Criteri per il discernimento delle vocazioni all’interno della pastorale giovanile
È necessario parlare di “discernimento”, riguardo alle vocazioni, perché parlare di vocazioni è individuare un luogo di azione dello Spirito Santo. La vocazione non ha una evidenza “naturale”, scientifica, ma una evidenza superiore, soprannaturale appunto, e “spirituale” cioè “nello Spirito”, che attesta al nostro spirito il progetto-mistero d’amore del Padre per ciascun uomo, per l’utilità comune.
Scoprire (col “discernimento”) e vivere la propria vocazione è il modo di essere cristiani maturi nella Chiesa (P.O.6).
Volendo, in questo numero di “Vocazioni”, approfondire il rapporto tra Pastorale Giovanile e Pastorale Vocazionale, potrà essere utile a qualcuno anche questa mia riflessione che si interroga appunto sul rapporto suddetto.
Quando la Chiesa ci ha parlato di vocazione, con preciso riferimento alle vocazioni bibliche, ha sempre messo in evidenza:
1 – l’iniziativa di Dio;
2 – la libera, graduale, quotidiana risposta dell’uomo;
3 – il riferimento alla Chiesa e alla sua missione.
Non ci si può discostare da questi criteri biblici anche per il servizio di “discernimento” delle vocazioni di speciale consacrazione.
1 – Apertura al trascendente
“Io sono El Shaddai. Cammina alla mia presenza e sii perfetto. Stabilirò il mio patto tra me e te, e ti moltiplicherò in modo stragrande” (Gn 17,1-2).
Abramo è invitato a penetrare più profondamente nel mistero di Dio. Più conoscerà questo mistero, trascendente e immanente, più uscirà dalla sua terra, più comprenderà la sua vocazione e la sua missione
Mosè è chiamato per nome e invitato a “togliersi i calzari” perché il luogo dove si trova è terra santa (cfr. Es 1,1-6).
È sempre Jahvè a prendere l’iniziativa dell’incontro. Chiede a Mosè di togliersi i calzari, cioè di perdere tutte le sue sicurezze, protezioni, le idee su di lui. Il solo atteggiamento dinnanzi a lui è quello di dirgli “Eccomi” in un dialogo di libertà e di adorazione.
Gesù “chiama presso di sé quelli che voleva, ed essi si avvicinarono a lui. Egli ne stabilì dodici che stessero con Lui, per mandarli a predicare” (Mc 3,13-15). È Lui che sceglie. Chiede di seguire Lui, di stare con Lui, lasciando tutti.
È sempre così. Se parliamo di vocazione cristiana, dobbiamo sempre ammettere che la vita umana si trascende, che siamo disposti a fare nostri dei valori nuovi, che sono fuori di noi, che sono portati da Cristo, che sono divini. Il primo criterio per discernere le vocazioni è cogliere se e quanta è l’apertura, la disponibilità al trascendente, all’Altro, alla novità che è Cristo. Non potremo parlare di vocazione, se si riduce… all’istinto, al desiderio, alle doti umane, adatte, secondo noi, … a fare il prete o la suora o il missionario.
La vocazione cristiana non è prima di tutto autorealizzazione, frutto dello sviluppo dei valori umani che un giovane ha. Occorre si apra a valori “nuovi”, che vanno oltre, al di là dei valori umani anche più alti, che lui possiede. L’essenza della chiamata è appunto la chiamata, assolutamente libera, di Dio.
Quante volte abbiamo desiderato che ragazzi meravigliosi, umanamente, si disponessero a seguire il Signore più da vicino. Forse …proprio queste doti hanno fatto velo, hanno impedito, a volte, quell’atteggiamento di “poveri” che, solo, permette a Dio di prendere l’iniziativa e agire in loro. Certamente anche l’uomo è chiamato a rispondere con tutto se stesso, con tutte le sue doti. E rispondendo il suo si alla chiamata di Dio, si sentirà pienamente realizzato, anche umanamente. Ma non sono “le doti” al centro della chiamata.
Sarà necessario cogliere il dinamismo del dialogo fra l’iniziativa di Dio e la necessaria partecipazione dell’uomo e delle comunità, fra il dono di Dio e la libera e totale risposta dell’uomo e della comunità in cui vive: le vocazioni hanno questa partenza e questa esigenza primaria ed essenziale.
