N.01
Gennaio/Febbraio 1986

Itinerari pastorali al “progetto di vita” e alla vocazione

 

 

L’argomento e l’interrogativo

Perché la quasi totalità dei giovani e delle giovani che pure dimostrano di possedere le qualità umane naturali e spirituali religiose vicine alla vocazione consacrata, non “passano” di fatto, alla costruzione di un “progetto di vita vocazionale”, non assumono l’impegno totale sacerdotale o religioso?

Lasciamo da parte la maggioranza che si presenta radicalmente priva di libertà vocazionale. Manca la condizione elementare e fondamentale: la sensibilità ai valori elevati, agli impegni creativi di bene, alle chiamate di Dio, ad una vita come progetto personale, comunitario, sociale, cristiano, ecclesiale.

 

Vi sono però minoranze non piccole di “lontani” che posseggono valori umani promettenti e carichi di ulteriori possibilità: insoddisfazione critica e aperta di fronte alla vita, domanda di significato e di buona qualità, solidarietà aperta ai bisogni degli altri, amore per le persone nelle condizioni reali, gratuità di amore senza riserve e generosità, sensibilità per la giustizia, per la libertà, per la pace, impegno di volontariato e per forme di servizio, apprezzamento della povertà non importante e non garantita, priva di potere, gioiosa di dare e contenta dell’essenziale, disponibilità alla presenza e alla partecipazione, donne dotate di crescente autocoscienza culturale, morale, sociale…

 

Vi è poi un’altra minoranza ancor più “prossima” a condizioni vocazionali che personalmente o nei movimenti e gruppi ecclesiali di diversa natura dimostra e vive qualità spirituali di simpatia per la preghiera, di profondità religiosa, di servizio ecclesiale caritativo in nome di Cristo e della Chiesa, di vita evangelica di fede e di amore a Dio e a Cristo; giovani che apprezzano forme elevate di vita fraterna, spirituale, apostolica, anche povera e perfino verginale; giovani che dimostrano ammirazione per fondatori e fondatrici, santi e sante e personalità grandi in Cristo e nella carità, per le presenze e gli impegni delle famiglie religiose, della Chiesa missionaria, che partecipano temporaneamente…

 

Nella condizione odierna di crisi vocazionale, di scarsa adesione e risposta, è sempre rimasta viva e oggi è cresciuta la convinzione che Dio continua a chiamare e che i giovani adatti ci sono, pochi, ma sufficienti, forse anche abbondanti, i migliori, le minoranze valide umane e cristiane. Sono in mezzo a noi, sentono i nostri problemi. Perché non vengono? Perché non “passano” alla costruzione di un progetto di vita vocazionale consacrata?

 

Qualcuno dà la colpa, almeno in parte, o forse anche il merito di questo mancato passaggio, all’estensione del concetto e del valore vocazionale umano e cristiano ‘al di là delle forme consacrate tradizionali: alla vita familiare, al volontariato, a ogni collaborazione nella comunità…

Oggi non è ancora facile definire i progetti di Dio a proposito della distribuzione del quadro vocazionale nel popolo di Dio e nella Chiesa. Ma si può essere d’accordo sul principio che il Signore vuole più preti e più religiosi, più laici consacrati. Poi si distribuiranno le proporzioni.

Dunque s’impone la domanda: perché non vengono? Perché non “passano”? Perché non perseverano?

 

 

 

L’ipotesi per una risposta

Non è facile rispondere. Siamo in presenza di fatti pieni di mistero, da parte di Dio che chiama, del soggetto umano che risponde, della comunità che media e accompagna, delle più vaste vicende ambientali dell’umanità e della stessa Chiesa.

 

L’ipotesi che pongo è che sia necessaria una globale condizione di “fortezza” che è insieme dono delle Spirito Santo e virtù cardinale che fonda la vita personale e comunitaria. Il discernimento è retto dalla prudenza. Ma la prudenza, secondo S. Tommaso, è sintesi di intelligenza e di coraggio, detto in termini cristiani, di fede e di amore coerente. Da qui seguono la chiarezza della visione e la fortezza nelle decisioni.

