N.05
Settembre/Ottobre 2026

“Nihil operi Dei praeponatur”

Niente deve essere anteposto all’opera di Dio

Per chi è familiare con il mondo monastico benedettino conosce bene questa raccomandazione di san Benedetto nella sua Regola[1]. Una raccomandazione che dice molto di più di un precetto da osservare in modo rigido. Parla di ciò che sta a cuore a colui che si fa discepolo di Cristo, ma parla ancora di più del cuore di Dio, del suo amore e della sua cura.

Ma cerchiamo di comprendere cosa significhi e cosa sia veramente l’Opus Dei. San Benedetto ne parla con tanta cura e tanta attenzione nella sua Regola riferendosi alla preghiera liturgica, in particolar modo la liturgia delle ore. Ma è interessante il fatto che non usa mai la parola “liturgia”. Non credo sia una dimenticanza, piuttosto una scelta deliberata per guardare ciò che è il cuore pulsante della vita monastica da una prospettiva particolare.

La parola “liturgia” significa “azione del popolo” e pone l’accento su qualcosa che facciamo noi: l’azione di un popolo radunato, un servizio che offriamo, una celebrazione che portiamo avanti.

Opus Dei dice invece qualcosa di diverso. Il Soggetto cambia. Non siamo più noi al centro, è Dio. Non è l’opera che noi portiamo a Lui, ma l’opera che Lui compie in noi. Questo capovolgimento è tutto. Partecipare all’Opus Dei non significa eseguire un rito, adempiere un obbligo, portare a termine una celebrazione. Significa rendersi disponibili, lasciarsi fare. L’opera è Sua! A noi tocca aprire le mani e non opporre resistenza.

Lungo tutta la Regola, il termine opus Dei nelle sue varie forme latine compare quindici volte, distribuito in otto capitoli diversi. Vale la pena fermarsi su alcune di queste ricorrenze, perché il modo in cui Benedetto le dispone rivela qualcosa di preciso.

Ciò che colpisce, leggendo i passi uno dopo l’altro, è che l’opus Dei viene descritta spesso come qualcosa che “si compie”, che “si celebra”, che “si porta a termine” — quasi che l’azione non dipenda dai monaci, ma si svolga da sé, e i monaci siano chiamati semplicemente a esserci. «…» Quando ha termine l’opera di Dio» (RB 44, 7), «terminata l’opera di Dio» (RB 43, 6), «ogni volta che ha termine nell’oratorio la celebrazione dell’opera di Dio» (RB 44, 2), «quando si conclude l’opera di Dio» (RB 67, 3): il soggetto grammaticale è sempre l’opus Dei, mai i monaci.

In questo contesto, la parola che Benedetto usa per descrivere l’atteggiamento richiesto è sollicitudo — sollecitudine, premura, zelo. «Se ha zelante prontezza (sollicitus est) all’opus Dei» (RB 58, 7): questa è la prima cosa che si osserva nel novizio che chiede di entrare. Non se prega bene, non se ha talento per il canto. Se è sollecito. La sollecitudine è precisamente la virtù di chi vuole esserci. È l’atteggiamento di chi non vuole mancare all’appuntamento, di chi custodisce la propria disponibilità come qualcosa di prezioso.

I monaci si alzano di notte «senza indugio affrettandosi in gara per arrivare primi all’opus Dei, sempre però con gravità e controllo del contegno» (RB 22, 6). Non gareggiano per cantare meglio degli altri, gareggiano per arrivare. Per essere presenti prima che qualcosa inizi senza di loro. È lo stesso impulso che muove chi ama: non arrivare in ritardo non per fare bella figura, ma per non perdere nemmeno un momento di ciò che lo aspetta.

Nihil operi Dei praeponatur. Letta così, questa frase non è un’imposizione, ma un’offerta. Non dice: dovete pregare la liturgia delle ore! Dice: non mettete niente davanti all’incontro con Dio. Non lasciate che nulla si frapponga tra voi e l’opera che Lui sta compiendo. È un invito a custodire la disponibilità, a tenerla libera, a non riempirla di altro. Dunque ciò che viene consegnato dalla Regola, più che essere il linguaggio del legislatore, è il linguaggio di chi suggerisce delle astuzie all’innamorato, di colui che testimonia come, per amore, essere disponibile a lasciarsi trasformare dall’Amore.

