N.03
Maggio/Giugno 2021

In un solo corpo (1Cor 12,13) 

Anche Paolo come Gesù fa grande uso di metafore. Quelle di Gesù sono prevalentemente legate alla natura, al lavoro, alla sua terra. Paolo, adotta perlopiù immagini urbane tratte dal mondo dello sport, del commercio, dell’edilizia, della vita militare. Per parlare della comunità cristiana, Paolo utilizza varie immagini, tuttavia ama ricorrere alla metafora del corpo e delle membra.  

È un’immagine antica molto efficace per mostrare l’appartenenza a un gruppo o l’importanza di tutti i membri, in un qualunque tessuto sociale. Come contraddire l’unità e la diversità delle membra, guardando l’anatomia e la fisiologia del corpo umano? Come non ricorrere a questa immagine contro atteggiamenti di superiorità o di disprezzo degli uni verso gli altri? Chissà, se Paolo si è ispirato a Esopo e alla favola “delle mani e dei piedi che accusano il ventre di mangiarsi tutti i loro guadagni”, o se pensava all’apologo con cui Menenio Agrippa quietò la frattura fra patrizi e plebei del 494 a.C. Tito Livio scrive che Agrippa riportò l’ordine in quella che passò alla storia come “la secessione sull’Aventino”, mettendo in parallelo la ribellione interna delle parti del corpo con la rabbia della plebe nei confronti del senato e, così, “riuscì a farli ragionare” (Ab urbe condita, II. 32). Che Paolo sia toccato dall’idea stoica di Seneca che tutte le cose, divine e umane, siano un gande corpo di cui noi siamo membra (Epistulae, XCV. 52), o che abbia influito il pensiero gnostico che parlava in modo analogo (Corpus Hermeticum, II. 2), non lo sappiamo, ma che siamo un corpo a Paolo piace veramente tanto. Quali sono le peculiarità della metafora paolina? 

Nella prima lettera ai Corinzi, Paolo insegna a ritenersi membra dell’unico corpo di Cristo sia in termini personali, vedi il passo di 6, 15, come antidoto all’immoralità, sia in termini comunitari, come in 10, 17; 11, 29 e 12, 27. In 10, 17 e 11, 29 l’immagine del corpo viene utilizzata in termini eucaristici, mentre nelle menzioni del capitolo 12, e in particolare in 12, 27, per il discernimento e l’utilizzo dei doni spirituali che nel contempo arricchivano e dividevano la comunità. La similitudine ecclesiale del corpo sarà ripresa in Rm 12, 4-5, in Ef 1, 22-23; 5, 23 e in Col 1, 18.24.   

A partire da contesti diversi, con l’immagine del corpo e delle membra, Paolo vuole richiamare in modo forte la comunione, la collaborazione, la complementarietà e corresponsabilità delle parti, l’unità nella diversità, la mutua appartenenza, la stima e la custodia di tutti, la difesa dei deboli. Ma ciò che rende l’argomentazione diversa dai modelli stoici o gnostici del tempo, ciò che la sgancia da dinamiche meramente filantropiche e rende l’immagine nuova ed unica, è l’identificazione del corpo ecclesiale con Cristo. Se in 12, 27 c’è l’affermazione incontrovertibile della visione paolina “Ora voi siete il corpo di Cristo e sue membra, ciascuno per sua parte”, in 1Cor 12, 13 c’è la motivazione che rende la comunità paolina corpo, diciamo correttamente, corpo di Cristo.  È in 1Cor 12, 13, che Paolo dichiara il battesimo come fondamento dell’identificazione tra la comunità cristiana e il corpo di Cristo. È grazie ad esso che i fedeli di Corinto, pur nelle loro differenze, etniche e religiose: “Giudei” o “Greci”, sia sociali: “schiavi” o “liberi”, sono divenuti un tutt’uno con Cristo. Propriamente, incorporati. Immersi nell’acqua e nello Spirito, hanno misteriosamente preso parte alla morte di Cristo, iniziando a partecipare a una vita nuova in virtù della sua risurrezione (cf. Rm 4, 6; Col 2, 12). Questa è la vita in Cristo. Questo è l’unico corpo ricco di doni diversi per l’edificazione comune. Chissà quando Paolo si è legato così tanto all’immagine del corpo di Cristo per parlare della chiesa. E se fosse stato sulla via di Damasco, quando andava a mettere in prigione “i seguaci della via” e si è sentito dire da Gesù: “Perché mi perseguiti?” (At 9, 4).