Cristo, poiché «Cristo è presente nelle azioni liturgiche… quando uno battezza è Cristo stesso che battezza» (SC 7). Invitare a prendere parte ai sacramenti significa, ancora una volta, additare il Signore Gesù che sta tra noi come il grande e santo sacerdote che ci rende capaci di fare a nostra volta, di tutta la vita, un sacrificio di lode. Papa Montini invitava a fissare lo sguardo dell’anima sul mistero della Chiesa per conseguire quei benefici spirituali di cui la Chiesa ha bisogno, primariamente l’incontro con Cristo:
«La presenza di Cristo, la vita stessa anzi di Lui si renderà operante nelle singole anime e nell’insieme del Corpo Mistico, mediante l’esercizio della fede viva e vivificante, secondo la menzionata parola dell’Apostolo: Cristo abiti per la fede nei vostri cuori. È infatti la coscienza del mistero della Chiesa un fatto di fede matura e vissuta. Essa produce nelle anime quel “senso della Chiesa”, che pervade il cristiano cresciuto alla scuola della divina parola, alimentato dalla grazia dei sacramenti e dalle ineffabili ispirazioni del Paraclito, allenato alla pratica delle virtù evangeliche, imbevuto dalla cultura e dalla conversazione della comunità ecclesiastica, e profondamente lieto di sentirsi rivestito di quel regale sacerdozio, ch’è proprio del popolo di Dio» (ES 38). 

5.2 Applicarsi costantemente alla preghiera
Come già affermato in SC 12 «la vita spirituale non si esaurisce nella partecipazione alla sola liturgia. Il cristiano infatti… è sempre invitato ad entrare nella sua stanza per pregare il Padre in segreto (Mt 6,6)». La preghiera cui si invitano i fedeli, come appare da molteplici testi del Vaticano II, resta tuttavia profondamente ancorata all’humus biblico e liturgico, tanto che anche i pii esercizi devono trarre dalla Liturgia ispirazione ed essere con lei in armonia5. Il verbo “applicarsi” viene implicitamente ripetuto per la preghiera, l’abnegazione, il servizio e l’esercizio delle virtù. Esso esprime la necessità di quella che potremmo definire una “Regola di vita” e che conferisce serietà e continuità nel cammino spirituale. 

5.3 Applicarsi all’abnegazione di se stesso
Con un’insistenza tenace la LG ricentra su Cristo anche la necessità dell’abnegazione che è tutt’altro che mortificante per la dignità della persona: la Chiesa ripensa anche al monito dell’Apostolo, il quale, incitando i fedeli alla carità, li esorta ad avere in sé gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù, il quale «spogliò se stesso, prendendo la natura di un servo… facendosi obbediente fino alla morte» (Fil 2,7-8), e per noi «da ricco che era si fece povero« (2Cor8,9).
Siamo di fronte alla necessità di rivestire Cristo, di lasciare che i suoi sentimenti plasmino i nostri, poiché la dinamica pasquale dello svuotamento-esaltazione è l’unica dinamica che il battesimo ha innescato in ogni credente. Essa appare più chiaramente nella scelta di alcuni:
«L’imitazione e la testimonianza di questa carità e umiltà del Cristo si impongono ai discepoli in permanenza; per questo la Chiesa, nostra madre, si rallegra di trovare nel suo seno molti uomini e donne che seguono più da vicino questo annientamento del Salvatore e più chiaramente lo mostrano, abbracciando, nella libertà dei figli di Dio, la povertà e rinunziando alla propria volontà: essi cioè per amore di Dio, in ciò che riguarda la perfezione, si sottomettono a una creatura umana al di là della stretta misura del precetto, al fine di conformarsi più pienamente a Cristo obbediente»6 (LG 42).

