La Pastorale Giovanile è Pastorale Vocazionale?
Forse qualcosa sta cambiando nell’orizzonte giovanile. Stufo di sentirsi dare del rinunciatario e del disimpegnato, d’esser considerato fifone e senza ideali, o schiavo d’una logica di riflusso e privo di senso comunitario, il giovane d’oggi sta lanciando qualche segnale contrario. Probabilmente è ancora troppo presto per parlare d’una autentica inversione di tendenza, ma sarebbe errore imperdonabile non tener conto, ad esempio, di quella ricerca di senso unita ad una certa disponibilità ad appassionarsi per qualcosa, di quel ritrovato gusto a lottare e costruire assieme in vista d’un futuro che vuole diverso… per citare solo alcuni di quei segnali. Certo, non è colpa dei giovani se oggi viviamo nell’“era della depressione”, secondo l’espressione di Arieti, o se esistono troppi adulti rimasti adolescenti (la famosa “sindrome di Peter Pan”); ma è responsabilità proprio degli adulti, e in particolare degli educatori (non solo i genitori), cogliere quei segnali con il potenziale positivo che contengono, per cercare di fornirvi risposte adeguate. Ed è ancor più compito specifico d’una pastorale giovanile (PG) programmarsi anche in funzione di queste nuove esigenze, per non lasciar cadere la speranza ch’esse sottendono.
Una pastorale “naturalmente” vocazionale
Che la pastorale sia “naturalmente” vocazionale non è più una novità nella mentalità della chiesa italiana: “la pastorale vocazionale non è un ambito della pastorale della comunità cristiana bensì la prospettiva unificante di tutta la pastorale nativamente vocazionale”[1]. E ancora: “nella pastorale ordinaria d’una comunità parrocchiale, la dimensione vocazionale non è dunque un ‘qualcosa in più da fare’ ma è l’anima stessa di tutto il servizio di evangelizzazione che essa esprime”[2].
Sembrerebbe un dato scontato, recepito com’è, in modo così chiaro, dai documenti. Di fatto è segno d’una maturazione particolarmente di questi ultimi anni, in cui la chiesa italiana ha reagito alla crisi vocazionale con un impegno ammirevole, che se non ha risolto del tutto la crisi ha però contribuito a creare una mentalità che darà senz’altro i suoi frutti. Più in particolare si ha oggi coscienza che la PG deve essere vocazionale: “Pastorale giovanile e pastorale vocazionale sono complementari. La pastorale specifica delle vocazioni trova nella pastorale giovanile il suo spazio vitale. La pastorale giovanile diventa completa ed efficace quando si apre alla dimensione vocazionale”[3]. Una volta di più una situazione oggettiva di crisi s’è rivelata provvidenziale per capire cose che forse in condizioni normali non sarebbero emerse così evidenti. Ora però è importante che gli strumenti messi in atto nella fase d’emergenza divengano sempre più prassi quotidiana e, soprattutto, siano impiegati all’interno d’un piano pastorale organico e corrispondente, che prima d’esser metodologia s’ispira a precisi criteri di fondo.
Ne vediamo solo alcuni sottolineando il versante più propriamente antropologico.
A tale scopo analizzeremo, quasi un’explicatio terminorum, alcuni derivati del termine “vocazione”, che anche se correntemente usati con accezioni diverse o leggermente dissimili, ci aiutano a capire meglio quel fenomeno umano-divino che è la vocazione, evidenziandone aspetti originali e arricchenti. I tre termini scelti sono: evocazione, pro-vocazione, in-vocazione. Una PG che voglia essere “naturalmente” vocazionale dev’essere e-vocante, pro-vocante, invocante.
