La liturgia dà forma alla vita nuova
Santità e liturgia in Luigi Gonzaga
Il 31 dicembre 1726, Luigi Gonzaga veniva elevato alla gloria degli altari per decisione di Benedetto XIII. Tre anni dopo, lo stesso pontefice lo dichiarerà «protettore degli studenti», mentre Leone XIII, nel 1891, lo designò «celeste patrono di tutta la gioventù cristiana».
Durante la visita a Castiglione delle Stiviere il 22 giugno 1991, Giovanni Paolo II disse: «Luigi è senz’altro un santo da riscoprire nella sua alta statura cristiana. È un modello da additare anche alla gioventù del nostro tempo, un maestro di perfezione ed una sperimentata guida verso la santità […]. Nella sua breve, ma intensa esistenza si avverte la freschezza del Vangelo divenuto vita vissuta».
Credere significa avere la Vita nel nome di Gesù (Gv 20,31). Papa Francesco, in Evangelii gaudium n. 94, ammoniva a non cadere nelle trappole di un neo-gnosticismo (la fede ridotta a concetto) e di un neo-pelagianesimo (la fede ridotta a fatto etico). L’errore è incapsulare l’esperienza spirituale nella sfera psichica a prescindere da un’apertura all’azione trascendente dello Spirito e da una esperienza reale della grazia che trasfigura l’umano. Il ben-essere della santità ci chiede di recuperare la circolarità tra l’annuncio che conduce al mistero dell’altare, il quale, a sua volta, spinge a tradurre la liturgia in vita, che sboccia nella carità. I Padri della Chiesa dicevano che non può ricevere Gesù sotto le specie del Pane chi non lo riceve prima sotto le specie della Parola (cfr. SC n. 56) e, possiamo aggiungere, chi non lo riceve dopo sotto le specie del fratello.
Il Vaticano II ha riaccreditato la centralità della liturgia. Essa «non esaurisce tutta l’azione della Chiesa» (SC 9), tuttavia rappresenta il «culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e il fonte da cui promana tutta la sua energia» (SC 10; PO 5). La liturgia è una forma (simbolica e rituale) che dà vita alla vita cristiana. Le imprime la sua forma cristologica e la sua vitalità pneumatica. Assicura alla vita cristiana il suo fondamento trinitario, l’orientamento escatologico, il contesto comunitario, il luogo genetico e sintetico delle varie azioni missionarie e caritative. La sfida, per noi oggi, è acquisire competenze rituali senza essere ritualisti, diventare esperti di forme senza scivolare in formalismi. Occorre riconoscere il “potere” del rito e riabilitarlo in ordine alla fede.
Non esistono riti “innocenti”, che non lasciano il segno, in positivo o in negativo.
L’intento principale della riforma liturgica era formare i fedeli a porre l’atto liturgico: «La Chiesa si preoccupa vivamente che i fedeli non assistano come estranei o muti spettatori a questo mistero di fede, ma che, comprendendo bene nei suoi riti e nelle sue preghiere (per ritus et preces), partecipino all’azione sacra consapevolmente, piamente e attivamente» (SC 48).
Nonostante gli sforzi lodevoli per formare allo spirito della liturgia, è ancora diffuso il disagio di “assistere” a riti noiosi e insipidi, percepiti come azioni religiose esteriori, prive di risonanze umane. Il riscontro di celebrazioni obiettivamente difettose – perché carenti di spirito di fede e di ars celebrandi – non autorizza comunque ad elevare a principio l’opposizione tra liturgia e vita, come fossero realtà distanti, mentre la liturgia è vita.
Ma quale vita viene comunicata, celebrata e festeggiata nella Chiesa? I riti cristiani non sono proiezioni antropologiche con l’aggiunta di qualche generico riferimento religioso. I “nostri” riti celebrano la vita nuova in Cristo, dunque hanno strettamente a che fare con il mistero della fede. La liturgia non è un discorso sulla fede, ma un esercizio pratico della fede che si inscrive nell’universo simbolico e corporeo dell’umano. I sacramenti sono atti di fede e fede in atto. Lo ricorda papa Francesco: «Se è vero che i Sacramenti sono i Sacramenti della fede (cf. SC 59), si deve anche dire che la fede ha una struttura sacramentale. Il risveglio della fede passa per il risveglio di un nuovo senso sacramentale della vita dell’uomo e dell’esistenza cristiana, mostrando come il visibile e il materiale si aprono verso il mistero dell’eterno» (Lumen fidei n. 40).
