N.04
Luglio/Agosto 2019

Una vita buona nella precarietà

Se la vocazione è cura delle virtù

La precarietà spaventa la società occidentale contemporanea, la sentiamo oggi come un male sopraggiunto nella nostra epoca, a cui fa da controcanto una richiesta crescente di sicurezza. Al di là di questi sentimenti grezzi, c’è però una realtà antropologica consistente, con cui l’umanità si misura da sempre e che merita di essere incontrata e riscoperta per i suoi riflessi sullo sviluppo di ogni vocazione. Fin dall’antichità classica, troviamo l’idea che la precarietà sia nemica della vita buona: così, ad esempio, ci porta a pensare Aristotele quando, nell’offrire una traccia per pensare la “felicità”– così traduciamo spesso eudaimonia – osserva che le risorse e gli stili che la procurano debbano appartenere alla persona «non per un accidentale periodo di tempo, bensì lungo tutta la sua vita» [1]. La durata della felicità era il vero problema per gli antichi, non certo la sua intensità – quando ci preoccupiamo di questo la confondiamo…

Questo articolo è riservato agli abbonati.
Abbonati ora
o accedi se sei già abbonato