N.05
Settembre/Ottobre 2020

Carne e mistica: perché non possiamo dirci divisi

Vivere la condizione umana è vivere in un corpo. Parlare di mistica della carne vuol dire prima di tutto riconoscere che siamo fatti di carne e di spirito. Indissolubile e fragile materia, inscindibile binomio che ci rende umani, a volte troppo umani. Ma l’uno non sta senza l’altro e negare che vi sia un corpo che risponde anche a desideri sarebbe negare l’essere umano stesso. E negare l’opera del Creatore, che ci ha fatto completi. Corporeità, inoltre, non è individualità, ma relazione, perché è attraverso il corpo che io posso relazionarmi con gli altri.

In questo orizzonte si inserisce il tema della sessualità. Il filosofo Fabrice Hadjadj, ebreo di nascita e cattolico di conversione adulta, lo ha raccontato in un libro “Mistica della carne. La profondità dei sessi” in cui, tra filosofia e teologia, spiega il desiderio, la sessualità,  l’incontro, il non sfruttamento reciproco, la responsabilità e finanche il piacere. Perché la chiesa non è contro la sessualità, non è sessuofoba, come una certa pubblicistica ha voluto trasmettere. Non c’è repulsione per quell’aspetto del corpo che ci appartiene profondamente, la nostra sessualità, ma nel nome del rispetto più alto e profondo per la persona, c’è invece una strenua avversione al consumismo dei corpi  e dei sentimenti, all’usa e getta delle relazioni, allo scarto.

Quando parliamo di corpo, sessualità, maschile e femminile, va ricordato che è stato San Giovanni Paolo II a rendere conosciuto il concetto di “teologia del corpo” – che diventa pedagogia – in un lungo ciclo di udienze dedicate alla catechesi sull’amore umano (1979-1984). Il Papa partì dall’inizio di tutto, dalla Genesi dove Dio crea l’uomo: “a sua immagine, a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò” (Gen 1, 26).

«Il fatto che la teologia comprenda anche il corpo non deve meravigliare né sorprendere nessuno che sia cosciente del mistero e della realtà dell’Incarnazione. Per il fatto che il Verbo di Dio si è fatto carne, il corpo è entrato, direi, attraverso la porta principale nella teologia, cioè nella scienza che ha per oggetto la divinità. L’incarnazione – e la redenzione che ne scaturisce – è divenuta anche la sorgente definitiva della sacramentalità del matrimonio». (Giovanni Paolo II, Udienza, 2 aprile 1980)

L’uomo e la donna sono chiamati a “diventare una sola carne” in corpo e anima, e attraverso l’atto di amore coniugale si aprono anche spiritualmente l’uno all’altro. Nel dono reciproco si considera l’altro nel valore di persona, non come mero oggetto di piacere.

In un’intervista a “Tempi”, Hadjadj con lucidità e ironia non teme di parlare di educazione sessuale inefficace, sospesa com’è tra tecnicismo e moralismo (i danni degli –ismi sono sempre evidenti), e appunto, della realtà della pienezza della sessualità per la chiesa:

«Lo scopo di una vera educazione sessuale, a mio parere, deve essere l’affermazione del desiderio sessuale fino in fondo. E del resto è quello che dice anche la Chiesa. La Chiesa non proibisce certo il sesso, non è repressiva, al contrario: è favorevole al sesso fino alle estreme conseguenze, non con un piccolo preservativo che mi protegge, o con un lieve sfregamento che mi procura un lieve piacere e poi me ne vado di corsa. No: fate pure, ma portate l’esperienza alle sue estreme conseguenze. La morale della Chiesa non è contro il sesso, è la liberazione sessuale che è contro il sesso, perché lo riduce a un atto di consumo. La Chiesa è per la pienezza della sessualità».

Per il filosofo, “il vero edonista” è il cattolico, perché nella fedeltà della coppia si realizza la felicità coniugale e corporale.

