N.05
Settembre/Ottobre 2026

Principio e fine

Io sono l’alfa e l’omega, il Primo e l’Ultimo (Ap 22,13).

La basilica di Sant’Angelo in Formis si trova sotto le pendici del Monte Tifata, in un punto di convergenza tra numerose storie. Quello che è ora uno dei luoghi più significativi lungo la via Francigena del Sud, è costruito sul podio di un antico tempio romano dedicato al culto di Diana. Secondo le ipotesi più accreditate tra l’altro, “formis” rimanderebbe agli archi dell’acquedotto romano che portava l’acqua a Capua o alle sorgenti presenti proprio nelle vicinanze. 

Furono i Longobardi ad avviare la prima costruzione della chiesa tra la fine del VI e l’inizio del VII secolo e a dedicarla a san Michele arcangelo. Solo dopo un periodo di decadenza, nel 1072, l’abate di Montecassino, Desiderio, inizia la ricostruzione del monastero e della chiesa così come la vediamo, invertendo l’orientamento di quest’ultima. 

Il porticato d’ingresso, che risale probabilmente al secolo successivo, ha cinque aperture, con le storie dei santi eremiti Paolo di Tebe e Antonio sulle lunette, ad attenderci. Tra i due padri del monachesimo cristiano è sempre dipinta una palma, simbolo della vita eterna. Il loro incontro è descritto in due scene ai lati dell’ingresso principale, mentre si abbracciano e quando spezzano il pane che un corvo ha appena portato loro dal cielo. San Michele arcangelo, invece, custodisce la soglia. 

Appena più in alto, in un tondo tra due angeli, c’è Maria come tabernacolo e Arca dell’Alleanza. È associata all’icona della Platytera, “la più ampia”, per la sua pienezza. Mostra l’immagine di una Chiesa in preda alle doglie del parto, che sempre dà alla luce per noi l’uomo nuovo, Cristo. Nella visione dell’Apocalisse al capitolo 12, l’arcangelo interviene per difenderla, ma è presente anche in Genesi. Dopo la caduta del peccato, con Adamo ed Eva che prendono il frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male, inizia per l’umanità un movimento di esilio. E a oriente del giardino di Eden, del Paradiso, Dio mette i cherubini e la spada guizzante a custodire la via all’albero della vita (Gen 3,24). 

Secondo il vangelo apocrifo di Nicodemo, è proprio Michele l’angelo che custodisce questa porta. Il suo nome significa “Chi [è] come Dio?”. È questa la domanda che fa verità dentro noi. Con Sant’Agostino poi prende piede l’idea che l’albero della vita sia Cristo. Nell’epigrafe posta sulla porta centrale, infatti, si legge: “Conscendes coelum si te cognoveris ipsum, ut Desiderius qui sacro flamine plenus complendo legem deitati condit aedem, ut capiat fructum qui finem nesciat ullum – Salirai al cielo se avrai conosciuto te stesso, come Desiderio il quale, ripieno di sacro ardore, compiendo la legge, fondò una casa alla divinità, in modo che ne colga un frutto che non conosca più la fine”. Questa conoscenza di sé è possibile solo davanti a Dio, che conosce tutto a partire dall’amore. Il frutto di cui siamo invitati a prendere per la vita eterna è Cristo, che ci porta a compimento.

Entrando, dunque, possiamo ritornare a casa, e tra le tracce ancora visibili della cella dell’antico tempio pagano (fino al Cinquecento recinzione della Schola Cantorum) proprio sul pavimento, troviamo una rappresentazione in opus sectile dei due alberi che erano nel mezzo del Paradiso. Quello di sinistra, della vita, con sei rami e foglie, e quello di destra, del bene e del male, con quattro frutti circolari, di cui uno nero. 

