L’educazione al servizio: cammino verso la maturazione
Dall’alto delle loro cattedre, i maestri del nostro tempo non ci fanno mancare le diagnosi giuste per definire il futuro. Pare che dietro l’angolo del XX secolo ci attendano
– una nuova etica, con più valori e meno norme;
– una diversa professionalità, con ruoli “a tempo” e comunque non vincolati all’identità personale;
– nuovi rapporti tra le generazioni, più funzionali e formali che nel passato;
– una nuova visione di sé e del mondo, all’insegna del “vivi e lascia vivere”;
– una religiosità soggettiva, interiore, eclettica.
Motivi per smarrirsi e turbarsi, il credente ne ha a sufficienza, tra queste formule. Se poi ha – come l’animatore vocazionale – il compito di far crescere nella sto
ria delle persone il seme del vangelo, è probabile che il turbamento diventi sfiducia. Ci sarà domani spazio per la preghiera, per la liturgia, per la catechesi, per … la scuola di religione, canali finora sacri e collaudati per far risuonare la chiamata di Cristo? Hanno un futuro le strutture ecclesiali, le parrocchie, i gruppi, i seminari?
I duemila anni del popolo cristiano, attraversati da problemi intricati almeno quanto i nostri, potrebbero suggerirci fiducia.
Ma se pure il nostro pessimismo snobbasse le lezioni della storia, rimarrebbe uno spiraglio. Al di là delle formule dei futurologi, dietro l’angolo pare che ci attenda ancora lui, il Cristo, quello di “ieri, oggi e sempre” (Eb 13,8), il Cristo lacero, mendico, piagato, anziano, abbandonato, profugo, povero, terremotato, tossicodipendente. Alla borsa dei valori, il servizio pare destinato a non perdere quota. Anzi, più il benessere e l’efficienza diventeranno regola, di vita, più folta sarà la schiera degli emarginati, più scomodo e persistente il loro grido.
È un mondo nuovo, quello che sorge all’orizzonte, un mondo in cui la politica veste i panni della solidarietà. Un mondo che oggi si preannuncia col fenomeno del volontariato.
Può darsi però che, nonostante tutto, l’inguaribile pessimismo del nostro animatore vocazionale resti lì, a crogiolarsi sulle domande: come mai per tanti giovani le esperienze su questa strada durano quinto il lampo in una notte, per altri assomigliano a fiumi che ritornano nel segreto della terra da cui erano emersi? Come mai altri vi s’impegnano per tutta la vita ma non con tutta la vita, con un cuore indiviso, con uno stile di povertà, con un impegno di obbedienza? Come mai tanta generosità operativa esula dallo schema, classico della generosità oblativa, quello a cui eravamo abituati, quello delle vocazioni consacrate, per intenderci?
Mia impressione è che il mondo preannunciato dal volontariato sia tarato nuovo da richiedere all’animatore una duplice chiaroveggenza, che lo guidi:
– in primo luogo, a imparare da questo segno dei tempi;
– in un secondo momento, a deporre e a far crescere su questi itinerari il seme della provocazione.
1. Volontariato, segno dei tempi
Imparare dal volontariato non è operazione demagogica, né fremito giovanilistico. L’animatore vocazionale – in questa fase impegnato soprattutto all’interno delle strutture operative (CDV, Parrocchie, Istituti religiosi ecc.) – non può non cogliere il linguaggio nuovo che anima il fenomeno-volontariato e che mette in moto il dinamismo giovanile. Ne sottolinerei quattro elementi:
* la solidarietà, il sentirsi tutt’uno col vecchio, col barbone, col malato, il saper condividere con l’altro senza preoccuparsi di cosa dirgli, quanto piuttosto di stargli vicino;
* la gratuità, questo muoversi senza interessi, questa libertà da proselitismo, questo saper ritornare nel silenzio da dove prima si era sbucati senza nulla attendersi in cambio;
* la semplicità, il saper mettere il bene altrui al di sopra delle pastoie burocratiche, l’agilità operativa che non si preoccupa dell’ortodossia delle forme e di “che cosa dicono gli altri”;
* la concretezza, che non significa “antropologia ad una dimensione” (pur presente in qualche forma di volontariato laico), quanto piuttosto individuazione dei bisogni e capacità organizzativa nel soddisfarli.
A “realizzarsi in Cristo” devono quindi tendere le nostre stesse comunità e persone, ispirandosi a questi e ad altri segnali provenienti dal volontariato. Non è vero piuttosto che le nostre comunità si giustificano “perendogenesi” (per motivazioni teologiche chiare solo a noi) piuttosto che per la missione o per l’impegno nel territorio? Non è vero che si fa il bene per dare testimonianza, per guadagnare credibilità? Non è vero che giovani operosi e creativi, una volta immessi in certe strutture formative, si trovano irretiti dalla paura, dalla “responsabilità”, dalle preoccupazioni per 1`osservanza”?