La santità cristiana è battesimale nel suo fondamento, come partecipazione alla potenza salvifica del mistero pasquale, ed è eucaristica nel suo apice, come incorporazione sempre più piena al Cristo totale. La koinōnia con Cristo-Capo e il suo corpo ecclesiale è frutto di sinergia, cioè di un’azione congiunta tra l’energia del dono divino e l’energia dell’accoglienza umana. Il dono è l’offerta comune a tutti della filiazione divina (cf. LG cap. V), mentre l’accoglienza del dono è personalissima. Non si trova un santo uguale a un altro; ciascuno consegna al Padre il suo volto singolare di figlio/a forgiato dallo Spirito con il materiale umano di base (carattere, intelligenza, sensibilità, affettività…) intrecciato con il carisma personale. Con le loro peculiarità carismatiche, tutti i santi e le sante sono “esseri liturgici”.
La formazione cristiana deve partire dalla liturgia e portare all’incontro sacramentale con Cristo. La celebrazione possiede una forza performativa originale, infatti «nessun’altra azione della Chiesa ne uguaglia l’efficacia allo stesso titolo e allo stesso grado» (SC 7). A differenza degli approcci formativi che concentrano il soggetto su di sé, la liturgia possiede un «grande valore pedagogico per il popolo credente» (SC 33) proprio in quanto opera il decentramento del soggetto per ricentrarlo sui contenuti oggettivi della fede: i misteri della carne di Cristo, l’azione trasfigurante dello Spirito che edifica la Chiesa, il culto all’eterno Padre (cf. SC 2; 102; 103; 107; 108), l’inserimento nel «Noi ecclesiale» che si attualizza in una concreta assemblea cultuale (SC 2; 6; 10), la santificazione dell’uomo significata per mezzo di segni sensibili (SC 7).
Recuperato, in breve, lo sfondo teologico della liturgia e la sua valenza formativa, possiamo collocarvi la figura di santità concreta rappresentata da san Luigi, di cui ricorre quest’anno il 300° anniversario della canonizzazione. Conosciuto da vicino, il patrono della gioventù non corrisponde all’immagine piuttosto oleografica del paggetto angelicato, emaciato e penitente, con il collo pendente e il giglio in mano. La santità di Luigi, morto a 23 anni, è il risultato della parabola evolutiva di un ragazzo, poi adolescente e infine giovane che si intreccia e coincide con il suo itinerario vocazionale. Le sue nobili origini rappresentano il progetto già “dato”, rispetto al quale egli prese le distanze per seguire l’ispirazione “donata” dal Cielo.
Rispetto al battesimo – che rappresenta il fondamento di ogni cammino di santità cristiana – la vicenda di Luigi è singolare. Le cronache riferiscono che fu «battezzato prima di essere completamente nato», alludendo al parto difficile e al battesimo d’urgenza praticato dalla levatrice. La lettura sapienziale di questo fatto biografico va collocata nell’insieme della sua vicenda, caratterizzata da un progressivo distacco dal casato a cui apparteneva in forza della nascita dalla carne e dal sangue in vista di un’adesione sempre più radicale alla rinascita dall’acqua e dallo Spirito.
Nell’ottica delle tre nascite di cui parla la tradizione – dal grembo materno, dal fonte battesimale e dalla volontà che aderisce al dono di grazia ricevuto – possiamo dire che Luigi, prima ancora di venire alla luce, era già rinato alla vita eterna in Cristo. Si nasce per rinascere e i santi ci insegnano l’arte di attraversare le tappe iniziatiche per assimilare in pienezza l’identità battesimale.
Il principino Gonzaga aveva goduto i privilegi della grazia fin dalla tenerissima età. Confidò che all’«età di sette anni si era convertito dal mondo a Dio». A soli nove anni rimase estasiato in preghiera davanti alla statua lignea del Volto Santo di Cristo nella cattedrale di Lucca. L’anno successivo, nella chiesa dell’Annunziata di Firenze, fece voto di verginità. Fino all’età di dodici anni, quando avvenne l’incontro decisivo con il cardinale Carlo Borromeo; Luigi fu un autodidatta della santità: ricorreva a severe pratiche di penitenza, rifuggendo i balli, evitando le feste e sottoponendosi a duri digiuni.
