Dio lo si può amare come si ama una persona

L'inizio della mia vocazione

«I miei amici furono, dunque, a quell’epoca un fatto della mia attualità, da osservare, da criticare, da segnare sul calendario, portavano una contraddizione con l’ultimo punto della riflessione alla quale ero arrivata. Dio, nel XX secolo era assurdo, incompatibile come fede religiosa o come ipotesi filosofica con una ragione sana, era intollerabile perché inclassificabile. Fin là non avevo attorno a me che pochi cristiani. La loro religione mi sembrava come un comportamento sociale rilevante allo stesso ordine di discussione o d’importanza di altri “usi e costumi”, gli uni indifferenti, gli altri tragici. Non si ponevano alcuna delle difficoltà che una fede avrebbe posto. I miei amici, al contrario, ponevano e brutalmente le difficoltà poste da una fede. Sì, erano fortemente a loro agio nella mia realtà; ma vi portavano ciò che io dovevo chiamare “la loro realtà” e che realtà!

 

Parlavano di tutto, ma anche di Dio che sembrava essere per loro indispensabile come l’aria. Erano a proprio agio con tutti ma, con una impertinenza che arrivava fino a scusarsene, mischiavano in tutte le discussioni, nei progetti, nei ricordi, alcune parole, alcune idee, alcune chiarificazioni di Gesù Cristo. Il Cristo, avrebbero potuto lasciar libera una sedia per lui, non sarebbe sembrato più vivo. Sì, essi lavoravano, capitavano loro soddisfazioni e seccature come a tutti, tutto ciò esisteva perfettamente per loro; ma erano altrettanto interessati a ciò che appariva a loro come il grande cambiamento di situazione della loro vita e all’unione con quel Dio che in anticipo erano così felici di vedere.

 

Incontrandoli spesso nei mesi successivi, onestamente non potevo più lasciare non “il loro Dio” ma “Dio” nell’assurdo. Allora la mia domanda si è cambiata; così per essere fedele al mio anti-idealismo, modificai quella che pensavo essere un atteggiamento di dettaglio nella mia vita. Se volevo essere sincera, Dio non essendo più rigorosamente impossibile non doveva essere trattato come sicuramente inesistente. Scelsi ciò che mi sembrò meglio tradurre il mio cambiamento di prospettiva: decisi di pregare.

 

L’insegnamento pratico di questi mesi mi aveva subito offerto questa idea un giorno dove, in occasione di una chiassosa riunione qualunque, era stata ricordata Teresa d’Avila che diceva di pensare cinque minuti a Dio durante la giornata. Dalla prima volta ho pregato in ginocchio per timore, ancora, dell’idealismo. L’ho fatto quel giorno e molti altri giorni, senza contare il tempo. Dopo, leggendo e riflettendo, ho trovato Dio; ma pregando ho creduto che Dio mi trovava e che è la verità vivente, e che lo si può amare come si ama una persona» (M. Delbrêl, Ville marxiste, terre de mission, 224-225).