5.4 Applicarsi all’attivo servizio dei fratelli
Già nel numero 40 i padri conciliari avevano annodato saldamente pienezza della vita cristiana e carità con la promozione umana: «Tutti coloro che credono nel Cristo… sono chiamati alla pienezza della vita cristiana e alla perfezione della carità e che tale santità promuove nella stessa società terrena un tenore di vita più umano». La sottolineatura dell’efficacia intrastorica della santità sarà molto importante negli anni successivi all’evento conciliare, ripresa in vari modi nella teologia della speranza, in quella politica, in quella della liberazione. Esse hanno avuto l’effetto di mettere in primo piano la forza dirompente del Vangelo, di interagire con la cultura di quegli anni, pur fra qualche eccesso7; rivendicando per i credenti quella che veniva definita “riserva escatologica” e che indicava l’orizzonte dell’impegno nella storia che non si esaurisce in essa, ma ne affretta il compimento. Commentando questi numeri di Lumen gentium il cardinal Martini scrisse con efficacia:
«La santità è nutrimento del mondo e senza di essa il mondo muore di fame, fame di significato. Senza la santità il mondo non saprebbe più per che cosa sia stato fatto, non saprebbe più che cosa deve fare. La santità alimenta e nutre il mondo diffondendo lo spirito delle beatitudini, lo spirito di mitezza, di povertà, di pace»8. 

5.5 Applicarsi all’esercizio di tutte le virtù
Il numero 42 conclude affermando: «Tutti i fedeli del Cristo quindi sono invitati e tenuti a perseguire la santità e la perfezione del proprio stato». Come altrove argomentato più diffusamente, si ripropone la dottrina classica (che trova in San Francesco di Sales un saggio maestro) che la santità assume il volto dello “stato di vita”. Oggi non ricorriamo più ad una tale locuzione, ma resta vero che altra è la modalità di vita di un monaco altra quella di un laico.
Saper individuare e condurre le persone per la via in cui il Signore le chiama è arte difficile e preziosa. Essa richiede discernimento e docilità allo Spirito sia in chi offre un accompagnamento spirituale sia in chi lo accoglie.
L’ultimo accenno ripropone ancora la necessità di un cuore povero: «Perciò tutti si sforzino di dirigere rettamente i propri affetti, affinché dall’uso delle cose di questo mondo e da un attaccamento alle ricchezze contrario allo spirito della povertà evangelica non siano impediti di tendere alla carità perfetta; ammonisce infatti l’Apostolo: Quelli che usano di questo mondo, non vi ci si arrestino, perché passa la scena di questo mondo» (cf 1Cor 7,31 gr.). È interessante sottolineare che i padri conciliari evidenziano la dinamica affettiva che sottostà alla scelta della povertà ed invitano a “dirigere gli affetti” tenendo presente che tutto passa. La dimensione escatologica che trova nel capitolo VII di LG il suo apice, è in realtà presente in tutto il documento e ne costituisce un po’ la spina dorsale. D’altra parte non si capirebbe un impegno alla vita nello spirito così come è stata indicata, se essa non sfociasse nella pienezza di relazione con la Trinità da cui ha preso le mosse.