L’arcivescovo di Milano, in visita a Castiglione, si intrattenne «tanto lungamente a ragionare da solo a solo di cose di Dio con questo angelino tanto favorito da Dio». Venuto a sapere che non aveva ancora ricevuto la Prima Comunione, «non solamente l’esortò a comunicarsi, ma di più volle egli stesso per la prima volta comunicarlo». L’incontro con questa figura “adulta nella santità” cambiò profondamente l’orientamento spirituale di Luigi. L’esortazione del Borromeo a mettere al centro l’orazione sulla Sacra Scrittura, la contemplazione del Crocifisso e la familiarità con l’Eucaristia celebrata e adorata, spostò l’accento dal suo volontarismo ascetico a una fede più mistica, incentrata sulla relazione con la Persona di Gesù. Il santo dei flagelli della penitenza, del giglio della purezza e della corona angelica al posto della corona principesca, è anzitutto il santo della comunione con il corpo di Cristo, in tutte le sue forme e in tutta la sua estensione sacramentale: il corpo crocifisso, il corpo eucaristico, il corpo ecclesiale, il corpo del bisognoso.
La radice liturgica della spiritualità aloisiana è ravvisabile in un testo che costituisce una delle poche riflessioni esplicite di Luigi sulla speciale grazia che si attinge nella celebrazione dei divini misteri. L’orecchio attento può riconoscervi alcuni riferimenti agli Esercizi Spirituali: al principio e fondamento («l’uomo è creato per dare lode, riverire e servire Dio»), al progresso spirituale («procedere di bene in meglio»), alla consolazione («mozione interiore per la quale l’anima prende a infiammarsi d’amore per il suo Creatore e Signore»), al riordinare la vita confrontandola con i misteri di Cristo. Ecco la citazione:
Considera come Cristo nostro Signore per il grande amore che porta a noi sue creature, non manca di porgerci sempre nuove occasioni, con che possiamo fare acquisto della sua grazia, e far progresso nelle virtù; per poter poi all’ultimo conseguire il fine che egli ci ha preparato dell’eterna beatitudine. Per questo ha voluto che nella Chiesa si celebrassero tutti i misteri della nostra redenzione, acciocché rinfrescandoci di tempo in tempo la memoria di quanto il Signore ha fatto e patito per nostro amore, ci eccitiamo ad amarlo e servirlo, e anche a conformare tutte le nostre azioni all’esemplare ch’egli ci ha lasciato della sua santissima vita. Ancor non contento di questo, ha voluto che in particolare della sua santissima e benedetta Madre, come anche di tutti gli ordini dei Santi, si facesse particolare memoria, acciocché fossero come nostri protettori e con le loro orazioni ci sovvenissero nelle nostre necessità spirituali e temporali e anche ci porgessero occasione d’imitare le loro virtù, e l’esempio della loro santa conversazione[1].
Il ritornare ciclico, di tempo in tempo, alla memoria di quanto Gesù ha compiuto per il grande amore verso di noi, consente al credente di assimilare progressivamente i suoi misteri in un’esperienza di crescente cristoformità. I riti sono la forma corporea e simbolica in cui la Pasqua permane e accade, qui e ora, in un evento ecclesiale e personale, che rende possibile fare acquisto della sua grazia, e far progresso nelle virtù. Per la sensibilità di san Luigi, il memoriale liturgico si innesta nell’esercizio della memoria soggettiva, che ricorda e immagina i misteri della vita terrena di Cristo. I riti rinfrescano la memoria spirituale e eccitano a rispondere con il servizio della lode e della carità all’amore divino che si è contemplato e gustato.
La santità aloisiana, alimentata dalla Scrittura e dagli Esercizi Spirituali, rifugge tanto il razionalismo anestetico che mortifica i sensi quanto il sensualismo estetizzante che li esalta superficialmente. Il grande valore che Luigi attribuiva alla concentrazione e al raccoglimento per evitare distrazioni non è in opposizione ai sensi. L’ascesi mette ordine nella sfera sensibile perché non sia di ostacolo alla devozione. I sensi rappresentano, al contrario, la suprema occasione del rivelarsi dello Spirito. La preghiera agisce sui sensi corporei e li collega ai sensi interiori dell’anima, aprendoli alla contemplazione di Cristo, che è presente e agisce soprattutto nella liturgia. Per ovviare al disagio di riti senza senso perché senza sensi, la sfida è l’iniziazione a un’estetica liturgica. É in gioco la competenza rituale dei celebranti (ministri e fedeli) nel porre in atto una forma celebrativa capace di attivare la “sinestesia”, cioè il funzionamento congiunto di tutti i sensi insieme: il vedere Dio e l’essere visti da Dio, l’ascoltare e l’ascoltarsi, il percepire il buon odore di Cristo, il contatto con i suoi segni sensibili, il gustare la sua carne e il suo sangue eucaristici.
