N.04
Luglio/Agosto 2020

Musica

La musica è, tra tutte le forme d’espressione artistica, quella che s’incontra e s’impara a godere per prima: la voce materna è la tela sonora che tesse il primo involucro delle nostre percezioni e che serve a cominciare a definire il primo abbozzo di un’identità.  

 

Una forma artistica trasversale 

 

In molte culture orientali la musica è considerata parte fondamentale dell’educazione primaria tanto quanto la matematica o l’apprendimento della propria lingua madre. Nel nostro paese resiste solo una laconica e vaga infarinatura durante i primi anni di scolarizzazione: un velo di polvere che spesso scompare al vento del rapido oblio di un adolescente. D’altronde questa ristretta introduzione è in buona parte implicitamente riferita a un’idea di musica confinata al passato, alla musica sinfonica e lirica, alla musica così detta “colta” e a un approccio che la descrive come arte classica, disciplina astrusa, remota e separata dalla vita quotidiana, dalla necessità ordinaria universale di comprendere e saper produrre bellezza. 

Tra le forme d’espressine artistica e di “consumo culturale” più trasversali e universali, a partire dalla metà del secolo scorso la musica è entrata nel canone della “cultura giovanile” (presto moltiplicatasi e frammentatasi in un più indelebile plurale), ritrovando un posto nuovo e diverso al centro della scena culturale, tra i principali motori della prima globalizzazione.  

Le rivoluzioni prodotte dalla radio (soprattutto dall’era del transistor in poi) e dalla televisione (più che con le performance in bianco e nero, a partire dalla circuitazione a ciclo continuo dei videoclip musicali) non sono paragonabili con la radicale trasformazione dell’orizzonte causata dall’avvento della rete.  

 

Stili e ascoltatori 

 

Oggi produzione (quella che una volta si chiamava “discografia”) esecuzione (i concerti) e distribuzione (agenzie d’intermediazione e diffusione) sono radicalmente trasformati soprattutto rispetto alle enormi modifiche che il mondo interconnesso ha apportato alla condizione e alle possibilità del nuovo ascoltatore digitale. Al di là del fisiologico rinnovarsi degli stili musicali, dei gusti e delle mode soprattutto nell’ambito della musica “leggera” (la trap è un fenomeno sociologico più di quanto non lo sia sul fronte specifico delle forme artistiche), quel che cambia è il modo di costituirsi e allargarsi delle comunità, delle più o meno ampie nicchie di appassionati di singoli artisti o di generi. Nicchie che hanno sempre meno radici e confini territoriali e sempre più definizioni aleatorie e frequentatori trasversalmente mobili, tutt’altro che esclusivi.  

Quel che cambia è l’ampliarsi e l’amplificarsi dell’ascolto solitario, e il ridursi e rattrappirsi delle opportunità di confronto diretto, di condivisione, di scambio e questo nonostante e anzi in parte proprio in ragione della maggiore disponibilità di comunicazione ipermediata (quella offerta dalla rete e dai dispositivi a essa connessi, telefoni compresi).  

 

Una “produzione culturale” massificata 

 

Quel che cambia è dunque soprattutto il significato sociale della musica e il suo ruolo. E non solo della musica “colta” o di quella tradizionale o folklorica, paradossalmente tornate a diffondersi e ad attrarre pubblico giovanile, seppure inaridite nella loro vitalità, ma di tutta la musica, anche di quella popolare, commerciale, “leggera”: che oggi più di quanto non sia mai successo in passato è universo di codici di rappresentazione sociale più che d’immaginari, di eclatanti proclami più che di narrazioni. Un’eccezione apparente in un mondo dominato dall’egemonia dello storytelling, che in realtà conferma e alimenta lo status quo di un mondo che sembra esistere in quanto narrazione perpetua: la musica intesa come consumo culturale di massa è sempre più apertamente e spregiudicatamente prodotta e offerta non come oggetto primario da offrire alle attenzioni del pubblico, quanto piuttosto come fase strumentale intermedia, veicolo a un fine secondario, materia prima di un processo secondo. Niente altro che l’alimento più elementare possibile per le interazioni virtuali (principalmente basate sui social network), la proliferazione di sensazioni e desideri direttamente o indirettamente monetizzabili.  

Per quanto la “piazza telematica” del web offra ufficialmente spazi e mezzi utili alla scoperta e alla diffusione anche della musica non commerciale in tutte le sue molteplici declinazioni, la logica che governa questa nuova “produzione culturale” massificata – che strategicamente tesse i fili delle sue narrazioni implicite ed esogene attraverso i talent show televisivi, i passaggi in radio, gli eventi dal vivo, oltre che attraverso internet secondo un piano di occupazione complessiva e integrata del campo d’attenzione dell’ascoltatore/acquirente – non fa che ingrandire, affilare e moltiplicare gli strumenti di invasione e penetrazione nel quotidiano dei singoli, desertificando tutto quanto sta  attorno, lasciando che solo minuscoli atolli di possibile alternativa sopravvivano.  

 

 

 

Il racconto di Valentino  

-impiegato 

 

Quando ero bambino, mia madre teneva la radio sempre accesa, dalla mattina al risveglio fino a quando finiva di rassettare la cucina prima di andare a letto. Fino al liceo, ascoltavo passivamente quello che capitava, pop, rock, cantautorato italiano, anche musica da discoteca anni Ottanta e Novanta.  

Al liceo il mio compagno di banco – che aveva un fratello più grande – mi ha fatto conoscere il rock metal e il punk rock. Ho iniziato a cercare, a leggere, a comparare qualche disco, ad andare a qualche concerto. Mi vestivo di nero, ho messo un orecchino. Pensavo di aver trovato il mio stile. Poi all’università ho conosciuto molte persone nuove, ho iniziato a cercare una musica che potesse aiutarmi a concentrarmi e a studiare. Ho “assaggiato” molte cose diverse, ma soprattutto ho capito quante cose diverse potevo trovare nella musica che ancora non conoscevo.  

Oggi ho la mia musica da “ascolto puro”, quella che mi serve a rilassarmi, quella che uso come sottofondo quando sono a casa o in auto. Ma cerco sempre, sono aperto a nuove scoperte.  

 

 

 

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