Maria Cesira Pazzafini
Consegnare a Dio i biglietti chiusi delle nostre vite
“Chi è degno di aprire il libro e scioglierne i sigilli?”.
Poi vidi, in mezzo al trono,
circondato dai quattro esseri viventi e dagli anziani,
un Agnello, in piedi, come immolato.
[…] “Tu sei degno di prendere il libro e di aprirne i sigilli”. (Ap 5, 2.8-9)
C’è una bambina, in un monastero di Ferrara, dietro le alte mura che ospitano dal Seicento le Clarisse Cappuccine di Santa Chiara: un’anima umile e trasparente che, al trascorrere degli anni, pare non crescere, non invecchiare e chiamano putina – bambina appunto, nella parlata ferrarese –. Resta piccola e minuta, dagli occhi vivacissimi e buoni: i suoi modi di fare sono semplici, non da tutti compresi. La putina è suor Maria Veronica Teresa del Santissimo Sacramento, e in lei pare che la vita abbia inciso solo l’essenziale, sottraendole tutto il resto e lasciandola perciò diversa da ogni altro.
Suor Veronica infatti (nata Maria Cesira) viene al mondo nel 1896 in una famiglia poverissima: i genitori, al momento della nascita, non sono ancora sposati. Mancanze materiali e morali, nonché la malattia del padre che muore quando lei ha 8 anni, incentrano la sua crescita su qualcosa di molto diverso dalla gioia esuberante e dall’allegria cui ogni bambino avrebbe diritto. Per le precarie condizioni economiche della mamma, rimasta vedova, Maria Cesira viene inoltre mandata al Conservatorio della Provvidenza, gestito in Ferrara dalle Suore della Carità di Santa Giovanna Antida Thouret: è un ambiente di carità ma anche di rigore; tra le regole c’è il non poter rientrare a casa. Qui Maria Cesira, che nella sua infanzia tribolata non s’è forgiata molti strumenti per saper stare al mondo con spigliatezza, viene presto fraintesa. Il suo riserbo e la sua timidezza sono mal interpretati. Quando poi Cesira, che non sa più cosa fare, decide di cominciare a frequentare le compagne più intraprendenti, sperando ciò la aiuti, tale scelta non fa che peggiorare la valutazione a suo riguardo. Le suore arriveranno a impedirle di diventare Figlia di Maria, facendola attendere un anno e dandole uno dei più grandi dolori della sua vita.
In un “edificio” che pare cadere in rovina come allora sembrava il suo esistere, tuttavia, il crollo dei “muri” e degli “arredi” (dal buon nome alla compassione, dalla sicurezza all’amicizia) può concorrere a far emergere le fondamenta: mette a nudo l’anima e le dà, seppur a un prezzo altissimo, l’opportunità di rinsaldarsi in ciò che non passa.
Così accade a lei, che inizia un colloquio misterioso con Gesù e Maria e che essi stessi aiutano e correggono. Due episodi, in particolare, la segnano per sempre: la statua di Maria che si anima e da cui la Madonna la guarda con occhi di rimprovero amoroso e di indimenticabile espressività, il giorno in cui Maria Cesira, per non aver potuto occupare un posto che le piaceva in chiesa, risentita si era ripromessa di non cantare più per tutto il mese; e Gesù stesso che dal Santissimo Sacramento le chiede di offrirsi “vittima”. Lei ha paura perché ha compreso che se accetta dovrà soffrire, e non vuole che mali fisici le impediscano di diventare monaca cappuccina come già stava progettando nel suo cuore: è infine solo il confronto con un sacerdote che le restituisce la libertà di rispondere al desiderio di Gesù, imparando che Dio non contraddice né ritira i propri doni ma le sta chiedendo di essere monaca cappuccina nel dono totale di sé per la salvezza delle anime.
Dio in fondo non esige che cambi vita, ma le propone di colmare d’amore per tutti – anziché di trattenere per sé sola, in una tristezza risentita – il mistero della sofferenza che la abita da tempo.
E quando in lei si stemperano le tensioni, anche le suore la guardano con occhi diversi: cominciano ad apprezzarla e la aiutano a realizzare la vocazione.
L’11 marzo 1915, dopo 10 anni trascorsi al Conservatorio della Provvidenza, senza nemmeno passare da casa, Maria Cesira entra così nel Monastero delle Cappuccine di Ferrara. Riceve con la Vestizione il nome di Maria Veronica Teresa del Santissimo Sacramento e da allora resta per quasi cinquant’anni ininterrottamente in quella casa, sino alla morte, eccezion fatta per un periodo in cui la Madre Presidente della Federazione delle Cappuccine del Nord Italia le chiede di accompagnarla nei viaggi e lei, cui viaggiare in macchina dà fastidio, accetta senza troppe domande, piena di stupore per le cose che scopre visitando luoghi nuovi, ma sempre incentrata in Dio e nella comunione con la consorelle.
