La scintilla
«Amate ciò che sarete»[1] scrive sant’Agostino. Ogni vocazione è un appello ad amare. La vocazione presbiterale è una chiamata a dare la propria esistenza a Dio per amore. Nella società attuale, secolarizzata e disincantata, rispondere sì alla chiamata del Signore diventa segno di contraddizione, non sempre compreso, e di grande speranza. Conoscere per comprendere è il focus della ricerca sul clero diocesano, condotta dal Servizio per la Promozione del Sostentamento Economico alla Chiesa cattolica. Comprendere per cambiare è l’orizzonte della ricerca, per riflettere sulle potenzialità e prospettive per i giovani della scelta di percorrere con coraggio la via del presbiterato.
Il sacerdote: guida e punto di riferimento
Quasi il 60% degli italiani e l’80% dei cattolici considera utile e importante il ruolo del prete, vicino alle persone e capace di dare conforto. Una buona notizia, in linea con la percezione che ne hanno gli stessi presbiteri: 8 su 10 sono consapevoli di svolgere un ruolo fondamentale per migliaia di persone, quello di pastore e guida della comunità. La cattiva notizia, invece, è la percezione di un calo del rispetto da parte del popolo di Dio. Più della metà dei preti intervistati (il 55%) avverte questa tendenza, un dato in netto aumento rispetto a 20 anni fa quando era poco più di un terzo (il 36%). Questa sensazione, particolarmente accentuata tra i più giovani (il 58%), deve fare riflettere sul sostegno e sull’ascolto che i preti ricevono dalla comunità. Perché una componente centrale del rispetto è l’ascolto e i preti spesso non si sentono ascoltati proprio dai fedeli.
Storie e carismi diversi per un’unica vocazione
Cambia l’età della chiamata. Vent’anni fa l’85% degli intervistati aveva meno di diciotto anni quando ha avvertito per la prima volta la chiamata al ministero presbiterale. Oggi tale percentuale è al 70%, mentre aumentano le vocazioni dopo il compimento della maggiore età che si attestano al 30%. Si tratta di giovani che hanno iniziato una formazione universitaria, intrapreso esperienze lavorative e che decidono di dare la propria vita per gli altri e per la fede in Cristo.
Cambia anche il contesto nel quale il prete matura la scelta vocazionale. Un tempo, la trasmissione della fede in Dio e il senso di appartenenza alla Chiesa nascevano e si cementavano in famiglia, da sempre baluardo del rapporto divino-umano. Oggi le famiglie sono messe in crisi da un rapporto meno forte e solido tra i genitori, che interessa anche i cattolici. C’è sempre meno tempo per preservare il legame tra coniugi ed educare i figli, per la preghiera e la frequenza regolare alla messa. Occorre, dunque, staccarsi dall’immagine idealizzata e superata di famiglia come “primo seminario”. In 20 anni, il ruolo della famiglia nel far nascere la vocazione al presbiterato passa dal 28% al 14% e l’importanza di un genitore nella scelta scende dal 29% al 12%.
La comunità parrocchiale, un’esperienza significativa
Il vero grembo che genera la vocazione a diventare presbitero, per il 63% degli intervistati, è la parrocchia e l’oratorio. Di pari passo si rafforza il ruolo del sacerdote come la persona più importante nel cammino di formazione: in vent’anni cresce dal 51% al 65%. La vocazione nasce dalla testimonianza di preti attivi in parrocchia, capaci di coinvolgere i ragazzi con le attività dell’oratorio, le uscite, i campi estivi, i pellegrinaggi, le Giornate Mondiali della Gioventù. Ora occorre fare crescere questa consapevolezza. E’ interessante vedere come cambia nel tempo l’appartenenza a gruppi e movimenti ecclesiali. L’Azione Cattolica mantiene la leadership, ma con differenze tra gli anziani (al 47%) e i giovani (al 37%). Cresce lo Scoutismo tra i giovani (al 10%), mentre resta costante l’appartenenza a Comunione e Liberazione (al 4%). Da segnalare, tra i giovani, le esperienze di spiritualità carismatica intensa come il Rinnovamento nello Spirito (al 7%), il Cammino Neocatecumenale (al 5%), mentre, tra gli anziani, i Focolarini (al 3%).
I “modelli” di sacerdote che hanno ispirato la scelta
La figura che maggiormente influisce nella scelta di diventare sacerdote è quella del parroco, scelta preferenziale per il 59% degli intervistati. E’ il presbitero per eccellenza, a servizio della comunità, il pastore della parrocchia che è una vera famiglia di famiglie. Un’altra immagine che orienta nella decisione è quella di educatore alla fede, scelta da circa 2 sacerdoti su 10 (il 18%). Diffondere la Buona Notizia, educare al sacro, al mistero di Dio, in una società sempre più complessa e globale, come quella in cui viviamo, è una sfida avvincente ed entusiasmante specie per i sacerdoti più anziani (22%). Tra i più giovani, invece, emerge l’uomo con una vita spirituale più intensa, scelto dal 14% degli intervistati: è colui che non cerca Dio negli uomini, ma vivendo di Dio e solo per lui, trova gli uomini in Dio. Conferma la profezia di Karl Rahner: «Il cristiano del futuro o sarà un mistico, o non sarà»[2].
Curiosamente, l’uomo dedito al servizio dei poveri è scelto solo da 5 preti su 100. Papa Leone XIV ha detto: “La Chiesa, ancora oggi, forse soprattutto in questo nostro tempo ancora ferito da vecchie e nuove povertà, vuole essere «madre dei poveri, luogo di accoglienza e di giustizia». [3] In fondo alla classifica ci sono il teologo, scelto dal 2% degli intervistati, e l’apologeta, il difensore della fede, scelto da un solo sacerdote su 100.
[1] Sant’Agostino, Discorsi 216,8.
[2] Karl Rahner, Elementi della spiritualità della Chiesa del futuro, in Sollecitudine per la Chiesa, Edizioni Paoline 1982, 449.
[3] Leone XIV, Omelia in occasione del Giubileo dei poveri, 16 novembre 2025, citazione ripresa da Delixi Te – Esortazione apostolica del Santo Padre Leone XIV sull’amore per i poveri, 39.