Hadjadj non cade nella trappola del dualismo platonico, ma ci sprona a ritrovare la vita spirituale attraverso il nostro corpo, attraverso quella sostanza materiale di cui siamo composti. Il suo monito invita a non rifugiarsi nei falsi miti del libertinismo o nel materialismo (altri –ismi ingannatori), né a nascondere il corpo o eclissare il desiderio, ma a riconoscere e riappropriarci di una parte fondamentale dell’essere che si sviluppa nella genitorialità che non teme di trasmettere la vita attraverso l’amore che, nella generatività, propaga le generazioni:

«L’accoglienza del figlio per se stesso equivale all’espressione “fare dei figli per Dio”. Perché la sessualità in ultima analisi mira a questo: aumentare il numero degli Eletti; e il desiderio sessuale che ci trascina fuori da noi stessi è ultimamente un’astuzia di Dio. È Dio che chiama, questo è il senso profondo della sessualità. Non si fanno figli per lo Stato, o per noi stessi, o per l’autorealizzazione della donna. Si fanno figli per la vita eterna».

Le parole più belle, poi, sono per il femminile, per la maternità:

«…noi uomini abbiamo bisogno della donna per aprirci al mistero dell’interiorità, della gestazione, della pazienza, del portare l’altro per metterlo al mondo. Quando cerca di definire che cos’è la responsabilità verso l’altro, Emmanuel Levinas propone un’espressione e un’immagine: portare l’altro. E dice: è il femminile che manifesta questo. L’etica ha la sua immagine più forte nella maternità, che è il luogo concreto della responsabilità».

I figli, carne della carne, stanno molto a cuore al filosofo che, in un articolo pubblicato su Avvenire nel 2017, torna sul tema riflettendo sui leader europei senza figli (Macron, Merkel, May, Rutte, ecc..) e si chiede: «Come possono presiedere sistematicamente al futuro dell’Europa delle persone che non vi sono implicate carnalmente?».

Ma attenzione, non si nega il percorso del monachesimo, la scelta della castità, l’ascesi: è attraverso la comprensione e l’accettazione del proprio corpo, che si fa strada la spiritualità.

«Il cristianesimo è spiritualità dell’incarnazione» dice Hadjadj in un’intervista ad Aleteia in occasione dell’uscita del libro “Ultime notizie dall’uomo & dalla donna. Cronache di una fine annunciata”. E ribadisce la non superabile connotazione unitaria dell’essere umano, e denuncia la falsità  di ogni tentativo di scissione:

«Insistere troppo sullo spirituale, dimenticando la carne, significa sostenere insieme l’ibridazione dell’uomo con la macchina, ma pure la rottura dell’uomo con gli altri viventi. È ancora sotto l’influenza del paradigma tecnocratico che ciò avviene, senza che ce ne avvediamo. Perché questo paradigma affetta anche il nostro rapporto col fatto religioso: che si tratti della mindfulness, dove la meditazione si allontana dalla preghiera per diventare una tecnica del benessere; del jihadismo, dove si pretende di conseguire il paradiso attivando un detonatore; o anche di questa melassa di psicologismo e di pseudo-pentecostalismo in cui lo Spirito Santo assomiglia a un’app che si scarica quasi istantaneamente per darci il riposo; in tutti questi casi, si resta in una mentalità tecnologica, dove si è perduta la pazienza propria della cultura – la lentezza delle piante che crescono, quella che Gesù, nella parabola del seminatore, propone come la velocità giusta».

Infine, con umorismo britannico, pur nel suo essere meravigliosamente francese, Fabrice Hadjadj riesce a usare la metafora della boxe (“Dura meraviglia della condizione carnale”)  per rispondere ai “disincarnati” e ricordare quanto siamo corporei:

«Come arrestare la parata dei transumanisti, dei sofisti, dei politici in ologramma, dei disincarnati di ogni genere? Appare chiaro che per continuare il dialogo con costoro è necessaria l’umanità di mollargli un evangelico uppercut sulla mandibola troppo astratta, e di accettare di ricevere in cambio un certo numero di jabs in faccia, per risuscitare in loro la dura meraviglia della nostra condizione carnale».

Di carne e di spirito, di terra e di cielo.