Persino i monaci in viaggio, impossibilitati a rientrare in coro, devono celebrare l’opus Dei là dove si trovano, piegando le ginocchia «con trepida riverenza a Dio» (RB 50, 1). Consapevoli che l’opera di Dio non si ferma, continua sempre, il monaco è chiamato a sintonizzarsi su di essa ovunque si trovi perché non è l’opera che aspetta lui, ma è l’opera di Dio che il monaco desidera sia portata a compimento in lui. Se c’è consapevolezza e desiderio profondo, non c’è luogo o situazione che possa essere di impedimento.

C’è un’immagine nel libro del profeta Geremia che mi sembra possa illuminare tutto questo.
«Scendi nella casa del vasaio — dice il Signore al profeta — e là ti farò udire le mie parole». Geremia scende e vede: le mani del vasaio lavorano l’argilla, la correggono, la rimodellano. «Come l’argilla è nelle mani del vasaio, così voi siete nelle mie mani» (Ger 18, 1–6). Mi piace pensare che questa sia la stessa logica dell’opus Dei: il Signore compie l’opera come il vasaio compie la sua — con pazienza, con le mani, senza fretta. E l’argilla non produce niente: si lascia plasmare.

Questo è esattamente ciò che accade quando ci immergiamo nei riti che ci sono stati donati. I riti della preghiera liturgica non sono una nostra invenzione. Sono stati consegnati, tramandati, custoditi attraverso i secoli. Noi li riceviamo. Li celebriamo non perché li abbiamo costruiti, ma perché ci è stato dato di parteciparvi. In questo ricevere e celebrare, senza che noi ce ne accorgiamo, le mani del vasaio lavorano su di noi, l’opera della creazione continua.

La stessa cosa vale per la Parola. Quando nell’Ufficio si proclama la Scrittura, non si pronuncia qualcosa che ci appartiene: si fa risuonare una Parola che viene dall’alto, che viene da un Oltre,  che ci precede infinitamente, che ci è affidata perché essa ci trasformi e, attraverso la nostra vita, possa continuare a parlare ai lontani. Siamo la bocca, non la sorgente.

E i salmi — forse più di ogni altra cosa — mostrano quanto l’opus Dei sia opera di Dio e non nostra. Il salterio descrive l’umano a trecentosessanta gradi: la gioia e il lamento, la gratitudine e la protesta, la fiducia e lo smarrimento, il grido notturno e il canto del mattino. Ma questo umano così pieno, così vero, così contraddittorio, è sempre un umano in relazione con Dio. E attraverso i salmi il Signore ci insegna come entrare e restare in relazione con Dio, con i fratelli, con la storia, con il nostro mondo interiore fatto di sentimenti, gioie e dolori. Cantare i salmi è lasciarsi modellare da un linguaggio più grande, è permettere che le parole di Dio plasmino il nostro modo di sentire, di vedere, di stare al mondo, è far sì che nel nostro cuore possa prendere dimora la lode del Signore e il grido dell’intera umanità. E il Signore ci conduce.

Partecipare all’opus Dei significa lasciarsi attraversare da tutto questo. Significa stare nell’officina del vasaio, aprire le mani, permettere che l’opera si compia.

Dire “liturgia” e dire opus Dei allora è come scattare due fotografie dello stesso evento da angolazioni opposte. Nella prima, al centro ci siamo noi: il popolo che si raduna, che canta, che celebra le lodi di un Dio creatore e salvatore. È una fotografia vera, bella, necessaria. Ma nella seconda — quella che Benedetto ci offre — al centro c’è Dio. Noi siamo lì, certo, ma come argilla nelle mani del vasaio. Come chi entra in una stanza dove qualcosa era già accaduto prima del suo arrivo, e continuerà dopo la sua uscita.

È questo il segreto che si impara vivendo il ritmo delle ore: l’Ufficio non dipende da noi. Non dipende da come ci sentiamo, da quanta devozione riusciamo a portare, da quanto siamo concentrati o distratti. L’opera di Dio è lì, si compie, ci avvolge. A noi è chiesto solo di esserci, di aprirci, di lasciarci trasformare. Allora con il cuore di un innamorato, possiamo desiderare profondamente che niente sia anteposto a questo.

 

[1] Titolo e sottotitolo sono presi da un passaggio della Regola di san Benedetto nella versione latina e nella sua corrispondente traduzione italiana (RB 43, 3).