1. Una pastorale e-vocante
E-vocare vuol dire originariamente “chiamare”, o “richiamare”, o “tirar fuori da …”; nel nostro contesto significherebbe una PG capace innanzi tutto di “tirar fuori” la verità dell’io. Tale dimensione evocativa è tra gli aspetti più importanti d’una pastorale rivolta a persone che sono alla ricerca della loro identità, del posto da occupare nella vita, ecc., e che spesso sono soli in tale ricerca, privi d’aiuto e di metodo, disorientati dalle contraddizioni della loro età e della società. Una pastorale che voglia essere naturalmente vocazionale non pretende rivelare immediatamente al singolo la sua vocazione o sollecitare sic et simpliciter una sua scelta in tal senso (come fanno sbrigativamente certuni). Sarebbe improduttivo e scorretto. È ingenuo, infatti, pensare che basti presentare un valore, per quanto affascinante e.. .rivelato, perché l’altro vi riconosca il suo progetto e si decida a farlo suo; come non è lecito a nessuno fare pressione, per quanto sottile e benintenzionata, perché il giovane scelga l’optimum (o ciò che si ritiene esser tale). Il dilemma della scelta dello stato di vita suppone la soluzione o almeno la corretta impostazione del problema più radicale della scoperta del proprio io e della sua dignità. È qui che la PG ha un ruolo insostituibile e può offrire al giovane qualcosa di assolutamente prezioso. Non offrendo soluzioni immediate, ma indicando metodo e contenuti, come espressione d’una fede, che possono aiutare ad affrontare e risolvere il quesito formidabile della propria identità. In sintesi estrema potremmo indicare un’articolazione dell’aiuto in tre momenti:
a – Sarà forse necessario in certi casi sollevare il problema, abbattendo la facile giovanile presunzione di saper già tutto di sé, di conoscersi perfettamente nel negativo e nel positivo, e di poter – di conseguenza – progettare il futuro quasi deducendolo logicamente dal presente, all’interno di un’operazione del tutto ed esclusivamente razionale. È importante invece aiutare il giovane ad accettare di non sapere, a capire soprattutto che non possiede la chiave per sciogliere l’enigma di se stesso e non gli conviene dunque, né gli basta, specchiarsi nelle sue cose, interessi, esperienze… come se già avesse un nome o fosse sufficiente l’anagrafe per sapere chi è! È possibile, allora, e saremmo sulla buona strada, che gli nasca dentro un … bisogno di rivelazione, come frutto della coscienza della sua radicale povertà e desiderio che l’Autore stesso della vita gliene sveli il senso e il posto che ha da occupare in essa. Solo Lui lo può fare…
b – Quanto più è intenso e magari sofferto questo bisogno di rivelazione, tanto più s’affina la sua fede e il suo rapporto con Dio. Il giovane scopre, non senza sorpresa, che può conoscersi solo all’interno di questo rapporto col Dio vivente, è uno davanti a Dio, tanto più se stesso quanto più in contatto con Lui. E si ritrova spontaneamente a pregare, attratto e “chiamato” da questo Dio che nel momento stesso in cui gli Si manifesta nella Sua propria divinità gli rivela anche la sua umanità; e impara a leggere – gustare la Parola, in cui ogni giorno si fa sempre più chiaro il mistero della sua vita, nascosta con Cristo in Dio. La preghiera come spazio gratuito evocante la verità dell’io!
c – Ne dovrebbe venire – come conseguenza – una sorta di riconciliazione con se stesso, un sapersi accettare per quello che è, contento del positivo che si ritrova dentro senza esser sconvolto dal negativo che pure è presente nel proprio io. Ancora non lo conosce il suo progetto vocazionale, ma è certo che Dio Padre glielo rivelerà e porterà a pienezza quel positivo.
Quando l’operatore pastorale ha maturato nel giovane questa sensibilità e questa certezza, ha anche creato in lui una disponibilità obbedienziale a seguire il piano tracciato dal Padre. Qualsiasi esso sia. Solo a questo punto può fare la sua proposta.