Un ulteriore elemento che si evince dalla citazione aloisiana è la dimensione escatologica. Nella famosa lettera alla madre per consolarla della sua imminente dipartita, Luigi le ricorda che presto sarà tra «i dolci e cari abbracciamenti del Celeste Padre, nel cui seno spero potermi riposare con sicurezza, e sempre». Collegata al Paradiso è la comunione spirituale coi santi, i quali rappresentano per Luigi una presenza e una compagnia reale: «Avendo desiderio di qualche virtù dobbiamo ricorrere ai santi. Dal cielo, quelli che sono stati segnalati in una virtù più che in un’altra, promuovono ed aiutano all’acquisto di tale virtù, chi più si ingegna ad ottenerla e, perciò, si raccomanda alla loro intercessione».
L’attuale presentazione del cristianesimo è spesso carente di respiro escatologico. Pure la liturgia, se appiattita sui bisogni immanenti, rischia l’asfissia. L’orizzonte escatologico del Regno, ben attestato dai testi neotestamentari (cfr. l’invocazione liturgica «Marana thà»: Ap 22,20; 1Cor 16,22), è recuperato nel Vaticano II: «Nella liturgia terrena noi partecipiamo per anticipazione alla liturgia celeste che viene celebrata nella santa città di Gerusalemme, verso la quale tendiamo come pellegrini» (SC 8, 103, 104).
Infine, nella santità aloisiana è centrale la imitatio Christi, non come imitazione morale e esteriore del modello esemplare, ma come partecipazione al mistero della figliolanza di Cristo e alle sue virtù divino-umane. L’actio liturgica risveglia in noi la memoria spirituale e stimola a conformare tutte le nostre azioni all’esemplare ch’egli ci ha lasciato della sua santissima vita. Anche nella prospettiva di Luigi, la lex orandi transita nella lex vivendi et agendi. Le tre leggi del pregare, del credere, dell’agire secondo la medesima ispirazione della vita in Cristo sono correlate. La frammentazione di questi legami fondamentali è tra le cause della disaffezione verso la liturgia. Il problema nasce quando al culto rituale non consegue il culto «in spirito e verità» (Gv 4,24). Il rito non sostituisce il discepolato, lo inaugura. In un’epoca in cui la liturgia era piuttosto periferica rispetto all’ascesi e alla pietà, Luigi sa sintetizzare in chiave eucaristica la propria spiritualità incentrata sul Cristo Crocifisso. Nell’Eucaristia è condensata l’esperienza recettiva dell’amore amato e quella pro-attiva dell’amore amante.
L’assimilazione della grazia eucaristica fruttifica su due versanti collegati nell’esperienza di Luigi. Anzitutto, in una singolare fraternità nello spirito con i suoi compagni gesuiti. La sua conversione radicale, da una santità individuale a una santità condivisa nella Compagnia, è da lui stesso interpretata con la bella immagine della nave diretta al porto di Dio: «La Religione [la vita religiosa] è come una nave, nella quale non meno fanno progresso nel viaggio quelli che per ubbidienza stanno oziosi, che altri che s’affaticano a remare». Il motto che scelse per sé all’ingresso nella Compagnia fu: «Come gli altri». Abbandonate le origini principesche, Luigi non reclama in seno alla comunità una posizione di superiorità o di privilegio. All’interno del noviziato si fece promotore di gruppi di fraternità, «per ritrovarsi insieme a ragionare delle cose di Dio nel tempo della ricreazione. [Così] venivano a comunicarsi l’un l’altro con semplicità vari sentimenti spirituali, che Dio dava loro nell’orazione, e così l’uno partecipava del lume dell’altro». Luigi coltivava uno spiccato senso di gratitudine verso chi gli faceva il più piccolo servizio. I santi, spesso esaltati per il loro eroismo negli atti di carità, in realtà, hanno sviluppato tanto la capacità di offrire amore, quanto quella di saperlo ricevere.
La carità fraterna non doveva rimanere una esperienza chiusa nelle mura del Collegio Romano. La chiamata – secondo il desiderio del giovane gesuita – era quella di «andare nelle Indie per convertire quei gentili quando sarebbe stato giudicato bene dai superiori». La Provvidenza realizzò il suo sogno missionario in altra maniera, ma non con minore intensità e totalità. Nella primavera del 1590, a Roma scoppiò una violenta epidemia di tifo esantematico. Luigi si mobilitò per soccorrere gli appestati. Dapprima si mise a mendicare per raccogliere denari, poi insistette coi superiori per ottenere il permesso di visitare gli ammalati insieme ai compagni di collegio i quali, ammirati e coinvolti dalla sua testimonianza di fede e carità, superarono l’iniziale ripugnanza e insieme organizzarono un’azione di carità per far fronte all’emergenza. Il fatto di aver coinvolto i compagni nella dedizione agli appestati amplifica e dà un valore ancor più grande alla «testimonianza della eroica carità» (così Pio XI) consumata nel gesto di soccorrere l’appestato, che agli occhi di Luigi era un “sacramento di Cristo”. La carità che ardeva nel suo cuore ha contagiato una fraternità di compagni che, stretti da un patto di amicizia in Cristo, hanno realizzato fra loro il cerchio santo della comunione. Il loro affetto fraterno si è tradotto nel gesto dell’amore più grande che è quello di dare la vita sull’esempio del Maestro (cf. Gv 15,13; 13,1). L’amore nello Spirito di Cristo (l’agape) è la forza vitale più integra, capace di ricondurre alla loro sintesi tutte le dimensioni della vita umana e cristiana.
