Educazione ai valori, gruppo di adolescenti e maturazione vocazionale
L’operazione “zaino”
L’ adolescenza è il tempo in cui si compie l’operazione “zaino”: si contesta, si rifiuta istintivamente il proprio passato, si vuota il proprio bagaglio per poi riempirlo di nuovo, ma scegliendo personalmente cosa tenere e cosa lasciare. Nella “Lettera ai giovani e alle giovani del mondo” (1985), Giovanni Paolo II definisce la giovinezza “una ricchezza singolare”: la ricchezza di scoprire ed insieme di programmare, di scegliere, di prevedere e di assumere le prime decisioni in proprio, che avranno importanza per il futuro nella dimensione strettamente personale dell’esistenza umana.
Il contesto normale in cui può crescere, una vocazione è dato dall’offerta chi una chiara proposta di fede, caratterizzata da una completezza contenutistica e dalla precisazione delle conseguenti implicazioni esistenziali (cfr. “Catechesi tradendae”, n. 39). Risulta pertanto educativo programmare alcune esperienze “forti” durante l’anno catechistico, nell’itinerario postcresimale: esperienze di annuncio e di silenzio, di confronto con la Parola e di esame della propria vita, di scambio con i coetanei e di dialogo con il proprio direttore spirituale. Si pensi a giornate di “deserto”, ritiri spirituali, settimane residenziali, esercizi spirituali, proposte particolari all’inizio dei tempi liturgici più importanti… Il silenzio e la preghiera, la riscoperta dei sacramenti e la sana abitudine alla direzione spirituale sono mezzi tradizionali ma sempre validissimi nell’educazione ai valori e nell’animazione vocazionale degli adolescenti. A volte è proprio necessario “uscire” dal proprio ambiente, prendere distanza dal quotidiano per accorgersi che per realizzarsi veramente occorre privilegiare l’interiorità sulla massa di cose, che tende a fagocitare tutti.
Si chieda ai ragazzi quali sono le domande che li assillano maggiormente oppure perché non hanno domande esistenziali e si metta il tutto in rapporto col Cristo. È compito specifico dell’animatore “provocare domande” all’adolescente, mettere in crisi le sue convinzioni conformistiche, sostenere i suoi progetti positivi.
L’individuazione e l’attuazione della propria vocazione non avviene mai in un momento puntuale e istantaneo: abbisogna di un cammino precedente e di una carica interiore, senza la quale tutto si appiattisce. Conviene allora fare la lettura continua di qualche libro della Scrittura, per vedere l’evoluzione della chiamata del Signore. Tutto dipende dal “se vuoi”: la vocazione di speciale consacrazione non è un’imposizione ma un “di più”, una possibilità di libertà e di amore, un rischio per Cristo e per la Chiesa affrontato con coraggio e fiducia. È bene pertanto prevedere un’esplicita proposta vocazionale in concomitanza con la scelta della scuola, già durante la terza media, poi al termine del biennio superiore, al conseguimento della maturità e oltre. Altrimenti c’è il rischio di perdere tempo prezioso, di non offrire certezze basilari, di non favorire davvero la crescita delle persone.
Il riferimento alla vocazione come possibilità di realizzazione totale di sé permette di soffermarsi sull’immagine di Dio che gli adolescenti portano nel cuore, per purificarla e precisarla. Rispettare il “mistero” di ogni chiamata significa aiutare gli adolescenti a maturare un senso di profondo rispetto per l’azione che Dio va compiendo in ognuno e in tutti, specialmente in chi abbraccia la vita consacrata ed imposta quindi la vita non secondo i canoni imposti dalla maggioranza.
L’età del sospetto
L’adolescenza è l’età in cui si comincia ad essere gelosi della propria vita e personalità. Anche Dio e la sua chiamata diventano oggetto di sospetto: si teme che Dio non possa arricchire la propria vita, anzi la impoverisca con una serie di leggi che riducono la propria espressione di sé e la propria libertà. Alleata del sospetto è poi la paura, che nasce dall’insicurezza di lasciare il noto per “l’ignoto” preparato dal Signore. La vita dell’adolescente è sempre un travaglio, perché vede convivere contemporaneamente l’entusiasmo e le resistenze, il voler provare e l’essere trattenuti, il desiderare di essere se stessi e l’essere condizionati dal conformismo.