2 – La libera, graduale, quotidiana risposta dell’uomo
La vocazione non si percepisce in modo straordinario, diretto, quasi miracoloso. Dio si fa sentire e cogliere, anche con grande chiarezza, da coloro che si abituano a stare con Lui nella vita di tutti i giorni, a dirgli di si anche nelle piccole cose, nei semplici inviti quotidiani alla preghiera come alla carità, al compimento del proprio dovere come ai sacrifici più grandi.
Dice il Concilio: “Questa voce del Signore che chiama non va affatto attesa come se dovesse giungere all’orecchio del futuro presbitero in qualche modo straordinario. Essa va piuttosto riconosciuta ed esaminata attraverso quei segni di cui si serve ogni giorno il signore per far capire la sua volontà ai cristiani prudenti; e ai presbiteri spetta di studiare attentamente questi segni” (O.T.11). Le chiamate di Dio passano sempre attraverso i segni, che non sono mai totalmente chiari e sicuri. Richiederanno sempre fede, fiducia, rischio!
La vocazione obbliga a stare attenti alla vita quotidiana. La ricerca dello straordinario, la trascuratezza nel quotidiano sono segno che non si è disponibili a Dio. L’amore nelle piccole cose, la fedeltà quotidiana rende disponibile. Più un giovane sa trovare il Signore, la sua volontà, nella famiglia, nella fedeltà alla preghiera, nella scuola, nella salute e nella malattia, negli amici, nei suoi problemi di crescita, nel mondo in cui vive, più è in grado di cogliere una “vocazione speciale”.
Un ragazzo che vive così, e ce ne sono ancora, è vocazionabile. Gli si può, tranquillamente, fare la proposta della vocazione sacerdotale o religiosa. Nella sua libertà potrà anche rifiutarla, come il giovane ricco del Vangelo (cfr. Le 18,23), ma noi abbiamo visto in lui le reali possibilità di aprirsi a un dono “più perfetto”, che lui stesso in fondo in fondo intuiva o desiderava. “Che dobbiamo fare per ottenere la vita eterna.. Tutto questo l’ho osservato fin dalla mia giovinezza”! (Mc 10,17-20). Però bisogna accettare la sfida di Gesù. Diventare uomini con Cristo, accettando i suoi valori: il Padre, l’assoluto del Regno, la preghiera, la verginità, l’apostolato, il silenzio di Nazareth, la Pasqua, la Chiesa. Accogliere radicalmente questi valori anche sottolineandone particolarmente uno solo è vocazione di Cristo.
Ai nostri giovani facciamo proposte facili o difficili? Chiediamo e proponiamo solo momenti straordinari di preghiera, di carità, di servizio o sappiamo esigere e chiediamo di rispondere alle domande evangeliche della banalità feriale, del quotidiano?
Ci sono giovani che si trovano a loro agio in qualche giornata o anche settimana di “deserto” o di “esperienze straordinariamente belle”, ma poi… passano settimane, mesi, senza pregare, senza confessarsi, non sopportano la famiglia, la loro parrocchia… povera! Che dire?
3 – Il riferimento alla Chiesa e alla sua missione
La Chiesa, “cuore di Dio che batte nella storia” (Mons. Del Monte), si presenta, oggi in un modo particolare, con questi caratteri essenziali, che la contraddistinguono: la comunionalità, la sacramentalità, la missionarietà.
La Chiesa è una comunione, è sacramento, è missione.
Sono tutte accentuazioni che sembrano esprimere meglio, oggi, il suo “mistero”. Lo schema è stato presentato al convegno annuale del CNV: “Nella Chiesa particolare a servizio delle vocazioni”. Ci saranno richiami continui nei prossimi dieci anni su questa linea. Basta ricordare il Piano Pastorale CEI: Comunione e Comunità.
