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Le due chiamate

Che siano missionari nella misericordia, nella giustizia, nella scuola o nella prossimità fraterna, i missionari sono segnati da una chiamata e questa chiamata non è la stessa per tutti.

 

“Torna a casa tua e racconta quello che Dio ha fatto per te[1]“.

 

Il Signore lo ha già detto a qualcuno del suo tempo, e continua a ripeterlo ad alcune persone del nostro tempo. Mette nel loro cuore un amore così grande verso alcuni dei loro fratelli da spingerli a condividere la loro vita, tutta la loro vita, in una comunione assoluta.

 

Vedono la società come la continuazione della creazione di Dio. Pensano che debba essere santificata, purificata, che si debba “ricapitolare in Cristo tutte le cose[2]“. Amano di amore una cellula del corpo sociale che sono chiamati a trasformare in un frammento del corpo mistico.

Vogliono prendere dal mondo tutto quello che non è peccato per farne un luogo di grazia.

Avranno una casa come tutte le altre case, costruita e ordinata pacificamente. In questa casa, avranno una famiglia piena di tenerezza. Saranno contadini tra i contadini, daranno a ogni cosa il suo prezzo, forti come gli altri, nell’ambizione di un domani migliore.

Essere un operaio come gli operai, con gli stessi giorni di lavoro nel fracasso delle officine, con le stesse domeniche.

Restare vicini a quelli che hanno dato loro la vita e circondarsi di quelli a cui si dà la luce.

 

Vivere una fede che ognuno di coloro che si è venuti a salvare possa vivere; viverla pensando a loro perché anche loro possano viverla a loro volta.

Viverla in maniera così bella, così gioiosa, così soprannaturale, che tutti abbiano voglia di viverla.

Essere missionari nel paese sociale in cui si è nati; seppellirsi come il chicco di grano nell’umiltà del proprio terreno provvidenziale; morire là nei confronti di tutto ciò che è umano e nascere, in piena umanità, a tutto ciò che è volontà di Dio.

Edificare la Gerusalemme Celeste per le strade di Parigi, di Lione o di Lille, sulle colline dell’Yonne, sulle piane dell’Eure, sulle chiatte dei canali.

Essere là dove Dio li ha messi sin dall’inizio, come un piccolo chicco di grano a partire dal quale potrebbe nascere un intero campo. E soprattutto, che niente li separi da quel peccatore, da quel pagano che sono venuti a cercare con la loro partenza immobile, una partenza che chiedeva loro semplicemente di restare dove si trovavano.

Sapere che il loro battello può essere la loro casa natale.

 

Dopo quelli delle case, ecco quelli della strada, della via, dei cammini:

 

Hanno incontrato Cristo sulle sue strade,

un Cristo così povero che non sapeva dove posare il capo, un Cristo senza famiglia, un Cristo mobile nella volontà del Padre come una piuma nel vento, un Cristo senza attaccamenti che ha detto loro: “Vieni e seguimi[3]“.

Hanno capito una volta per tutte che Cristo era il loro “luogo”.

“Seguono l’agnello dovunque egli va[4]“. Sono come posseduti da una passione di somiglianza.

Gli altri offrono la propria vita, la propria famiglia, la propria casa, la propria professione, affinché al loro interno possa costruirsi il travaglio dell’incarnazione inaugurato da Cristo; loro chiedono che venga cancellato tutto di loro stessi affinché Cristo possa rivestirli della vita d’uomo che lui stesso ha vissuta.

Gli uni chiedono che Cristo si incarni in tutte le realtà della loro vita; gli altri chiedono di essere rivestiti di Cristo, nient’altro.

 

Gli uni ricevono un incarico apostolico preciso: salvare le genti di una certa professione, di una certa famiglia, di un certo paese sociale e, in questo modo, fare proprio fino all’estremo tutto ciò che li avvicinerà a coloro che sono chiamati a salvare; gli altri pensano che il rimedio scelto da Cristo duemila anni fa debba durare fino alla fine dei secoli e che la piccola compagnia povera come lui, pura come lui, obbediente come lui, che portò con sé sulle strade della Palestina, debba aver percorso tutte le strade della terra prima del compimento dei tempi.

Questa compagnia deve rinnovarsi a ogni generazione, con il Signore a segnare prima coloro che cammineranno nella sua somiglianza.

A partire dalla prima predicazione del Vangelo, molte persone furono discepole di Gesù Cristo e rimasero nelle proprie case; e tuttavia altre dovettero lasciarle, le proprie case.

Molte persone possedevano tranquillamente i propri beni, ricevevano il Signore alla propria tavola e gli rendevano anche un grande servizio;

e tuttavia altri dovevano dare tutto quello che avevano ai poveri e seguire percorsi senza assicurazioni.

 

Entrambe queste vie sono sempre esistite

 

Sempre il Signore dirà agli uni: ‘A causa mia e del mio amore tu avrai una moglie, dei bambini, una casa, dei beni da gestire, per mio conto, nel mondo”.

Sempre il Signore dirà agli altri: “Non avrai che me e io sarò il tuo tutto”.

Sempre il Signore dirà agli uni: “Io so ciò che è bene per te e ti darò ogni giorno la tua fatica e il tuo pane quotidiano, affinché dovunque tu sarai ci sia anche la mia croce”.

Sempre il Signore dirà agli altri: “Prendi la tua croce e seguimi”. Prendila per i tre bracci della povertà, dell’obbedienza, della purezza. Perché? Perché è così che io voglio che tu mi ami e che insieme amiamo il mondo.

La maggior parte di quelli a cui Cristo parla in questa maniera vestono abiti bruni, bianchi o neri, discepoli di un santo che fu, attraverso i tempi, compagno di strada del Signore.

Altri sono persone comuni come voi e me, persone immerse quanto più in fondo possibile nello spessore del mondo, non separate da questo mondo da nessuna regola, nessun voto, nessun abito, nessun convento; uguali alle persone di qualunque luogo, ma alle persone povere; uguali a persone di qualunque strato sociale, ma puri; uguali a persone di qualunque paese, ma obbedienti. […][5]

 

 

(G. François e B. Pitaud, Madeleine Delbrêl: La vocazione – Condividere la vita di chi si ama, pp. 50-54, Gribaudi 2018)

 

 

[1] Mc 5,19 e Lc 8,39

[2] Ef 1,10

[3] Mt 19,21; Mc 10,21; Lc 18,22.

[4] Ap 14,4.

[5] Madeleine Delbrêl, La sainteté des gens ordinaires, op. cit., pp. 77-82. Per un’ulteriore versione italiana: Madeleine Delbrêl, Gioia di credere, Milano, Gribaudi, 1997, pp. 171-175.