Mediante un questionario, si chieda agli adolescenti che cosa significano per loro alcune categorie esistenziali, quali: dono, fedeltà, rischio, totalità, definitività, compromissione.
L’animatore in varie occasioni deve insistere sull’importanza di formarsi gradualmente un proprio orientamento di vita, senza andare avanti nel dubbio di se stessi, nell’indecisione permanente e sistematica.
L’adolescente va aiutato, e nella vita di gruppo e nel colloquio personale, a trovare le modalità, per sentirsi felice e realizzato già nell’oggi, senza limitarsi a sognare o a vivere alla giornata.
Pur con pazienza e gradualità, si facciano agli adolescenti proposte chiare per uno stile di gratuità e di servizio, di impegno e di donazioni di sé (tempo, energie, capacità), di sobrietà e di alternativa alla mentalità corrente.
Il “sospetto” verso la sequela come realizzazione di sé non viene vinto solo e anzitutto dalla riflessione intellettualistica, ma piuttosto dal cominciare a vivere realmente e quotidianamente ciò che Gesù propone.
L’animatore deve amare ciò che gli adolescenti amano, se vuole indirizzargli ad amare ciò che egli ama. Senza svalutare o condannare aprioristicamente il presente, è opportuno ridimensionarne tanti slogans e tanti luoghi comuni circa la facile realizzazione di sé propagandata dal mondo odierno. Solo una lettura superficiale può far guardare con sospetto la fede e dare invece per certa l’offerta della nostra società consumistica.
Il sentirsi “protagonista”
L’adolescente vive la “psicologia della tenda”, cioè sperimenta il cammino più che la meta, l’esodo più che la fissità, il voler “provare” piuttosto che il fidarsi del consiglio ricevuto. L’adolescente ha bisogno di vedere, tentare, venire in contatto con una molteplicità di esperienze e di modelli; ha sete di “straordinarietà” e non solo di normalità quotidiana. Talvolta gli adolescenti sembrano degli “insensati” perché nella ricerca di ciò che li rende felici, escono dagli schemi tradizionali. Anche nel progetto educativo-pastorale per gli adolescenti si favorisca ogni autentica espressione di sé, senza prevenzioni e schematismi. L’importante è ricordare che alla realizzazione personale non giova tanto la quantità delle esperienze vissute, ma la loro qualità e lo spirito con cui le si affronta e le si conserva nel cuore.
Per rispondere al bisogno di concretezza degli adolescenti e per far loro toccare con mano che Dio sa promuovere pienamente le persone in tutta la loro ricchezza interiore, si promuovano incontri con consacrati e, che siano profondamente contenti del loro stato. Sui ragazzi in ricerca di motivazioni – interessi – valori incidono notevolmente questi “segni gioiosi”, che possono generare delle “intuizioni” cariche di futuro.
Ogni autentica vocazione è liberante anzitutto per il chiamato e poi per i destinatari, cui egli è inviato. Non è certo insignificante che la quasi totalità dei personaggi che negli ultimi decenni e tuttora stanno lasciando, in Italia e nel mondo, un segno positivo vivano proprio una consacrazione radicale e definitiva. Simili testimonianze provocano gli adolescenti ad interrogarsi sul “come” essi vivono la proposta di Cristo: come rinuncia e sacrificio, come dovere o consuetudine, come fonte di maturazione… Il protagonismo degli adolescenti può venire rafforzato anche dall’incontrare persone consacrate che hanno faticato nel precisare la propria vocazione.
Questo porta a riflettere sui “segni”, mediante i quali il Signore interpella e promuove la realizzazione di ciascuno nella specifica vocazione di consacrazione. Un fatto, un incontro, una persona, la conoscenza di un bisogno, la vita intensa di comunità… creano nell’adolescente una sensibilità nuova, suscitano un interesse, lasciano un segno appunto. Il discernimento dei “segni” è un processo cui è bene abituare i ragazzi per evitare i rischi della superficialità e del “consumismo religioso”, dell’attesa dello “straordinario” e dell’eccessiva dipendenza dal gruppo. Talvolta, durante l’anno conviene fare la revisione dei piani programmatici e metodologici attuati nel gruppo degli adolescenti, per verificare se risultano effettivamente di aiuto alla formazione della coscienza personale e alla realizzazione di ognuno, sia dal punto di vista umano che cristiano.
