I giovani di fronte alla progettualità della vita
Ancora una fotografia sui giovani.
La letteratura sulla condizione giovanile sembra toccare i livelli di saturazione. D’altra parte il mondo “giovani” non cessa di stupire per la sua metamorfosi: guai a fermarsi agli anni ‘70 o agli inizi degli anni ‘80. Chi vuole mantenere contatto con quel pianeta non può che accettarne la logica del divenire, con immagini inedite e talora sorprendenti. Qui tuttavia non si vuole mettere un’altra foto nel repertorio “giovani”, ma cogliere alcuni aspetti sotto il profilo dei loro atteggiamenti di fronte alla progettualità della vita.
1. Il futuro strada proibita?
L’adolescente e l’adulto sono le immagini più espressive dell’uomo del nostro tempo. Il bambino e l’anziano sono in crisi: la logica neo-illuministica dell’uomo della ragione e dell’efficienza li ha impietosamente emarginati.
La condizione giovanile non può non fare i conti con questa convivenza: tra l’uomo adulto e la diffusa realtà adolescenziale. Da una parte l’uomo dell’efficienza, della produttività, del successo, insomma il mito dell’adulto, sicuro, riuscito; e dall’altra, l’adolescente, povero di auto-coscienza, fragile, egocentrico, instabile. Anzi quest’età adolescenziale, esasperatamente prolungata nella vita di una persona, veste sovente i panni dell’uomo apparentemente adulto.
Questa ibrida convivenza impedisce di pensare l’età evolutiva in termini di progettazione del futuro come meta di un cammino.
Né dai giovani si guarda al mondo degli adulti come a luogo dei modelli, bensì come ad uno spazio da conquistare per garantire una condizione di benessere con la sua stessa logica.
Ma soprattutto nessuna età viene vissuta come preparazione di quella successiva e tanto meno l’adolescenza: essa vale per se stessa e viene consumata nel presente all’insegna di una progettualità da vita quotidiana. La speranza concreta in un futuro remoto risulta proibita e questo porta con sé la difficoltà a recepire e a interiorizzare i valori che consentono di impostare in termini realistici una scelta di vita: come la pazienza, il sacrificio, il donarsi, il camminare verso mete lontane; vincono invece l’immediatismo, lo spontaneismo, il bisogno di vissuti gratificanti.
Tutto ciò che potrebbe costituire richiamo di un futuro, come la testimonianza di vocazioni precise, viene guardato come un progetto per altri, difficilmente imitabile.
Tra il codice del mondo giovanile e la posta in gioco di una scelta definitiva sembra esserci un abisso non facilmente superabile. I giovani di fronte ad una presenza testimoniante il valore diverso della consacrazione non sono facilmente provocati a riflettere sul proprio futuro.
2. Valori difficili e valori simpatici.
Prima ancora che alla verità delle cose i giovani sono sensibili al loro significato. Anzi se un’esperienza è interessante per la loro vita risulta anche valida. Soggiace in definitiva al criterio delle scelte una forte soggettività con tutte le sue variazioni: dal sentimento, all’emotività, allo spontaneismo.
Con tutto ciò non si vuole affermare che la nuova soggettività giovanile sia radicalmente deviante. C’è invece sul suo versante una sincera “simpatia” per i valori antropologici: come l’attenzione alla persona, il bisogno di riconciliazione con se stessi, la ricorrente domanda di pace, il desiderio di servizio, l’interesse per le problematiche esistenziali come la solitudine, la felicità, la morte. Sono i grandi temi dell’uomo, attraverso cui è possibile il recupero fondante della persona di Cristo e della comunità ecclesiale come pienezza di significato e di verità della vita.
Ancora più precisamente sono i valori antropologici – i valori simpatici – che aprono la strada allo stupore e all’interesse per i valori difficili della sequela come la povertà, la castità, l’obbedienza e soprattutto di fronte alla logica pasquale del perdere la vita per ritrovarla.
I valori difficili da soli rischiano di essere muti, i valori simpatici rischiano di essere vuoti. I consigli evangelici riacquistano tutta la loro forza progettuale se diventano principi animatori e realizzanti dell’umano.
Così il valore difficile della “povertà” cessa di essere estraneo se parla il linguaggio del servizio; il valore difficile della “castità” stupisce ancora se comunica attraverso il linguaggio della gioia come trasparenza di un’umanità realizzata; il valore difficile dell’“obbedienza” parla in modo comprensibile se usa il linguaggio della comunione, dell’unità.
Soltanto in questo incontro tra valori evangelici e valori umani, la soggettività giovanile cessa di esprimersi in generiche ed effimere tensioni ideali e la proposta evangelica evita di apparire un’ipotesi aristocratica di vita per diventare invece una strada seria e percorribile per tutti.