6. La carità tutto rinnova
Riprendiamo – come abbiamo aperto – la chiave di lettura che Paolo VI ci offrì nella sua prima enciclica Ecclesiam suam. Egli stesso la presentò indicando tre vie: coscienza, rinnovamento, dialogo.
«Le vie da noi indicate sono tre: la prima è spirituale; riguarda la coscienza che la Chiesa deve avere e deve alimentare su se stessa. La seconda è morale; e riguarda il rinnovamento ascetico, pratico, canonico di cui la Chiesa ha bisogno per essere conforme alla coscienza sopraddetta, per essere pura, per essere santa, per essere forte, per essere autentica. E la terza via è apostolica; e l’abbiamo designata col termine oggi in voga: il dialogo; riguarda cioè questa via il modo, l’arte, lo stile che la Chiesa deve infondere nella sua attività ministeriale nel concerto dissonante, volubile, complesso del mondo contemporaneo. Coscienza, rinnovamento, dialogo sono le tre vie che oggi si aprono dinanzi alla Chiesa viva e che formano i tre capitolo dell’Enciclica»9.
A leggere con attenzione ritroviamo, in queste tre vie indicate per tutta la Chiesa, una riproposizione di quanto in LG 42 viene proposto all’attenzione della vita spirituale di ogni cristiano. Coscienza (autocoscienza), rinnovamento, dialogo toccano le tre aree spirituale, morale e apostolica di cui abbiamo parlato. Questa, dunque, la Chiesa che amo. Quella che spezza con amore la Parola; che la ascolta per ritrovare in essa la propria identità; che sperimenta vie di ascolto dei linguaggi dell’uomo come raccomandava Papa Montini: «Bisogna, ancor prima di parlare, ascoltare la voce, anzi il cuore dell’uomo; comprenderlo, e per quanto possibile rispettarlo e dove lo merita assecondarlo. Bisogna farsi fratelli degli uomini nell’atto stesso che vogliamo essere loro pastori e padri e maestri. Il clima del dialogo è l’amicizia. Anzi il servizio» (ES 90). Una Chiesa che non solo dialoga, ma si fa dialogo: «La Chiesa deve venire a dialogo col mondo in cui si trova a vivere. La Chiesa si fa parola; la Chiesa si fa messaggio; la Chiesa si fa colloquio» (ES 67). La nostra riflessione si conclude non con un punto fermo, ma interrogativo. La domanda – di cui siamo invitati a condividere la riposta in quanto “membri del popolo fedele” – compendia e rilancia10 la riflessione fin qui compiuta:
«Noi pensiamo, con i Nostri Predecessori, con la corona di Santi che l’età nostra ha dato alla Chiesa celeste e terrestre, e con l’istinto devoto del popolo fedele, che la carità debba oggi assumere il posto che le compete, il primo, il sommo, nella scala dei valori religiosi e morali, non solo nella teorica estimazione, ma altresì nella pratica attuazione della vita cristiana. Ciò sia detto della carità verso Dio, che la sua Carità riversò sopra di noi, come della carità che di riflesso noi dobbiamo effondere verso il nostro prossimo, vale a dire il genere umano. La carità tutto spiega. La carità tutto ispira. La carità tutto rende possibile. La carità tutto rinnova. La carità tollera tutto, crede tutto, spera tutto, tutto sopporta (1Cor 13). Chi di noi ignora queste cose? E se le sappiamo, non è forse questa l’ora della carità?»(ES 58).

NOTE
1 Rm 13,10; cf Col 3,14; 1Gv 3,16; Gv 15,13; 1Cor 7,7; Fil 2,7-8; 2Cor 8,9.
2 Rimandiamo particolarmente al capitolo VI di Dei Verbum in cui si sviluppa il tema della Scrittura nella vita della Chiesa.
3 Cf DV 25.
4 Papa Francesco, Angelus, 9 novembre 2014.
5 Paolo VI nel 1974 pubblicò l’esortazione apostolica Marialis cultus che si muove su questa linea e ripropone le priorità additate dal Concilio in un ambito così popolare e ricco di devozione qual è la pietà mariana. Si tratta di un documento illuminante a questo proposito e ricco di sottolineature pedagogiche per dare spessore biblico, antropologico ed ecumenico al culto alla Madre di Dio.
6 In LG 42 i padri ripresentano i tre voti di castità-povertà-obbedienza dando più spazio al cuore povero che nasce in chi si lascia assimilare dai sentimenti stessi di Cristo.
7 Le intemperanze di alcuni non possono togliere la graffiante efficace del messaggio della santità quale il Concilio ha voluto riproporre e che trovano nelle encicliche sociali di Paolo VI una autorevole e profetica ripresa magisteriale.
8 C.M. Martini, Parole sulla Chiesa. Meditazioni sul Vaticano II, Piemme, Casale Monferrato 1986, p. 93
9 Paolo VI, Udienza generale, 5 agosto 1964.
10 «Noi siamo lieti e confortati osservando che un tale dialogo all’interno della Chiesa, e per l’esterno che la circonda, è già in atto: la Chiesa è viva oggi più che mai! Ma a ben considerare sembra che tutto ancora resti da fare; il lavoro comincia oggi e non finisce mai. È questa la legge del nostro pellegrinaggio sulla terra e nel tempo» (ES 121).