N.05
Settembre/Ottobre 2026

Non i sani ma i malati

La Parola di Dio nella vita del cristiano

Leggiamo nella Lettera agli Ebrei 4,12:«La Parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, fino alle giunture e alle midolla e discerne i sentimenti e i pensieri del cuore». La Parola di Dio, infatti, è parola viva e creatrice: per mezzo di essa il Signore ha creato l’universo (cf. Gen 1) poiché, a differenza delle parole umane, anche religiose, essa è parola che opera ciò che dice, conformemente al significato del termine ebraico “dabar”, che indica non solo la parola pronunciata, ma anche la parola che si fa evento, fatto, storia. Così infatti l’angelo annuncia a Maria che “nessuna parola è impossibile a Dio” (Lc 1,37, traduzione letterale).

La Parola di Dio è creatrice poiché pneumatofora, cioè portatrice dello Spirito Santo, come dice Gesù ai discepoli: «Le parole che io vi ho detto sono Spirito e sono vita» (Gv 6,63), e questo annuncio è estremamente consolante, poiché il Signore ci annuncia che mediante la sua parola egli intende portare la vita a coloro che la accolgono. La Parola di Dio, infatti, è forza che opera nell’esistenza di coloro che accolgono ciò che dice. Per questo la vita cristiana è apertura, un fare spazio alla forza vitale e rigenerante della Parola che è capace di bruciare in noi tutto il male che può albergare nel nostro cuore e creare in noi quel cuore nuovo, quel cuore di carne al posto del cuore di pietra che viene annunciato come frutto dell’opera del Signore in Ez 36,26-27: «Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne. Porrò il mio spirito dentro di voi e vi farò vivere secondo le mie leggi e vi farò osservare e mettere in pratica le mie norme». Per il credente si tratta semplicemente di avere fede e di fare spazio mediante una concreta vita di conversione e un attento ascolto della Parola del Signore, come esorta la Lettera di Giacomo: «Perciò liberatevi da ogni impurità e da ogni eccesso di malizia, accogliete con docilità la Parola che è stata piantata in voi e che può salvare le vostre vite» (Gc 1,21, traduzione letterale).

Salvezza che già ci è dato di sperimentare in questo nostro oggi mediante ciò che il Signore opera con la sua parola e che ha come fine l’edificazione della comunità nella carità, come annuncia la Prima Lettera di Pietro: «Dopo aver purificato le vostre anime con l’obbedienza alla verità, per un amore fraterno non ipocrita, amatevi intensamente con cuore puro gli uni gli altri, rigenerati non da un seme corruttibile, ma immortale, per mezzo della Parola di Dio viva ed eterna. E questa è la parola del Vangelo che vi è stato annunciato» (1Pt 1,22-23.25, traduzione letterale). Il frutto dell’accoglienza della parola del Vangelo è dunque la vita nella fede, nella speranza e nella carità. Questo anche i Padri della Chiesa lo avevano molto chiaro, al punto che un padre del XII secolo, Guglielmo di Saint-Thierry, scrive che qualora uno «sia sostenuto dalla fede, dalla speranza e dalla carità e le custodisca in maniera ferma, non ha bisogno delle Scritture se non nel caso in cui debba istruire altri»[1].

