N.05
Settembre/Ottobre 2026

La corsa di Pietro e Giovanni

Fede e azione, scienza e contemplazione in Scoto Eriugena (IX sec.)

Il passo presentato è tratto da una omelia sul vangelo di Giovanni del tempo posto tra la fine del periodo patristico (che per il mondo latino per convenzione poniamo nel VII secolo) e il periodo medievale. L’autore è una figura misteriosa e affascinante, Giovanni Scoto Eriugena. Misteriosa perché non sappiamo quasi nulla di lui, se non che emerge come una luce fortissima in un tempo che non brilla particolarmente, in occidente, di grandi luci intellettuali. Sappiamo che visse alla corte di Carlo Martello, almeno nella prima metà del sec. IX, in quel tempo che viene chiamato rinascita carolingia. Di origini certamente irlandesi, come dice il suo nome, aveva una conoscenza straordinaria del greco, cosa più unica che rara in quel momento e luogo; ciò gli permise di leggere e tradurre direttamente i testi di molti padri greci, soprattutto Gregorio di Nissa, lo Ps. Dionigi e Massimo il Confessore.

Il testo scelto è l’inizio di una omelia sul vangelo di Gv[1]. Subito dopo una presentazione, classica e bellissima, di Giovanni come aquila, l’autore fa un parallelo tra Giovanni e Pietro. Quest’ultimo è presentato come figura innanzitutto dell’azione: ha dubbi e incertezze (come quando deve camminare sulle acque per raggiungere Gesù); è uomo d’azione nel processo che precede una scelta: il “peso” del nostro umano non permette una vista “pulita”. Giovanni invece è la contemplazione, con la sua vista acuta, una volta che vede il centro di tutto, ovvero la verità, non se ne discosta. Il paragone continua, ed è il testo che presentiamo, con la corsa al sepolcro. Qui Eriugena dice che, sebbene la contemplazione sia più veloce ad arrivare ai tesori nascosti nella Scrittura (il sepolcro della resurrezione) rispetto all’azione, nel momento in cui Pietro entra per primo nel sepolcro, manifesta l’altra sua caratteristica, ovvero la fede; Giovanni invece rivela la scienza. Questa non è intesa come la si comprende oggi, quale realtà fatta di ipotesi e verifiche, basata su ritagli di realtà e condizioni previe ben delimitate, bensì come la vera gnosi, quella di cui parla Clemente di Alessandria, o come la theologia di Evagrio, ovvero la conoscenza personale di Dio. La fede è la prima a entrare, poi segue la conoscenza. Ma entrambe devono cooperare. In un tempo in cui la teologia e la spiritualità spesso sono state piegate a un orizzontalismo del “fare” a prescindere dalla radice profonda di ogni praxis, la meditazione su questi due apostoli è una boccata di… Spirito. L’invito che ci proviene da un misterioso irlandese del secolo IX è quanto mai urgente e opportuno per noi “misteriosi” abitanti di questa prima metà del secolo XXI.

 

3. Entrambi gli apostoli, tuttavia, corrono al sepolcro (Gv 20, 3-8). Il sepolcro di Cristo è la divina Scrittura, nella quale i misteri della sua divinità e della sua umanità vengono protetti dalla densità della lettera come da una pietra. Ma Giovanni nella corsa arrivò prima di Pietro: è perché la virtù della contemplazione, del tutto purificata, penetra gli intimi segreti della parola di Dio in modo più acuto e veloce della virtù dell’azione che deve ancora purificarsi. Eppure, è Pietro che entra nel sepolcro per primo, Giovanni solo dopo. E così entrambi corrono, entrambi entrano. Pietro è simbolo della fede, Giovanni significa l’intelletto. E perciò, dal momento che è scritto: Non capirete, se prima non crederete (Is 7, 9), necessariamente la fede viene prima nell’entrare nel sepolcro della sacra Scrittura, poi seguendola vi entra l’intelletto, al quale l’ingresso è preparato dalla fede.

Certo Pietro volò altissimo, riconoscendo Cristo Dio quand’era già fatto uomo nel tempo e dicendo: Tu sei il Cristo, figlio del Dio vivo; ma più alto volò quello che comprese con l’intelletto che lo stesso Cristo era Dio, generato da Dio prima di tutti i tempi, dicendo: In principio era il Verbo. Nessuno creda che noi anteponiamo Giovanni a Pietro. Chi mai lo farebbe? Chi fra gli apostoli potrebbe essere più alto di quello che vien detto ed è loro vetta? Noi non anteponiamo Giovanni a Pietro, ma confrontiamo la contemplazione con l’azione, l’animo perfettamente purificato con quello ancora da purificare, la virtù che è già pervenuta ad una disposizione stabile con quella che ancora sta progredendo. In questo momento, infatti, non stiamo esaminando la dignità delle persone apostoliche, ma investighiamo la bellissima differenza dei misteri divini.

Pietro, dunque, cioè l’azione che si esercita nelle virtù, vede il figlio di Dio circoscritto in modo meraviglioso e ineffabile dalla carne per mezzo della virtù della fede e dell’azione. Giovanni, invece, cioè l’altissima contemplazione della verità, ammira il Verbo di Dio di per sé, prima dell’incarnazione, assoluto e infinito nel suo principio, cioè nel Padre suo. Pietro, introdotto dalla rivelazione divina, vede le cose eterne e temporali a un tempo, rese una cosa sola in Cristo. Giovanni, di Lui, porta alla conoscenza delle anime fedeli le sole cose eterne.

 

[1] Giovanni Scoto Eriugena, Omelia e Commento sul Vangelo di Giovanni, (Corpus Christianorum in Translation, 31) Introduzione, traduzione e note a cura di G. Mandolino, Turnhout, Brepols, 2018.