N.05
Settembre/Ottobre 2026

Il tempo della visione

«Il presente del passato è la memoria, il presente del presente la visione, il presente del futuro l’attesa» scrive sant’Agostino (Confess., XI, 20.26). Il cuore del tempo è il presente, per i presbiteri nei primi anni del ministero: tra la storia, segnata dalla chiamata, e l’attesa, che riguarda il futuro, questo è il tempo della visione. È quanto emerge dalla ricerca sul clero italiano condotta dal Servizio per la Promozione del Sostentamento Economico alla Chiesa cattolica. Perché nell’arco di vent’anni è mutato profondamente il contesto e il senso di appartenenza alla Chiesa, sono cambiate le persone che frequentano le parrocchie e vanno a messa, sono innovate le tecnologie e le conoscenze.

 

La ricerca di un equilibrio

La vera sfida per i presbiteri è “trovare un ritmo sano tra impegno pastorale e vita spirituale” (51%), trovare un equilibrio tra essere lievito nella massa e lucerna sul monte, nell’ottica non di un aut-aut, ma di un et-et, ossia di una armonia tra l’agire concreto e il contemplare. Subito dopo viene “coniugare la formazione ricevuta con l’impatto della nuova realtà” (45%): è il segno concreto di come la formazione ricevuta in Seminario sia percepita ancora distante rispetto alla vita parrocchiale e che bisogna correre ai ripari per colmare questo gap evidenziato da quasi 1 sacerdote su 2. “Sostenere l’impegno pastorale nell’educazione giovanile” è maggiormente importante per 1 sacerdote su 3 (34%): il lavoro educativo è un punto forte, una chiamata specifica per chi si sente responsabile del cammino dei giovani.

 

L’importanza delle relazioni e della formazione

Un altro aspetto che emerge con forza, soprattutto nei primi anni del ministero presbiterale, è il bisogno di creare relazioni. Per 1 sacerdote su 3, infatti, è importante “coltivare il desiderio di relazione con i confratelli e con i laici” (31%) e per 1 su 4 “avere a disposizione una persona autorevole di riferimento” (25%): la fraternità e la presenza di figure autorevoli diventano risorse vitali per combattere l’isolamento e la solitudine e soprattutto per creare reti solidali di fiducia, di solidarietà e di condivisione.

Solo 1 sacerdote su 5 ritiene importante “sentirsi accompagnato pastoralmente come giovane presbitero” (20%) e “partecipare a incontri di formazione permanente” (22%). Sono dati che fanno riflettere dal momento che, come ribadito dai Vescovi italiani, “la formazione permanente costituisce il paradigma della formazione iniziale, che in essa trova il suo fondamento e la sua ispirazione, affinché risulti chiaro che si tratta di due articolazioni di un unico processo formativo che accompagna la vita del chiamato in tutte le sue fasi, prima e dopo l’ordinazione”. [1]

All’ultimo posto “mantenere viva la relazione con la propria famiglia” (10%): un dato in controtendenza rispetto a quanto emerge negli anni del Seminario, dove la famiglia resta un punto di riferimento centrale, ma che trova spiegazione nel fatto che il presbitero è assorbito dal proprio ministero e ha poco tempo da dedicare ai propri cari.

 

Quando l’entusiasmo incontra la fatica

La difficoltà maggiore per 1 sacerdote su 2 è “essere fedele alla vita spirituale, ai tempi di studio e di riposo” (51%): soprattutto tra i più giovani, l’urgenza di “fare”, il bisogno di essere presenti e soddisfare alle necessità della Parrocchia, sottraggono tempo alla vita spirituale, alla cura di sé, allo studio e al riposo. Altra difficoltà, per 1 sacerdote su 3, è quella di “riuscire a lavorare pastoralmente con altri presbiteri” (34%): camminare insieme ad altri sacerdoti, costruire comunità presbiterali, continuano a essere una fatica e una sfida aperta.

Al terzo posto, per chi è stato ordinato tra il 1993 e il 2005, ci sono le criticità nel “trovare il ritmo tra animazione e formazione nella pastorale giovanile” (33% e 26% del totale degli intervistati): la sfida educativa è quella di trovare nuovi modi e linguaggi capaci di rispondere alle domande di senso dei giovani. Per i giovani ordinati dopo il 2005, invece, al terzo posto tra le maggiori difficoltà riscontrate c’è “mantenere l’equilibrio affettivo” (27% e 25% del totale): è una richiesta implicita di rendere il percorso seminaristico più attento a uno sviluppo umano integrale, che metta al centro della formazione anche l’educazione all’affettività e la capacità di riconoscere, comprendere e gestire le emozioni.

 

La destinazione pastorale, tra desiderio e disponibilità

Il dialogo con il Vescovo in occasione della prima destinazione pastorale, rivela molto in termini di discernimento e ascolto, ma anche di obbedienza e fiducia. Per 2 presbiteri su 3 “è stato guidato prevalentemente da esigenze ecclesiali” (il 66%), un dato che conferma la logica del servizio e la piena disponibilità dei preti a mettersi a disposizione laddove ci sia effettivamente bisogno. Per 1 prete su 3, invece, il colloquio “ha tenuto conto soprattutto delle inclinazioni personali” (34%); la percentuale sale tra gli ordinati prima del 1993 (37%) e quelli ordinati dal 1993 al 2005 (36%) che si sono sentiti più ascoltati e coinvolti.

Tra i presbiteri ordinati dopo il 2005, il dialogo con il Vescovo “ha valorizzato l’abbinamento con il Parroco” (22%) e “ha privilegiato il diventare Parroco tenuto conto dell’età” (9%): risposte che suggeriscono come i giovani preti desiderino essere affiancati con attenzione, accompagnati da un buon Pastore e valorizzati nel tempo. Solo 1 su 10 afferma che il Vescovo “ha valutato la propensione per i luoghi: città, campagna, mare, montagna (10%) e “ha privilegiato la propensione allo studio (9%), segno che al centro non ci sono le preferenze soggettive, ma le necessità della Chiesa e il rispondere positivamente alla proposta del Vescovo.

 

 

[1] CEI, La formazione dei presbiteri nelle Chiese in Italia. Orientamenti e norme per i seminari promulgato il 1° gennaio 2025, 49.