Dal punto di vista vocazionale basterà richiamare quasi come in uno schema essenziale:
a) Se la Chiesa è comunione, anche per il “discernimento” ne deriverà il criterio della comunionalità. Vorrà dire che ogni vocazione, segnatamente quella sacerdotale e di speciale consacrazione, dovrà essere colta e vissuta nella Comunione ecclesiale. Ciò significherà che dovrà saper cogliere l’organicità e la complementarietà dei doni-vocazioni di cui lo Spirito arricchisce la Chiesa di sempre (dal carisma dei pastori a quello dei laici). Significherà pure che si dovrà sottolineare l’originalità, l’irripetibilità di ciascuna persona nella chiesa come la necessaria apertura agli altri (comunione), quasi in un palpito d’amore che dà e che riceve.
b) Se la Chiesa è sacramento, ne deriverà il criterio della sacramentalità.
A livello di vocazione vorrà dire che ogni vocazione è un “segno”, un “sacramento” di Cristo e della Chiesa, nel suo essere, prima e molto di più che nell’operare, nella sua essenza più che nella sua funzionalità.
Tutte le vocazioni sono “segno” di Cristo. Sono “segno” nel “segno sacramento” che è la Chiesa, luogo in cui Dio salva gli uomini lungo la storia.
Forse, anche qui, dobbiamo riconoscere che i giovani di oggi, giustamente, esigono che queste vocazioni di speciale consacrazione si auto-annuncino, con una testimonianza chiara di quello che sono, più che con delle parole e delle affermazioni di principio.
c) Se la Chiesa è Missione, ne deriverà il criterio della missionarietà.
È la tensione verso il mondo. Tutti coloro che prendono coscienza di dovere incarnare nella propria vocazione la stessa ministerialità della Chiesa colgono di essere fatti per servire il mondo, come Cristo servo. Colgono di dovere esprimere con la propria vocazione una modalità diversa della “diaconia” del Cristo e della chiesa, nella storia.
Dal punto di vista della formazione ecclesiale delle vocazioni ciò potrà voler dire:
– ascolto serio degli interrogativi, dei bisogni, delle urgenze, che lo Spirito suscita attraverso la storia, e accoglienza, pure, degli aspetti positivi delle culture antiche e nuove, delle realtà che si incontrano;
– urgenza di una sintesi dinamica fra comunione e missione;
– chiarezza del rapporto fra consacrazione e secolarizzazione, tra consacrazione e valori umani;
– equilibrio fra impegno di evangelizzazione all’interno delle nostre comunità e missione “ad gentes”.
È forse questo uno degli aspetti più delicati, oggi, per il discernimento delle vocazioni.
Concludendo
L’“impresa” delle vocazioni di speciale consacrazioni è tanto grande che, con un minimo di umiltà, si deve ammettere che è proprio una impresa che coinvolge la Chiesa intera. Nessuno può dare, da sé, tutto quello di cui hanno bisogno soprattutto le vocazioni di speciale consacrazione.
La proposta (“segno sacramento” ecclesiale dell’invito divino), l’accompagnamento (“segnosacramento” della paziente, rispettosa cura materna/paterna di Dio), la formazione (perché ciascuno possa diventare quella “profezia”, che è chiamato ad essere), tutto questo è opera concorde di tante componenti, di tante collaborazioni, che solo nella chiesa-sacramento-missione si possono trovare.
La Pastorale Giovanile, anche dei gruppi vivi, si deve confrontare anche con questo criterio ecclesiale, che chiama in causa tutta la comunità.
Qui trovano ampia giustificazione ecclesiale, oltre che pedagogica, i seminari maggiori e minori, per le vocazioni presbiterali, i Noviziati e Probandati per la vita religiosa. Le vocazioni di speciale consacrazione, sia che si presentino fra i ragazzi (e lo Spirito è libero anche oggi di agire come vuole!) sia che maturino nell’età giovanile o nell’età adulta, devono poter trovare strumenti ed aiuti adeguati per la loro verifica e la loro formazione. Tali sono – nello Spirito e nelle disposizioni della Chiesa – i Seminari e i Noviziati.
Tutta la Comunità ecclesiale è chiamata a guardare alle vocazioni di speciale consacrazione come a una Parola di Dio in cui credere, una bella notizia da proclamare, un invito da proporre, un dono-frutto da discernere e da valorizzare per la vitalità di tutta la Chiesa.