L’adolescente avverte come suo diritto e come problema l’esercizio della sessualità: anche questo rientra nel desiderio di trovare la felicità. È dunque essenziale aiutarlo a distinguere l’affettività dalla sessualità e ricondurre queste importanti dimensioni alla globalità della persona, integrandole nel progetto di ognuno. Ma il progetto di sé è legato alla sequela di Cristo, la quale rimanda al discorso vocazionale. Ci si illude quindi di risolvere il problema affettivo-sessuale al di fuori della ricerca vocazionale, perché verrebbero a mancare i criteri per impostare correttamente il problema.
Educare alle “sfumature”
L’adolescenza è il tempo in cui istintivamente si divide il mondo in due parti ben nette, la positiva e la negativa. Il “realismo”, insito nella vita e nella scelta vocazionale, educa ad accorgersi delle sfumature nelle situazioni, nelle emozioni, nella ricerca progettuale di sé. E importante convincersi non di vivere senza contraddizioni, ma di vivere e di crescere nonostante le contraddizioni e le regressioni. Il Dio biblico del resto è proprio colui che ricomincia sempre da capo con ciascuno, perché nessuno si senta mai né completamente arrivato né definitivamente escluso.
La catechesi vocazionale, che è al servizio del compimento personale di ognuno, implica una grande attenzione alle persone, alla loro storia, al loro cammino di maturazione. Si presentino agli adolescenti vari esempi di vocazione dell’Antico e Nuovo Testamento, mostrando come il Signore chiami ciascuno in modo del tutto particolare ed unico, sconvolgendo i criteri umani.
La domanda impegnativa da proporre in varie occasioni agli adolescenti è: “Chi sono io?”.
Questo interrogativo stimola ciascuno a capire se stesso come persona, come temperamento, come missione, come chiamata, come responsabilità nell’ambito del mondo d’oggi. Può essere assai utile commentare in chiave vocazionale il Salmo 138[1].
Il guardare alle “sfumature” in un clima di fede, fa cogliere che al Signore sta a cuore la singolarità di ciascuno, anche se il cammino e la vita! di ognuno appaiono poco interessanti, poveri e modesti. Il credere che Dio si rivela in ciascuno, in ogni chiamata vocazionale, dà grande speranza, fa superare la paura e il grigiore quotidiano.
Può risultare educativo analizzare, in vari incontri, con gli adolescenti gli ostacoli che generalmente impediscono di raggiungere la propria felicità e realizzazione. Li elenchiamo brevemente:
1) l’autolesionismo (senso di debolezza e di frustrazione, confusione interiore, colpevolizzazione indebita);
2) volontarismo perfezionistico (il voler programmare tutto e sempre, in modo freddo, senza lasciare spazio all’iniziativa imprevedibile di Dio, senza consegnarsi con fiducia a Lui);
3) il narcisismo (il ripiegamento su di sé, l’amore eccessivo di sé che è ben diverso dalla autentica stima di sé);
4) il blocco dell’espressività (incapacità di comunicare, paura del confronto, sfiducia nell’aiuto degli altri, povertà interiore);
5) l’indisciplina dei sentimenti e delle emozioni (pigrizia, istintività, conformismo, perdita di entusiasmo).
L’analisi di questi aspetti, che sono determinanti per la promozione o l’impoverimento degli adolescenti, può avvenire con modalità differenti: ad esempio indagini, letture, scambio di esperienze, preghiere, incontri con testimoni, assunzione di servizi, responsabilità individuali o di gruppo ecc.
L’attenzione alle sfumature è essenziale anche nell’indicazione delle tappe che permettono al ragazzo/a di conseguire la piena maturità e realizzazione di sé nella ricerca vocazionale. La prima fase è lo “spiegarsi”, cioè l’avere qualcuno cui manifestare il proprio mondo interiore; la seconda fase è il “prendere le distanze da sé”, cioè il guardare con oggettività la propria situazione, il conoscersi per quello che si è, senza scoraggiarsi né insuperbirsi. La terza fase infine è il “credere nel Signore” che ama ciascuno così come è, lo libera nel profondo e gli rinnova fiducia, gli dà forza per vivere la sua chiamata. La fede permette di offrire se stessi al Signore, giorno per giorno, anche se non è ancora chiara la strada su cui Egli chiama.