In definitiva soltanto in questo incontro tra valori difficili e linguaggio (che è già espressione di valori), la sequela evangelica riacquista la sua forza progettuale.
3. Le ambivalenze del progetto “giovani”
Ogni ipotesi di vita, ogni progetto per il futuro si presenta davanti ai giovani contrassegnato da alcune fondamentali “ambivalenze” che difficilmente il cammino educativo può eludere.
Sono nodi che impegnano profondamente le scelte dei giovani e le proposte educative.
Anzitutto la progettualità giovanile vive l’ambivalenza tra “auto-gratificazione” e “auto-trascendenza” evangelica. Nessuna persona può rinunciare alla realizzazione di sé. Questa è la sottesa tensione quotidiana esasperatamente sollecitata da ogni parte: dal profondo del cuore umano e d’attorno, con il linguaggio dei mille messaggi ingannevoli o veri.
Il problema dunque si pone: auto-realizzazione sì, ma secondo quale logica? Dell’affermazione di sé o del dono nella logica del seme che muore per portare frutto?
Il progetto giovani si pone tra “rifiuto” e “desiderio”.
Da una parte i giovani, infatti, rifiutano i modelli incapaci di coniugare i valori difficili con i valori simpatici. Là dove il modello di vita consacrata risulta uno stereotipo e non emerge il dono originale e personalizzante dello Spirito, c’è il rifiuto o semplicemente l’indifferenza. Il desiderio permane per quelle testimonianze che incarnano i nuovi valori: dell’umano, dell’essenziale, del servizio, dell’esperienza forte di Dio. Quando i giovani sono in cerca e non sanno dove parare, i casi sono due: o c’è in loro una fragile esperienza di Dio, o un’effettiva difficoltà a trovare dei modelli che rispondano alla nostalgia di radicalità. Spesso il desiderio frustrato diventa rinuncia.
Il progetto oscilla ancora tra “provvisorietà” e “definitività”.
I giovani pur respirando un clima di precarietà esistenziale che diventa fragilità psicologica percepiscono, sia pure intuitivamente, il valore della “definitività” come pienezza di vita, come verità dell’amore, soprattutto nella direzione della vita consacrata. Ma sono anche consapevoli della propria fragilità psicologica. Il passaggio dalle scelte al plurale ad una scelta al singolare che dia senso a tutta e per tutta la vita chiede pazienza, cammini, motivazioni.
Ed infine il progetto giovani si consuma tra “anonimato” e “protagonismo”.
L’anonimato apparentemente rifiutato in nome di un’esigente soggettività risulta, di fatto, la scelta rassegnata o di comodo di molti, moltissimi. Il desiderio di protagonismo si rivela spesso velleitario, senza storia. Ancora una volta la possibilità di spezzare questa parabola di vita in stato di abdicazione è affidata alla forza delle motivazioni e dei cammini di fede, nonché alle capacità propositive degli educatori.
La sfida educativa
La pastorale vocazionale che voglia aiutare i giovani a ricomporre un progetto significativo nella prospettiva dei valori perenni della sequela e non mortificare le risorse di queste ultime generazioni, deve fare i conti con alcuni nodi problematici.
Da una parte è d’obbligo assumere l’esperienza dei giovani per rimotivare per loro il significato più vero e più convincente di risposte globali e l’urgenza di cammini liberanti e decisivi per la loro vita.
Dall’altra s’impone l’urgenza di coniugare i valori con i modelli. Anzi è ancora il caso di dire che i valori da soli rischiano di non essere credibili, i modelli soltanto di stupire. Il modello è la mediazione efficace dei valori; ma è soltanto la pre-condizione per un annuncio chiaro ed esplicito di essi.
La sfida educativa è poi particolarmente impegnata nel proporre una visione ottimistica della vita, una passione profonda per un protagonismo robusto, controcorrente, fondato sull’essere diversi perché di Cristo e sull’essere immersi nel mondo perché profondamente umani.
Infine l’impegno educativo nel cammino pastorale della comunità cristiana è sollecitato a coniugare la “vocazione” come iniziativa e dono di Dio con l’esigenza di un progetto attento alla sensibilità positiva dei giovani e alla loro libertà. Soprattutto è chiamato a ricomporre il progetto con quei valori vissuti in modo frammentario: come la preghiera, il servizio, il sacrificio, la pazienza, la gratuità, la verginità per il Regno.
La parola vocazione, piuttosto familiare almeno nella comunità ecclesiale, ha bisogno di essere riempita di contenuti precisi onde evitare un’astrattezza generica e la conseguente insignificanza.
La sfida educativa posta dai giovani provoca in definitiva gli animatori dei cammini di fede a chiedersi di quali valori essi sono annunciatori e modelli.