A Ferrara, quell’umile suora rimasta putina esercita per anni anche l’ufficio di Maestra delle novizie. Una giovane, appena entrata, al vederla rimase «un po’ scioccata» nel constatare – testuali parole – «una persona così, nella semplicità, umanamente ignorante»: eppure in suor Veronica c’è una grande sapienza (quella dei santi cui Dio si confida) e anche tanta bontà di mamma, perché lei non tenne mai una lezione o una conferenza e non faceva lunghi discorsi, ma con parole semplici e incisive e soprattutto con la sua presenza insegnava ad amare Dio, a dilatare il cuore.
Da tempo è gratificata da doni mistici d’eccezione, accolti con una naturalezza rara: vedendo la Madonna, è per esempio portata a credere che la vedano anche le altre, per ritenere in un secondo tempo (quando le si è spiegato che non è così) che la Madonna non appare ai buoni, ma a chi è meno buono e ne ha bisogno. Dopo una delle “visitine” del Cielo, il suo volto irradia una luce inconfondibile e suor Veronica è più allegra, spigliata e loquace: la gioia non può essere trattenuta!
La sua resta una mistica del quotidiano perché – come ha detto una testimone – «La santità non è solo stare sempre in ginocchio. Suor Veronica non stava delle ore in ginocchio: quando aveva finito la sua visione veniva e con la scopa in mano, felice se poteva portarti un oggetto che alleviava la fatica delle sue novizie». Lei così austera, per le giovani procurava se necessario la focaccia e, a una di esse che faceva fatica a riprendere il sonno dopo Mattutino, portò per un anno intero, in piena notte, tante belle zollette di zucchero con qualche goccia per riaddormentarsi. Aveva anche qualche piccolo difetto, era una donna vera. Se qualcuna manifestava una tendenza all’intimismo, le diceva: «Tira su la testa, sta’ bene eretta, di’ al Signore di aspettare». La preghiera non doveva mai diventare occasione di chiusura e ripiegamento.
C’è una cosa, tuttavia, in cui suor Veronica era davvero speciale: l’essere la postina di Dio nel rispondere a tante domande – formulate a voce o per lettera –. Lei che non sapeva quasi niente, esprimeva alla perfezione il pensiero di Dio; si faceva tramite, sempre in modo esatto e che puntualmente si verificava, della Sua volontà per tanti. Una volta, ricevuta una lettera chiusa con la richiesta di rispondere alle domande che conteneva senza aprirla, per obbedienza attese la risposta di Gesù nell’intimo; quindi fece pervenire la risposta non solo alle domande scritte (che non poteva conoscere), ma anche a un quesito rimasto inespresso e che al mittente stava a cuore. Suor Veronica consegnava continuamente a Dio le “lettere chiuse” della propria e delle altrui vite. Lasciava che fosse Lui a leggerle, in spirito di affidamento. Non voleva sostituire alla Sua risposta una strategia umana.
Accettare di restare putina per lasciar crescere solo il Regno di Dio: questa è l’eredità viva di suor Veronica, incamminata oggi – Serva di Dio –, con passo sempre più deciso, verso gli onori degli altari.
Moriva nel suo monastero di Ferrara, per tumore, l’8 luglio 1964, dopo averne ricevuta “l’obbedienza” dalla Superiora, dicendole: «Grazie, Mamma» e subito volando in Cielo.
I doni del Signore non la portavano fuori dalla realtà,
ma anzi la mettevano ancora più dentro.
Parole su suor Maria Veronica
Maria Cesira Pazzafini (poi suor Maria Veronica) nasce a Ferrara il 16 novembre 1896. Rimasta orfana di padre, è affidata al “Conservatorio della Provvidenza”, dove arriva a 8 anni e da cui esce a 18 per diventare Cappuccina. In monastero per quasi mezzo secolo, è trasparenza di Dio in Comunità e per tanti fratelli e sorelle. I doni mistici più alti si intrecciano in lei al senso pratico e alla concretezza dell’amore. Per conoscerla: https://www.suorveronica.org/ (con molti materiali, tra cui i PDF dei Fioretti e dell’Esame di coscienza, editi anche in cartaceo). Inoltre: D. Libanori, D. Bolognini, Suor Veronica del SS. Sacramento e il suo “Tesoro” (Velar); Tanto è il bene (a cura di D. Libanori, Pro Manuscripto, Ferrara).