N.06
Novembre/Dicembre 2019

Vocazione a regola d’arte

Vocazione di san Matteo

 

Gesù uscì di nuovo lungo il mare; tutta la folla veniva a lui ed egli insegnava loro. Passando, vide Levi, il figlio di Alfeo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi». Ed egli si alzò e lo seguì.
(Mc 2, 13-14)
 

 

 

Quando, al giorno d’oggi, si parla di vocazione, si pensa subito alla chiamata religiosa, ma in questo modo ci si dimentica che le vocazioni, cioè le chiamate di Dio all’uomo, sono molteplici: la Genesi ricorda la vocazione dell’uomo al lavoro inteso come collaborazione della creatura con il suo Creatore per la conservazione e l’abbellimento del creato, quella al riposo per il compiacimento del proprio operato e quella alla relazione con chi è ossa delle sue ossa e carne della sua carneC’è di più. La prima vocazione in ordine cronologico è la chiamata all’esistenza: fino a prova contraria, nessuno si è auto-chiamato alla vita, ma l’ha ricevuta per volere di altri. L’esistenza è, dunque, la chiamata fondamentale con cui dobbiamo fare i conti fin dalla nascita e, oltre a cosa fare della propria vita, non meno importante è chiedersi come farloSimon Pietro faceva già il pescatore quando è stato chiamato da Gesù, il quale non gli ha detto di cambiare mestiere, ma gli ha suggerito uno stile nuovo: non temere, d’ora in poi sarai pescatore di uomini 

Quando, nel 1599, Caravaggio fu chiamato a dipingere la tela della vocazione di S. Matteo, godeva già di una certa fama nella Roma controriformistica e il suo carattere ribelle e riottoso lo portò a uccidere un uomo; perciò dovette fuggire da Roma. La committenza era precisa: si chiedeva all’artista di realizzare, sulla traccia del Vangelo, l’istante preciso in cui Matteo si alza dal tavolo delle imposte per seguire Gesù.  

Sulla base di questa indicazione, Caravaggio dipinge molto più di un gesto meccanico del futuro discepolo, bensì realizza un’opera di rara profondità che non si limita a riportare sotto gli occhi la vicenda di un apostolo di duemila anni fa, ma, attraversando i secoli, chiama in causa chiunque si fermi ad osservare questo quadro. Si nota subito la diversa epoca degli abiti dei due gruppi dei personaggi, cinque a sinistra e due a destra: il gruppo più numeroso presenta abiti secenteschi, contemporanei al pittore, Pietro e Gesù indossano invece tuniche del I secolo, questa differenza spiega che Gesù è il Dio che attraversa la storia e come chiamava discepoli ai suoi tempi, così continua a farlo anche oggi. Prima di prendere in mano il pennello, Caravaggio entra con tutto se stesso nel testo del Vangelo che deve rappresentare e si chiede cosa succede quando Dio chiama, in che modo Dio chiama. Dio chiama con la parola e, infatti, fra i due gruppi di personaggi c’è uno stacco, un abisso nero oltrepassato solo dalla mano di Cristo che indica, cioè mette allo scoperto. La vocazione di Matteo consiste nell’essere messo allo scoperto dalla Parola e sollevato da quel tavolo del dovere mortifero in cui l’unica cosa che vale è contare i soldi. Tutti i personaggi seduti intorno al tavolo sono Matteo in momenti diversi della chiamata; lo possiamo capire dalle mani dei primi due uomini: a una prima occhiata, parrebbe che entrambe le mani del primo personaggio gli appartengano, in realtà una sola mano è sua, quella destra, l’altra appartiene al vicino con la barbaOsserviamo i personaggi seduti intorno al tavolo che per comodità chiameremo “Matteo 0”, “Matteo 1”, “Matteo 2”, “Matteo 3”. 

 

Matteo 0: non sempre la Parola arriva alle nostre orecchie e ci fa alzare la testa. Il viso di Matteo 0 giace nel buio perché rivolto verso il basso, si allude qui alla dimensione animalesca proiettata al suolo. Le sue mani (come abbiamo visto prima, in realtà solo una è sua) sembrano piedi di porco. Levi era un pubblicano, apparteneva a una categoria disprezzata, era un collaboratore del nemico e c’è da chiedersi come sia giunto a svolgere tale professione. A Matteo 0 non giunge ancora la voce di Gesù perché non alza lo sguardo, come se avesse una pressione sul collo che glielo impedisce. 