La basilica è scandita in tre navate da sette colonne marmoree con capitelli corinzi di spoglio per lato. Ed è in questo spazio, che corrisponde al cammino dell’uomo, che troviamo il ciclo pittorico più significativo e meglio conservato dell’arte romanica in Italia. Le pareti sono fitte di scene dai colori vibranti, di cui si percepisce l’influsso delle maestranze bizantine. Questi affreschi sono stati spesso confrontati con le miniature del Lezionario di Desiderio (noto anche come Codex Benedictus o Vat. lat. 1202). 

C’è una corrispondenza stilistica tra il lavoro dei monaci di Montecassino e quello dei maestri di Sant’Angelo in Formis, nelle linee, nel rosso delle gote dei personaggi, nei gesti dinamici che fanno risaltare la ieraticità tipica del linguaggio bizantino. Molte scene del Nuovo Testamento che ritroviamo qui hanno schemi identici a quelli del Lezionario. Si parte però dall’Antico Testamento, con i racconti del principio presenti nella Genesi, da Adamo ed Eva, passando per Noè, la Torre di Babele, Abramo, il sacrificio di Isacco. 

Si procede nella lettura di queste scene dalle pareti più esterne verso l’interno, in un movimento a spirale, rivelando la continuità tra Antico e Nuovo Testamento. Nel mezzo di questo spazio, della navata centrale, c’è l’albero della vita che è la Croce. E poi il movimento è rilanciato, nell’annuncio di Pasqua, nelle apparizioni del Risorto, verso la porta del cielo che è l’abside, per dire che Dio si lascia vedere e conoscere in Cristo, che siamo nel giardino del Risorto. 

Ci si ferma sotto l’albero della Croce. Se in corrispondenza di ogni colonna c’è un profeta, la croce fa saltare lo schema. Si tratta dell’affresco più esteso, la Parola ultima. Si intravede appena, ma al di sopra della crocifissione c’è l’episodio dell’obolo della vedova che spiega la croce: “Ha gettato tutto quello che aveva” (Lc 21,4). Gesù l’aveva vista davvero quella donna, e ancora, dall’alto di questa croce ha gli occhi ben aperti, vede, conosce, ama. 

È l’iconografia del Christus triumphans, che vince la morte: “Mori vita datur, sed mors moriente necatur – la vita è data alla morte, ma la morte dal moriente è uccisa”. Maria e Giovanni stanno sotto la croce e gli angeli affranti, con le personificazioni del sole e della luna, coinvolgono tutto il cosmo in questa redenzione. A sinistra della croce vediamo chi piange per Cristo, a destra chi si volta dall’altra parte, chi getta la sorte sulla sua tunica. Il capolavoro del Giudizio Universale in controfacciata va visto dalla prospettiva di questa croce. Anche qui i beati sono collocati a sinistra per chi guarda (alla destra di Cristo), sono gli uomini che rinascono dalla compassione, dal fianco trafitto di Gesù, dall’altra parte invece stanno i dannati, quelli che non hanno saputo vedere la sofferenza del fratello, lo si evince dai cartigli di tre angeli (Mt 25,31-46). 

Nella mandorla della controfacciata il volto di Cristo in trono è cancellato dal tempo, ma si vedono bene le sue mani. Quella di sinistra, la sua mano destra, con il palmo verso l’alto ad accogliere, quella di destra con il palmo verso l’abisso dell’inferno. Lo stesso trono di gloria lo ritroviamo nell’abside, tra le figure del tetramorfo che corrispondono agli evangelisti. Desiderio (con il nimbo quadrato perché ancora in vita) e Benedetto sono nella fascia degli arcangeli, con Gabriele, Michele, Raffaele. È già la fine, nell’abside siamo al fine del nostro pellegrinaggio terreno. La porta è la croce e il giudizio di misericordia è già avvenuto. Il Cristo Pantocratore offre una parola di benedizione che raduna tutte le nostre parti disperse: “Io sono l’alfa e l’omega, il Primo e l’Ultimo” (Ap 22,13).