Lo Spirito tende alla vita e alla pace (Rm 8,6)
L’evangelo di Paolo è un annuncio che corre con l’apostolo e non esaurisce presto la sua corsa (cf. 1 Cor 9,23-24). Nella Lettera ai Romani, non si ferma dopo aver esposto la comprensione della salvezza come un fare giusti tutti, senza preferenza di persone (Rm 2,11) – grazia accessibile in virtù della fede in Gesù (Rm 3,22; 5,2). Non si accontenta nemmeno di fissare gli occhi oltre il regno di morte che si è imposto per la caduta di «un solo uomo»: li punta sull’incredibile possibilità di regnare nella vita «per mezzo del solo Gesù Cristo» (Rm 5,17).
Tutto questo non basta. Il viaggio verso Roma, sin quasi ai confini del mondo allora pensabile, è occasione per Paolo di narrare nella sua lettera una vita diversa. Una realtà circoscritta al frammento di esistenza e pure già liberata dai legami della morte: ormai intrisa della forza divina dello Spirito. Un modo di intendere e desiderare che sia capace di germinare e dare frutti di «vita e pace», persino nella prova della fragilità strutturale che segna ognuno.
Nel testo greco, troviamo l’espressione phrόnēma, letteralmente ‘pensiero’ o ‘volontà’, «della carne». Phrόnēma è il prodotto dell’attività del phrḗn, il ‘petto’ come sede e origine delle intenzioni e delle passioni. Dunque, dice Paolo, la volontà che la carne muove in noi tende a un frutto di morte. Invece, i desideri che lo Spirito produce conducono ad effetti di «vita e pace». Quest’ultima è un’espressione composta di due elementi che può essere intesa o come endiadi, cioè due termini che rimandano alla stessa idea (rendendola con efficacia maggiore), oppure con una relazione interna di spiegazione: vita, che cioè è la pace, riconciliazione con Dio in Gesù Cristo (cf. Rm 5,1: «noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo»). Non c’è vita senza pace, ossia senza relazione con il Padre per la fede in Gesù.
È questa la vita «secondo Spirito» (katà pnéuma) che ci raggiunge. È il dispiegarsi dell’essere di chi è passato dalla sfera della carne a quella dello Spirito, cioè dalla morte alla vita, ci dice san Paolo (cf. Rm 6).
Il passaggio non è stato però “a buon mercato”: la condanna implicata dall’inosservanza della Legge è caduta su quella perfetta somiglianza (homόiōma) che il Figlio, inviato da Dio, ormai condivide con noi. La carne: sintesi di ogni debolezza umana e limitatezza, impulso di auto-conservazione che deflagra nella paura della morte. Di questo si serve il principio del peccato – argomenta densamente Paolo (Rm 8,2-4) – per gettare la nostra vita in un confino remoto, lontano dal Padre e dai fratelli. Solitudine, tristezza, abisso che si apre solo nella fuga da noi stessi o sul mesto circolo della compensazione.
Ma ecco l’imprevisto occorso: in Gesù, il principio del peccato non ha potuto usare in modo strumentale la nostra fragilità ai suoi fini, come suo solito, né pervertire la Legge (che è santa e “spirituale”; cf. Rm 7,12.14) in strumento di morte. L’insperabile è accaduto: è stata fatta giustizia del peccato nella carne di Gesù Cristo e questo evento è divenuto affrancamento nostro. E così, ora, noi possiamo muovere i nostri passi nel cammino «secondo lo Spirito» (Rm 8,4).
Così Paolo presenta lo Spirito Santo al culmine dell’esposizione del suo evangelo ai Romani. Da altri luoghi noi sappiamo che egli è un vento (pnéuma) che non si può sapere da dove venga e dove sia diretto (cf. Gv 3,8), che si manifesta con gli effetti di un consolatore (cf. Is 51,12) per rimanere per sempre e guidare senza predeterminare le cose a venire (cf. Gv 14,16; 16,13). Lo Spirito è colui che «abita in voi» (Rm 8,9), ed è presenza nella nostra vita che ci porta un “molto più”. Un’appartenenza: lo Spirito ci fa essere di Cristo.
Anche la nostra fragilità attende il dono d’amore, l’abitazione del santo Ospite, il legame indissolubile con la vita di Dio. Solo così essa può fiorire – come ci ricordava papa Leone al Giubileo dei Giovani – in «un’esistenza che si rigenera costantemente nel dono, nell’amore», aspirando continuamente a un “molto di più” che nessuna altra realtà creata può veramente darci.