Consideriamo i fattori-agenti della chiamata-risposta-mediazione che condizionano l’andamento dell’itinerario vocazionale, dentro i quali va ricercata la nuova “fortezza”. Essi sono i seguenti:

1) La Grazia di Dio. Dio chiama, ha su ogni persona un suo progetto d’amore, una volontà di bene e di impegno. Ora anche molti giovani che Dio dota di qualità umane e religiose buone e perfino eccezionali possono non essere da Lui chiamati alla consacrazione. E quelli stessi che dota e chiama, li lascia ancora condizionati al buon lavoro degli altri fattori, cui però non lascia mai mancare i suoi aiuti. Però affinché i giovani umanamente validi ascoltino la vocazione devono immergersi personalmente negli universi della fede, della carità, della comunità, della vita cristiana.

2) La vitalità profonda. Non è solo salute e intelligenza, capacità razionale o pratica. E soprattutto sensibilità e inclinazione, ascolto e risposta alle stimolazioni interne dei valori superiori d’alto livello, vivacità e generosità spirituale.

La vocazione e le vocazioni sbocciano e crescono solo ai livelli profondi o alti della vitalità interiore.

Questi fondano la possibilità remota oggettiva e preparano la disponibilità prossima e soggettiva, personale, concreta che sostiene direttamente le scelte impegnative di una consacrazione.

3) L’ambiente socio-culturale. È il luogo del processo di socializzazione, di inculturazione. Decide o condiziona la formazione della personalità di base, la costruzione dei fondamentali sistemi di significato, la composizione dei quadri e delle gerarchie dei valori e modelli, la definizione della vita come progetto e del progetto di vita, lo sviluppo dei sistemi personali di identità, di appartenenza, di partecipazione.

4) La libertà personale. Opera giudizi e scelte, prende decisioni, orienta in modi elettivi e impegnati la valutazione, l’interpretazione personale, i giudizi pratici, fissa l’amore privilegiato e privilegiante, risolve con creatività fedele e crescente tutte le ambivalenze.

5) La mediazione educativa. E opera di persone, gruppi, istituzioni in grado di stimolare, liberare, arricchire, guidare, convogliare in unità armonica tutti gli altri fattori con risultato valido e efficace.

 

Il “passaggio” alla consacrazione è il frutto di un’opportuna convergenza di tutti questi fattori, al giusto livello di chiarezza e fortezza: che Dio chiami, che il soggetto sia naturalmente dotato, che l’ambiente sia favorevole, che la libertà sia in grado di stimolare, amare e volere la scelta, che la mediazione sia valida ed efficace.

 

 

 

 

Dalla diagnosi alla soluzione efficace

Non potremo mai contare su una sicurezza quasi deterministica. Però conosciamo le vie per sbloccare la situazione problematica definita all’inizio. Che fare? Sono necessari tre livelli d’intervento.

 

1) Potenziare al massimo i valori umani, la vitalità-libertà-disponibilità umana, personale, culturale, sociale, morale, esistenziale. Bisogna spingere a fondo la capacità di questi giovani di acquisire sistemi di significato, interpretazioni profonde, valorizzazioni attraenti, giudizi teorici e pratici critici, coltivare progetti e piani di vita generosi ed esigenti, una chiara e forte identità di appartenenza, la disponibilità di impegnarsi nella partecipazione promozionale critica, creativa, solutiva, con volontà di costruire la storia da protagonisti.

Purtroppo la condizione della socio-cultura dominante è debole, dispersiva, pluralistica fino alla conflittualità, mediocre, utilitaria, decadente. Non favorisce questi esiti nei giovani, non li aiuta a passare dal piano del piacere e della soddisfazione immediata, dal piano gretto dell’utile, al piano dei valori, della socialità, della storicità, della trascendenza. Perciò i giovani oggi mancano di progettualità, di sistemi di significato e progetti integrati, validi ed efficaci.