Ricostruire l’unità
L’adolescente vive oggi una situazione di “frammentarietà”: ha tante possibilità, può moltiplicare le esperienze, ma poi manca proprio degli elementi per chiudere il cerchio della propria storia. Oggi si avverte il bisogno di certezze: poche, ma davvero significative per i ragazzi/e in crescita e capaci di restare solidi anche con il mutare dei tempi. Soprattutto in momenti di proposta cristiana o di verifica personale e di gruppo, è bene richiamare il dono di ogni chiamata del Signore, in quanto fa unità dei vari brandelli di esistenza di ciascuno. La vocazione va presentata come un valore capace di raccogliere e dare respiro a tutte le dimensioni fondamentali dell’adolescente. È efficace allora insistere, quasi in forma di slogans, nel richiamare alcune frasi bibliche che sottolineano lo sbocco positivo di ogni chiamata del Signore, ad es.: “Vi ho chiamati amici” (Gv 15, 15); “Sono venuto perché abbiate la vita in abbondanza” (Gv 10, 10); “Ho parlato con voi perché la mia gioia sia completa” (Gv 15, 11). A partire dal Vangelo, può essere utile elaborare con i ragazzi un “decalogo del compimento”, cioè una serie di indicazioni per formarsi un’autentica coscienza, un quadro di valori cui ispirare le proprie scelte. Altrettanto si può fare per una “professione di fede”, che risponda alla domanda di senso della vita.
Anche la liturgia deve essere inserita in questo progetto di unificazione della propria persona e vita di gruppo. Questo implica lo sforzo di legare sempre la liturgia con la vita reale mediante segni e riti, letture e gesti che risultino significativi e coinvolgenti per gli adolescenti.
Un segno tipico che testimonia l’unità interiore di un adolescente è la “serenità”, premessa indispensabile per ogni discorso vocazionale. Una regola fondamentale infatti è che le scelte vere vanno fatte possibilmente nella gioia e nel momento della consolazione mentre nella tristezza, nel momento del buio e del pessimismo non si possono compiere scelte importanti e definitive, perché mancano le condizioni adatte ad un’opzione matura e cordiale. L’animatore è chiamato ad essere molto vicino a chi, nel gruppo, avverte più fortemente la difficoltà del crescere e del realizzarsi e quindi sperimenta la solitudine, la confusione interiore, l’assuefazione a tutto.
Per favorire l’unità interiore dell’adolescente, è necessario che tutta l’azione educativo-pastorale sia ben armonizzata e coordinata, al fine di evitare dispersione di energie, genericità di proposte e nebulosità di obiettivi. In tale unità interiore, deve trovare posto anche quella serie di esperienze che facilmente l’adolescente lascia da parte, come ad es. la scuola, la famiglia, il tempo libero, il lavoro ecc.
E gli animatori?
Certamente l’itinerario postcresimale resta una notevole occasione per riorganizzare la personalità degli adolescenti alla scuola di Cristo e nella luce dello Spirito. In molti gruppi, la proposta cristiana si concentra: in poche ore alla settimana (incontro, Messa domenicale, un servizio, preghiera insieme) e questo non aiuta a svolgere un lavoro educativo approfondito ed efficace; si incontrano pure molte difficoltà nel dare concretezza alle indicazioni contenutistiche ed operative sopra esposte. L’importante è far sperimentare agli adolescenti la gioia e la speranza della sequela a Cristo, nelle iniziative che si riesce a tentare. Altrettanto importante è far loro percepire che il domani lo si prepara già oggi. Il non scegliere per Cristo è già una scelta, che condiziona la propria realizzazione presente e futura.
Il tema della vocazione in generale e in particolare l’attenzione alla vocazione come realizzazione
di sé in Cristo richiede degli animatori ben qualificati. L’animatore deve anzitutto avere ben chiara la proposta cristiana e lo stretto rapporto che intercorre tra questa e la ricerca vocazionale. È indispensabile inoltre che l’animatore conosca in profondità l’adolescente nei suoi tratti di personalità e dinamiche di crescita, nelle sue possibilità, nella sua dotazione ereditaria e nei suoi condizionamenti ambientali. È pure richiesta la conoscenza delle dinamiche della vocazione, cioè di alcuni elementi essenziali di psicologia della vocazione. È dunque una ricerca aperta anche per i gruppi di catechisti ed animatori, unitamente alle altre persone impegnate nel ministero pastorale.
Note
[1] cfr. C.M. MARTINI, Tu mi scruti e mi conosci, Ancora, Milano 1985.