La “mistica” del Sacramento ha un carattere sociale, perché nella comunione sacramentale io vengo unito al Signore come tutti gli altri comunicanti […]. Da ciò si comprende come agape sia ora diventata anche un nome dell’Eucaristia: in essa l’agape di Dio viene a noi corporalmente per continuare il suo operare in noi e attraverso di noi. […] fede, culto ed ethos si compenetrano a vicenda come un’unica realtà che si configura nell’incontro con l’agape di Dio. La consueta contrapposizione di culto ed etica qui semplicemente cade. Nel culto stesso, nella comunione eucaristica è contenuto l’essere amati e l’amare a propria volta gli altri. Un’Eucaristia che non si traduca in amore concretamente praticato è in se stessa frammentata (Benedetto XVI, Deus caritas est, n. 14).
Luigi è un santo ancora attuale? Si direbbe di sì, visto che alcuni giovani santi dei nostri tempi, come Piergiorgio Frassati e Carlo Acutis, lo hanno preso a modello. Ma la santità del Gonzaga va recuperata e onorata nella sua verità.
In una conferenza tenuta a un gruppo di giovani da don Giovanni Battista Montini il 25 settembre 1921, il futuro papa insiste su un aspetto della santità di Luigi che è la fortezza nella virtù, una condizione umana che gli ha permesso di rispondere positivamente alla sua vocazione, chiaramente radicata nelle virtù teologali. Il discorso vale in generale per la santità, ma Montini lo applica in concreto a dei giovani che erano reduci della prima guerra mondiale nel corso della quale erano stati testimoni di gesti di eroismo e di degrado morale. Il santo può essere visto anche come “eroe”, non però di «quell’eroismo impulsivo, eroismo cieco, che dura finché dura l’esaltazione passeggera del pericolo, ma eroe d’un eroismo stabile, che nasce da un coraggio che è a sua volta sostenuto dalla nostra fede. Sì, fratelli, la misura della santità è la fortezza della sua virtù. Se noi fossimo forti della fortezza cristiana saremmo santi: che cos’è il peccato se non una forma di debolezza?». E in diretto riferimento al nostro santo, continua:
S. Luigi è stato trattato male da molta gente devota: ne hanno presentato la figura come quella d’un giovane silenzioso, nato colla paura di cento cose, d’uno che non sapesse far di meglio che ritirarsi, che non avesse tanta forza da star in piedi come stanno gli uomini e che perciò si piegasse istintivamente in ginocchio, tutto pio, d’una pietà fiacca, sdolcinata; vi hanno in una parola presentato una figura di devoto, ubbidiente, perché inetto, puro perché senza passione, santo perché debole e malaticcio. Questa non è la vera figura di San Luigi Gonzaga. Egli non è un debole […] Pensiamo cosa dovette costare al giovane Principe Gonzaga il suo sacrificio, pensiamo cosa dovette penare nel sostenerlo contro la volontà di tutti, nel dire il suo irrevocabile sì più forte di tutti i no di quelli che lo circondavano. […] Con la sua persuasione d’amore nel cuore, solo ma con Dio, Luigi resiste. E resiste vincendo. Resiste facendosi santo, resiste perché, sotto il suo umile e tranquillo aspetto, si nascondeva un forte, veramente forte[2].
Oggi come allora, la generazione giovanile è sfidata a sognare nuovi inizi. La “cultura del morbido” che ci avvolge non le sarà di grande aiuto. L’incontro con alcune figure virili di santità cristiana può rappresentare un buon antidoto, purché non si equivochi sulla virtù della fortezza: anch’essa è grazia.
[1] Le citazioni sono tratte da M. Busca, Luigi Gonzaga. Un santo giovane, Centro Ambrosiano – La Cittadella, Milano 2026.
[2] Archivio dell’Istituto Paolo VI di Brescia, Fondo Paolo VI, A.1.1.5.