Doti di natura, qualche situazione favorevole, mediazioni educative e comunitarie produttrici di personalità, gruppi, impegni seri possono produrre e potenziare l’eccezione.

2) Inserire valori religiosi e cristiani vivi, autentici, dinamici nei giovani che hanno valori e progetti e impegni “laici” secolarizzati e secolari. Questi devono essere aiutati a includere convenientemente entro tali quadri, gerarchie e sistemi d’impegno, anche i valori religiosi e cristiani. I migliori valori-progetti umani possono accogliere l’apertura trascendente religiosa e cristiana, se quelli sono autentici, senza pregiudizi, senza rifiuti d’apertura e disponibilità, se questa si presenta come via di piena realizzazione, di integrazione in un meraviglioso processo di Vita-Fede-Vita. Qui è possibile ascoltare le chiamate e intendere le missioni vocazionali.

3) Disporre prossimamente alla consacrazione, ecclesiale, ministeriale, religiosa, laicale, missionaria. Se Dio chiama, se le mediazioni funzionano opportunamente, questo può essere lo sbocco dei due cammini precedenti: l’ascesa naturale e l’ascesa religiosa, cristiana, ecclesiale condotta fino alla radicalità totale del dono di sé.

Certamente si pongono alcuni interrogativi: per quali vie nasce l’ipotesi-opzione vocazionale consacrata? Quali cammini bisogna potenziare?

 

 

 

Le vie del “passaggio” alla consacrazione

1) La via della preghiera. È la via permanente evangelica della preghiera al Signore delle messe, al Padre di Gesù, della Chiesa, del mondo, delle vocazioni, al principio delle chiamate e delle missioni.

Preghiera forse da migliorare, da rivolgere con maggior fede, purificazione, santità, con maggior disponibilità ad ascoltare le risposte che invitano alla conversione, al cambiamento, all’attuazione della volontà e dei modi di Dio nella proposta, nella formazione, nell’azione. Preghiera da estendere alla partecipazione degli stessi giovani, perché è luogo privilegiato dall’infusione dello Spirito. Resta vero che “non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi” (Gv. 15, 16).

2) La via della proposta. Troppi giovani disponibili alla consacrazione non hanno mai ascoltato una seria chiamata. C’è ancora chi non la rivolge mai, chi dubita del valore della proposta radicale, chi non sa porla con chiarezza, con la dovuta fortezza. Eppure lo stesso “Gesù salì sulla montagna, chiamò a sé coloro che egli voleva, ed essi andarono con lui” (Mc 3, 13). Forse alla proposta manca una qualità che nella Chiesa primitiva fu regola, e che nel passato un po’ lontano era più presente, oggi quasi scomparsa per migliore equilibrio, ma anche per minore intimità con i piani dello Spirito.

Chi oggi osa dire “tu devi”? Stiamo lontani dal presumere eccessive ispirazioni, dal decidere per gli altri, dal rischiare costrizioni morali. Ma nell’esperienza dei giovani la vocazione sta diventando qualcosa di debole, quasi lasciato o ai grandi entusiasmi, o alle ispirazioni affettive, a vaghe spontaneità. Forse è da ripensare la possibilità di ben altre vie. Proprio all’interno delle qualità umane e delle esperienze religiose ed ecclesiali d’alto livello, una volta riconosciuta mediante discernimento spirituale e pastorale l’idoneità psicologica, morale, specifica, i giovani dovrebbero mettere in bilancio ordinario un dovere morale di ascoltare la chiamata della consacrazione. Questa risuona attraverso il riconoscimento del valore oggettivo di essa, attraverso la voce del bisogno della Chiesa e del mondo, delle comunità vicine e lontane che si fa bisogno di vocazioni, attesa di consacrati in quantità e qualità rispondenti alle necessità generali, locali, specifiche di ministeri e di carismi. Dovere morale da sentire a livello di intelligenza e volontà, cioè di fede e di amore in grado di produrre l’ultima decisione di scelta della risposta generosa sulla base dei cammini umani e religiosi iniziati e così condotti a termine. C’è il bisogno, lo conosci e lo senti; se puoi, devi. È necessario che io risponda. Dio conta su di me.