2. Una pastorale pro-vocante
Pro-vocare significa etimologicamente “rivolgere un appello che va oltre…”, dunque spingere a superarsi, ad aprirsi al futuro, ad andare al di là di sé. In tal senso è abbastanza vicino al senso che anche nel linguaggio corrente si dà a questo aggettivo, ma soprattutto sembra in linea con una delle esigenze caratteristiche del giovane d’oggi, come abbiamo segnalato più sopra, quella appunto di tornare a sentirsi responsabile della costruzione del futuro. Una PG deve necessariamente essere pro-vocante, ossia propositiva e stimolante, in vista d’un progetto che sovrasta l’uomo e lo protende in avanti, non semplicemente su misura di quel che il giovane pensa di poter fare, ma di quel che Dio ha già fatto e sta facendo nella sua vita. Non avrebbe proprio senso, e non potrebbe mai diventare “naturalmente” vocazionale, una pastorale che non sottolineasse abbastanza l’alterità e trascendenza di Dio, che non avesse il coraggio di presentare le pretese di questo “esigentissimo amico”, e non fosse capace di mostrare il nesso essenziale e pure logico tra l’appello del dio trascendente e la piena auto-realizzazione dell’uomo. D’altro canto esiste anche il pericolo di sottolineare e provocare eccessivamente, col rischio conseguente d’imporre obiettivi impossibili e di falsare il senso della chiamata, come fenomeno che nasce dall’amore e reclama amore. Si evitano questi pericoli se la provocazione avviene all’interno di questa logica:
a – È necessario partire dalla scoperta della vita come dono, cercando il più possibile di soggettivare tale verità, troppo spesso data erroneamente per scontata e che dovrebbe già essere emersa nella precedente fase, spingendo a verificarla nel contesto della propria storia, colma di innumerevoli doni che una volontà buona ha donato attraverso tantissime mediazioni. Il giovane deve giungere al punto di cogliere se stesso, tutto quel che ha ed è, le doti e le realizzazioni, come un grande e meraviglioso dono, del tutto gratuito. Dovrebbero allora nascere alcuni atteggiamenti, come conseguenza logica di questa scoperta: la gratitudine verso tale benevolenza; la gioia per tutto il bene che possiede, ed è sempre tanto!, e per quello che vede attorno a sé; l’accettazione ancor più motivata di sé e pure degli altri, portatori anch’essi di beni inestimabili; la sensazione di non esser proprietario e padrone, ma solo beneficiario d’un dono tanto grande quanto immeritato; e soprattutto, la decisione di… voler vivere accogliendo l’appello che l’esistenza concepita come dono lancia e che non è mai subito chiaro. Voler vivere è consegnarsi con piena disponibilità a questo mistero che ci sovrasta accettando una ragione e una logica che ci sfuggono, ma che sono dentro la vita stessa e da cui dipende la piena realizzazione dell’io. “La vita, infatti, accolta e vissuta, è dimensione che si protende in avanti, è abbozzo di un progetto che chiede di perfezionarsi, attuandosi. La vita viene così sperimentata come dono e come impegno. Il ‘sì alla vita’ celebra il dono e assume responsabilmente l’impegno”[4].
b – È a questo punto che si può fare la pro-vocazione vocazionale. Ma solo come risposta, o tentativo di risposta, al dono ricevuto, a quanto Dio ha già fatto. Il giovane deve esser condotto a sentirla come qualcosa di logico e consequenziale, qualcosa che non potrebbe ormai esimersi di fare, ma che rappresenta sempre poca cosa di fronte al tanto che Dio ha già operato in lui.
E mentre abbozza il tentativo di risposta il. mistero progressivamente si chiarisce e il progetto si delinea, e quella ragione e quella logica che prima sembravano sfuggire diventano opzione quanto mai ragionevole e logica: la propria vita, dono ricevuto, diverrà bene donato agli altri. Questo è il motivo fondamentale, la pro-vocazione per eccellenza, cui il giovane ispirerà la scelta, libera e responsabile, della sua personale vocazione. Una PG che non arrivasse a questa provocazione può considerarsi fallita.
3. Una pastorale in-vocante
Suona strano, lo ammetto, e allora chiariamo subito che non intendiamo riferirci in questo contesto alla preghiera per le vocazioni in quanto tale. In realtà l’analisi corretta del termine in-vocazione suggerisce un aspetto quanto mai illuminante la stessa nostra preghiera: invocare, infatti, significa alla radice “rivolgere un appello che arriva all’intimità dell’altro, raggiungere il suo cuore, la sua sede più personale e recondita dell’io”. Questo dovrebbe essere la preghiera: supplica che raggiunge il cuore di Dio, e questo dovrebbe fare una PG vocazionale: lanciare un messaggio che arrivi a destinazione, tocchi in profondità la sensibilità del giovane, sia totalmente recepibile e incidente, e dunque attraente.
Oggi, come abbiamo detto all’inizio, nella chiesa italiana il messaggio vocazionale è ripetutamente proposto, ma è anche vero che è scarsamente recepito, non solo non produce ancora quei frutti che tutti ci attenderemmo, ma si ha l’impressione che spesso neppure arrivi al destinatario, e che solo raramente, in rapporto alla quantità degli interventi, incida in profondità. Molte volte il ragazzo mostra una certa attenzione e interesse, ma nulla più; non è affatto “colpito”. Le spiegazioni che diamo del fenomeno sono tutte giuste ma un po’ anche difensive, e in ogni caso non ci dispensano assolutamente dal domandarci cosa ci sia che non funziona nel messaggio e nel modo di annunciarlo, e non solo nel ricevente. A tale scopo facciamo queste semplici osservazioni.