Ma chi può dire di essere giunto a questo? È così che la Parola del Signore viene incontro al credente: essa, infatti, non è stata data per coloro che sono giusti, che vivono in maniera perfetta la fede, la speranza e la carità, poiché costoro non ne hanno bisogno, poiché essi sono sani nel loro cuore, non sono malati. Gesù, invece, ci rivela che egli è venuto come medico per i malati, non per i sani (Lc 5,13; Mt 9,12; Mc 2,17), è venuto per quelli che hanno un cuore indurito ed egoista, è venuto per coloro che non riescono ad amare, ma che hanno in sé sentimenti di odio, di arroganza, di violenza, di vendetta; è venuto per coloro che si lasciano trarre in inganno dalle ricchezze e dagli idoli di questo mondo, dal potere e dal successo, è venuto per coloro che hanno in sé sentimenti negativi di sopraffazione, di invidia, di gelosia, di ira, di possesso, di menzogna, di infedeltà, eccetera. E questi sono sentimenti che albergano nel cuore umano, come ci rivela Gesù (cf. Mc 7,20-23 e Mt 15,18-20), sono sentimenti che il credente può anche non volere, e tuttavia a volte lo abitano. Come si fa a combatterli? È possibile non diventarne preda? È possibile sradicarli dal nostro cuore? Talvolta possono sembrare più forti di noi. E poi, è possibile sradicare un sentimento, un’emozione, vincerla non solo nel senso di non farla sfociare in un’azione, ma anche eliminarla del tutto dal nostro cuore? È questo il grande tema della lotta spirituale, trattato dai Padri della Chiesa, ma già presente nel Nuovo Testamento, il quale ci rivela che la medicina, l’arma per eccellenza per combattere contro il male che è in noi è proprio la Parola di Dio, Parola potente, efficace, Parola che ha il potere di vincere e di distruggere alla radice, di uccidere, di bruciare i sentimenti negativi che talvolta possiamo rinvenire pur non volendoli, nel nostro cuore. È così che la Lettera ai cristiani di Efeso parla della lotta spirituale del cristiano e, descrivendo l’armatura spirituale di cui egli è chiamato a rivestirsi, dice fra l’altro: «Prendete la spada dello Spirito, che è la parola di Dio» (Ef 6,17). Parola ascoltata, Parola, come dicevano i Padri, “ruminata”, Parola accolta nella fede e nella conversione, Parola a cui ci si può affidare perché ha il potere di custodire le nostre vite. Lo dice Paolo agli anziani di Efeso, quando, sapendo che da quel momento non avrebbe più rivisto il loro volto e non avrebbe più potuto prendersi cura di loro di persona, dice che li affida alla Parola: «E ora vi affido a Dio e alla parola della sua grazia, che ha il potere di edificare e di concedere l’eredità fra tutti quelli che sono da lui santificati» (At 20,32). Parola che ha il potere di custodire e di edificare la vita della comunità e di ciascuno, Parola che è la protagonista della vita della Chiesa e anche della sua missione, poiché, ci dicono ancora gli Atti degli Apostoli, essa ha un’energia propria: «La parola di Dio si diffondeva e il numero dei discepoli a Gerusalemme si moltiplicava grandemente» (At 6,6).

Ecco, dunque, per tutti coloro che si sentono malati nel cuore, incapaci di vivere una vita nell’amore, per tutti coloro che sono tentati dalla disperazione, che abitano gli inferi del loro animo, risuona l’annuncio gioioso che se anche talvolta il male può sembrare più forte, è vero anche che, in virtù delle energie della resurrezione del Signore, ormai è stato definitivamente sconfitto (cf. Gv 16,11). Il Signore ci dona la sua Parola come spada e come farmaco per vincere e guarire da questo male e consentirci una vita nuova nello Spirito, una vita da risorti con Cristo (cf. Ef 2,6), una vita veramente umana, non più alienata dalle potenze del male.

Certo, tutto questo non è un atto magico, richiede fede e disponibilità alla conversione, ma se, soprattutto all’inizio, può costare grande fatica, nel corso del cammino la fatica diventa sempre più leggera, poiché la Parola si scrive nel cuore, diventa essa stessa il nostro cuore, ormai trasfigurato e purificato, rinnovato e trasformato da cuore di pietra in cuore di carne. Questo è possibile. Ma allora sorge per ciascuno di noi la domanda fondamentale: io mi sento malato (cf. Ap 3,17-20)?

 

[1]    G. di Saint-Thierry, Lo specchio della fede 6, testo latino in Guillaume de Saint-Thierry, Le Miroir del la foi, “Sources Chrétiennes” 301, a cura di J. Déchanet, Cerf, Parigi 1982, 66.