N.05
Settembre/Ottobre 2026

Toy Story 5, per non “schermare” le emozioni

Trent’anni dopo il primo capitolo, la saga Disney/Pixar ci mette in guardia: nel regno della fantasia comandano ancora i giocattoli, non i device

Vent’anni fa credevamo che il viaggio si fosse concluso nella scatola di cartone lasciata sul vialetto di Andy. Poi abbiamo dovuto ricrederci, accettando il fatto che l’immaginario Pixar sia un eterno ritorno, un moto perpetuo che si autoalimenta. Arrivati a questo Toy Story 5, la domanda non è più “perché?”, ma “fino a dove?”. E la risposta, firmata con la solita precisione digitale, si muove stavolta sul crinale scosceso di una vera e propria guerra di classe oggettuale.

Se il quarto capitolo (2019) esplorava l’esistenzialismo del “rifiuto” con Forky, questa nuova iterazione alza il tiro e affronta il mostro finale del nostro tempo: lo schermo. Woody, Buzz e la storica cerchia di plastica e stoffa – su tutti la cowgirl Jessie, vera protagonista di questo capitolo –, non devono più competere con un giocattolo più moderno o con il trauma dell’abbandono, ma con l’immaterialità seducente dei dispositivi digitali. La cameretta non è più il teatro della fantasia, ma una trincea invasa da tablet, visori VR e intelligenze artificiali giocattolo che non hanno bisogno di una mano umana per prendere vita, perché vivono di algoritmi e pixel.

Il film gioca su questa contrapposizione, che è prima di tutto tattile, sensoriale. Da un lato c’è il calore della plastica consumata, dello scotch che ripara le ali di Buzz, del cordoncino da tirare sulla schiena di Woody; dall’altro la freddezza specchiante del vetro temperato, la luce blu che ipnotizza i bambini e rende i vecchi eroi ombre polverose in un angolo. La regia si fa quasi hitchcockiana nel dipingere i nuovi device come monoliti kubrickiani, algidi e irresistibili.

La forza dell’operazione sta nel non scivolare mai nel facile passatismo. Non c’è una demonizzazione della tecnologia fine a se stessa, quanto una malinconica riflessione sul senso della presenza. I vecchi giocattoli incarnano la memoria, il legame fisico, l’imperfezione che genera il racconto. I dispositivi digitali, al contrario, rappresentano l’infinito potenziale che rischia però di anestetizzare il desiderio.

Il finale, struggente come la Pixar sa essere quando vuole toccare le corde più profonde, riconfigura lo spazio del gioco non come un luogo fisico, ma come uno stato d’animo. Toy Story 5 non è il capolavoro assoluto della saga, ma ne è il perfetto controcanto contemporaneo: un’elegia lucida e commovente sulla fine della materia, che ci ricorda che l’anima delle cose non risiede nel loro software, ma nel cuore di chi impara ad amarle.

 

Schermi paralleli: Giocato sempre sui temi della crescita, Io non ti lascio solo di Fabrizio Cattani, dal romanzo di Gianluca Antoni (Salani), con Giorgio Pasotti e Andrea Matrone. Una storia avventurosa che corre sui territori dell’amicizia e della solidarietà. Con grande delicatezza il film percorre anche temi difficili o impervi, come il trauma del lutto, declinandoli in maniera accessibile e luminosa, ricordandoci che è importante mettere in dialogo le ferite dell’anima per poterle riconoscere e superare. Film per ragazzi e famiglie, dal respiro educativo (Sergio Perugini).