Sarà un giorno di autentica maturità della comunità cristiana e dei suoi membri, dei suoi giovani. Non deve restare un sogno. Sarà una grande conquista da maturare nello Spirito. Quel giorno anche le altre vocazioni non consacrate viventi e operanti nella Chiesa non saranno segni di mediocrità e di mancanza di maturità e di generosità. Saranno anch’esse frutto di diretta chiamata e risposta, a loro volta e a loro modo radicali, totali, evangeliche, complementari con le vocazioni dei fratelli e delle sorelle che si consacrano formalmente.

L’andamento attuale delle vocazioni di fatto rivela comunità di soggetti tendenzialmente deboli, poco autentici, poco liberi della libertà dello Spirito, lontani da un’attuazione sciolta e adeguata del Vangelo. La stessa maturità umana ed ecclesiale di molti giovani è più un’illusione che una realtà. Sono fiori non così forti da dare frutti maturi nelle misure volute dallo Spirito per la vita, per il servizio, per l’avvento del Vangelo. L’educazione cristiana ordinaria e la pastorale giovanile sono in crisi, non le vocazioni consacrate.

3) L’auto-proposta. Prendiamo atto anche di questa bella realtà presente nella storia di molte vocazioni d’oggi. Molte giovani vocazioni ammettono che tra la ricerca, la preparazione remota, tra la proposta generica o anche più precisa e la loro risposta c’è stato un momento di misteriosa libertà spirituale in cui è maturato il sì stabile, definitivo o, in altro senso, iniziale d’un cammino ormai tracciato e progressivo. Lo chiamo auto-proposta, quasi un dialogo interiore con se stessi nell’intimo dello spirito in ascolto delle voci di chiamata di Dio, della chiesa, del bisogno, delle persone impegnate, della comunità dei fratelli, della stessa esperienza della vita e del mondo. Perché avvengano i “passaggi” vocazionali di cui trattiamo, questi momenti di auto-proposta devono moltiplicarsi, acquistare maggiore chiarezza e forza, fino ad essere adeguati per la scelta decisa e definitiva.

4) La credibilità di ciò che segue. E tema ancora non abbastanza meditato. Eppure oggi è realtà certa che molte vocazioni si arrestano ai primi gradini della validità umana e religiosa personale, libera, immediata, quotidiana, senza “passare” alla consacrazione, perché questa situazione risulta l’unica chiara e certa. Il proseguimento consacrato risulta o confusamente o chiaramente rischioso, carico di incertezze, di interrogativi. Magari l’esperienza dell’incontro di persone e di ambienti lo ha già segnato di precise e definibili contro-testimonianze, perfino di minacce di perder qualcosa di prezioso. Di fatto la “consacrazione” può apparire, anche a molti giovani adatti, minacciosa o limitante per la libertà spirituale, per la carità libera di rispondere ai bisogni reali, per la autenticità delle espressioni della vita spirituale, fraterna, apostolica.

Gli aspetti istituzionali connessi con la consacrazione possono sembrare problematici per l’autenticità dello spirito evangelico.

Non sono solo ombre. A causa delle contro-testimonianze, timori e perplessità purtroppo hanno fondamento. Hanno anche chi si incarica di farli presenti, chi purtroppo li pubblicizza con una vita rassegnata, spenta, sia individuale che di comunità, di categoria, come accade ogni volta che è eccessiva la dimostrazione di mediocrità nella vita spirituale, nelle relazioni profonde fraterne, nell’apertura esterna degli impegni apostolici. Altre perplessità vengono dagli itinerari di formazione incerti, antiquati, discutibili.

Non voglio esagerare, ma sono questioni serie da risolvere per liberare la decisione di proseguimento e di consacrazione offrendole condizioni d’attrazione e credibilità.

La constatazione che non si è ancora fatto tutto il bene possibile riempie di speranza, perché indica i cambi che renderanno la via più percorribile.