 

Matteo n. 1: il suo volto è in luce, si tratta di un uomo anziano con barba tipica del saggio filosofo che riflette. Egli gurda il gesto di Gesù, ma in modo ambiguo, potremmo immaginare si stia chiedendo “chi sta indicando costui, me, o lui?”. La luce, che in Caravaggio allude sempre alla Grazia divina, permette alla Parola di entrare e di azionare un pensiero nella forma del dubbio. Il dubbio è motore del discernimento senza il quale non c’è vero ascolto della voce di Dio.  

 

Matteo n. 2: è un giovane candido e innocente, il suo viso è quello maggiormente illuminato. Se non vi convertirete e non diventerete come bambini, non entrerete nel regno dei cieli… (Mt 18,3). La Parola, una volta ascoltata e interiorizzata, fa tornare come bambini, i quali sono prima di tutto indifesi e fiduciosi. La Parola ha come effetto principale quello di restituire un’integrità, un’innocenza che si pensava di avere perso per sempre. 

 

Matteo n. 3: è un giovane adulto, dalla posizione sbilanciata, a cavallo di uno sgabello, le gambe sono divaricate, una spada pende in obliquo dalla cintura. Non sono venuto a portare la pace, ma una spada…(Mt 10, 34). Decidere significa tagliare, lasciare una volta per tutte quel tavolo del dovere per passare a un altro tavolo, quello del piacere che, nella cappella Contarelli in S. Luigi dei Francesi in cui si trova il dipinto, è rappresentato da un piccolo altare. 

 

Tra Matteo 0 e Matteo 1si trova infine l’unico personaggio in piedi, dalla parte opposta rispetto a Gesù, ma a lui ‘sotto-messo’: è l’anticristo, il cattivo consigliere. Questi porta gli occhiali perché si presenta come colui che sa, colui che si basa sull’oggettività del reale per indurre nella tentazione di credere che non esiste nulla al di fuori di quello che si vede e si può mettere in tasca. Il diavolo impedisce a Matteo 0 di staccare lo sguardo da ciò che conta, è un peso sul collo e, di conseguenza, la luce non lo raggiunge. Stiamo parlando proprio della tappa decisiva che si pone tra la “fase 0 e la “fase 1: è qui che il nemico gioca la sua partita più importante.  

Alla luce di tutto questo, possiamo dire che Caravaggio dipinge una sorta di “radiografia spirituale” del cuore di Matteo nell’istante in cui Gesù lo chiama. Alzarsi e seguire il Signore non è un gesto meccanico privo di razionalità, ma è un ricevere la Parola che è Cristo, cogliere i movimenti interiori che questo incontro mette in atto e prendere una decisione. In altre parole, la vocazione necessita sempre di discernimento. La parola del Signore incontra la nostra libertà, ma c’è anche una contro-parola che prova sempre a non farci alzare la testa; il passaggio decisivo è lì, tra lo sguardo reclinato di Matteo 0 e quello che incontra gli occhi di Gesù degli altri tre personaggi. 

 

Gesù chiama attraverso la Parola e questa chiamata si manifesta tramite il braccio disteso e la mano che indica. La mano è segno dell’azione concreta, della potenza di Dio. Non a caso questa mano di Cristo ricalca quella di Adamo nella Creazione di Michelangelo Buonarroti nella Cappella SistinaQuesta citazione è un messaggio fortissimo perché è come se il Merisi stesse dicendo che, per mezzo della sua chiamata, Gesù ci crea di nuovo. Si noti ancora che la mano prescelta non è quella di Dio, ma di Adamo: Dio chiama attraverso l’uomo, è l’umanità di Cristo a intercettare la nostra per ricordarci che siamo simili a Lui che è Dio. Sopra questa mano che chiama e che salva coprendo la distanza tra i due gruppi di persone, c’è la finestra a forma di croce. C’è una croce in ogni chiamata, una croce che, se portata, aiuta a morire quelle parti di noi che hanno bisogno di risorgere trasfigurate.  

Un’ultima considerazione riguarda le coordinate spazio-temporali della scena. È un interno o un esterno quello che ha dipinto il MerisiDalla provenienza della luce e dalla finestra, è deducibile uno spazio interno, l’angolo di muro a sinistra, invece, parla di un esterno. Dove siamo in realtà? Come sulla questione temporaleCaravaggio sembra dirci che non è poi così importante dove ci troviamo, perché Dio passa e chiama ovunque. Ciò che resta importante, è quell’atteggiamento di continua attenzione e ascolto che permette di riconoscere il Signore che passa, per seguirlo.