a – C’è innanzitutto un problema di comunicazione. La PG non può usare metodi e contenuti comunicativi propri della pastorale degli adulti, deve riscoprire il suo linguaggio e uno stile adeguato di dialogo. Anche rifacendoci alla psicologia della comunicazione potremmo sinteticamente indicare alcune caratteristiche di tale stile: esso suppone una notevole capacità di ascolto; esige un contesto di libero scambio, nel quale il giovane possa serenamente esprimere la sua risonanza; rifiuta ermetismi e intellettualismi più o meno narcisisti; chiede lo sforzo di storicizzare il più possibile il messaggio, cogliendone le implicanze e mostrandone la significatività esistenziale; ma soprattutto è stile che esprime la volontà di raggiungere la “totalità” dell’interlocutore, attraverso un messaggio che tocchi cuore-mente-volontà del giovane, e proprio per questo abbia speranza di essere ascoltato e recepito. In particolare quest’ultima caratteristica sembra importante, essendovi racchiuso il segreto d’una autentica comunicazione. Molto spesso la nostra comunicazione di Chiesa non tiene conto di questa norma, si rivolge a … una parte dello psichismo, non a “tutto” l’uomo, e cade nel vuoto. O è comunicazione che privilegia l’aspetto sentimentale – intimistico, riducendo Dio a un’emozione e il progetto di vita a una questione di attrazione istintiva; oppure si rivolge quasi esclusivamente alla volontà, chiedendo sforzi immani e ingenerando l’illusione, e l’equivoco, che per credere basti comportarsi in modo moralmente ineccepibile, e che per scegliere una vocazione sia sufficiente avere determinate capacità o.. .volerla semplicemente; o infine diventa messaggio prevalentemente intellettuale, come se credere in Dio fosse problema solo speculativo, accessibile solo ai “sapienti”, e la propria scelta di vita frutto di argomenti del tutto razionali che dovrebbero cancellare ogni dubbio. In tutti e tre i casi c’è uno squilibrio comunicativo che pregiudica l’ascolto e, assieme ad esso, anche la possibilità d’una determinazione dello stato di vita, nella misura in cui la scelta nasce dall’ascolto. La decisione vocazionale, in realtà, può maturare solo dove e quando le dimensioni emotiva-intellettuale-volitiva sono assieme e simultaneamente provocate da un appello significativo. Se manca una delle tre non vi può essere autentica opzione vocazionale, o sarà solo instabile, debole e scarsamente motivata. Ognuno dei tre elementi è indispensabile, nessuno da solo è sufficiente.
b – Ma perché il giovane si decida a fare quella determinata scelta, deve scattare un’altra molla: riconoscere che lì, in quella proposta, si nasconde il suo io ideale. È questa scoperta-intuizione che innesca il dinamismo dell’attrazione e provoca la decisione finale. Sarebbe il compimento di quel processo di scoperta del proprio io, iniziato con la fase dalla e-vocazione e continuato con quella della pro-vocazione, e sarebbe pure la risposta definitiva a quel bisogno psicologico che ogni uomo si porta dentro, quello di avere una identità positiva. La vocazione non è un ruolo, una specializzazione, un elemento che si aggiunge dall’esterno a una struttura personale già formata; è invece l’io della persona, quell’io che l’individuo è chiamato ad essere, come progetto da sempre pensato dal Padre e che il Padre stesso vuole realizzare: sentirsene attratti è consegnarsi a questo progetto, nella convinzione che non si potrà esser felici se non realizzandolo. Certamente questa attrazione è dono dello Spirito, ma suppone una capacità di discernimento. Un’autentica PG deve fornire gli strumenti per discernere e, naturalmente, può far questo solo attraverso un accompagnamento individuale. Il gruppo non possiede condizioni e strumenti che consentano di svelare il mistero dell’io. Solo il contesto della libertà e gratuità interpersonale, unite ad una competenza specifica, rende possibile lo scandagliamento serio delle esperienze personali e del vissuto profondo, indispensabile per un discernimento. Non dimentichiamo che la crisi delle vocazioni è sempre anche crisi di direzione spirituale. D’altronde è perfettamente logico: l’attrazione per un valore nasce molto più facilmente attraverso il contatto con una persona che già vive quell’attrazione!
Note
[1] C.E.I., Vocazioni nella Chiesa Italiana, Piano Pastorale per le Vocazioni, n. 23.
[2] Ivi, n. 26.
[3] Documento conclusivo del 2’ Congresso internazionale per le vocazioni, Roma 1981 n. 42.
[4] R. Tonelli, L’accoglienza della vita come dono impegnativo e interpellante, in Note di pastorale giovanile, LDC, XIX, 8, p. 13.