Non è vero che altri giovani, dinanzi alla prospettiva di consacrarsi, sono bloccati da queste stesse paure?
Certo, manca lo spazio per affrontare un tema così vasto e delicato. Ma era necessario chiarire questo primo punto: altrimenti la strada del servizio-volontariato e quella dell’annuncio-proposta vocazionale continueranno a procedere su strade parallele senza incrociarsi mai. Un dialogo tra sordi, o poco più.
2. Dal servizio all’offerta
Resterebbe comunque un cammino: quello che porta il giovane dai valori tipici del volontariato su ricordati, alla consacrazione totale, radicale, definitiva a Dio in Cristo. Un percorso non programmabile nei tempi e nelle difficoltà, affidato com’è alla grazia insondabile di Dio. Di un cammino del genere mi permetterei di suggerire alcune leggi generali e, in un secondo momento, alcune tappe.
I. I criteri del cammino
* È pregiudiziale lo spirito di gratuità dello stesso animatore vocazionale, la sua libertà interiore, il suo non voler strumentalizzare o incanalare uno sviluppo spirituale che il giovane fa sulla strada del servizio.
* È fondamentale altresì l’equilibrio tra le varie componenti del cammino:
– tra vita di gruppo e accompagnamento personale;
– tra attività e riflessione;
– tra spontaneità personale e organizzazione comune;
- tra vita caritativa e itinerario biblico-sacramentale.
* È saggio che questo equilibrio possa riscontrarsi nella stessa programmazione del gruppo, persino nel suo orario e nel suo ritmo di vita.
* È giusto che l’animatore vocazionale chiarisca ai giovani stessi il motivo della sua presenza e sottoponga alla loro buona volontà le finalità del cammino: non un volontariato fine a sé stesso, né la prospettiva di un’esperienza” (più o meno gratificante), quanto, piuttosto, un itinerario spirituale che muova la vita dei giovani e stimoli in loro una risposta alla domanda decisiva: “perché vivete?”.
* È indispensabile infine che su questa strada si respiri l’aria della vita piena: non un servizio col collo storto, ma la consapevolezza di realizzarsi nell’amore e nella libertà.
II. Alcune tappe
Per un cammino vocazionale sulla strada del servizio occorre preventivare alfine una serie di pietre miliari, di conquiste spirituali (personali e di gruppo) che qui – a titolo di sintesi – mi permetto di accostare a frasi evangeliche.
* “Non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio” (Mt 4,4). Il volontario, è stimolato a guardarsi con sempre maggior senso critico da una visione riduttiva dell’uomo, a studiare per capire l’intricata matassa esistenziale, le radici vere dell’ingiustizia, i bisogni che solo una politica ottusa tende a semplificare o a trascurare: l’educazione integrale dell’uomo, la comunione, il poter contare sull’altrui fedeltà, la serenità, il senso delle proprie azioni, l’accettazione serena del proprio passato e la fiducia verso il futuro.
* “Ogni volta che avete fatto queste cose ad uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 25,40).
Certo: è meglio saperlo tardi che mai. Ma è anche vero che dare un volto al destinatario del nostro servizio è garanzia per renderlo più sicuro, per farlo resistere ai flutti dell’ingratitudine o ai rigurgiti dell’incostanza. È il momento in cui un sereno discernimento interiore può aiutare a scoprire il motivo vero del proprio servizio e le prospettive di consistenza che esso offre. È qui che ci si educa alla presenza di Cristo, alla sua sequela, è il momento in cui compiere il passo decisivo e pregiudiziale per liberare gli altri: morire a se stessi.
* “Là dov’è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore” (Mt 6,21).
È l’invito di Cristo a dare unità ai propri sentimenti, a non agitarsi per troppe cose e a creare l’unica di cui c’è bisogno (cfr. Lc 10,41-42). È il momento in cui si dà consistenza alla propria vita interiore, in cui si diventa capaci di solitudine pur senza isolarsi. È qui che si impara ad ascoltare se stessi e gli altri, a sintonizzarsi coi veri problemi di ciascuno.
* “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date” (Mt 10,8).
È il momento in cui la conquistata vita interiore fa comprendere al giovane di essere stato fatto “come un prodigio” (Sal 139,14): ricco di doni potenzialmente meravigliosi, che solo l’investimento a tempo pieno nel servizio può far esplodere, e che invece l’inedia e la paura possono atrofizzare. È il momento in cui, oltre la gratuità delle “mani pulite”, il giovane conquista la gratuità-inutilità del vangelo, quella dei “poveri servi” (Lc 17,10) ricchi della loro stessa identità.
* “Una buona misura, pigiata, scossa e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con cui misurate sarà misurato a voi in cambio” (Lc 6,38). È la fecondità esistenziale, l’ottimismo e la gioia che si trasmette agli altri con la sola presenza in un determinato ambiente. È disporsi a inventare con gioia e creatività la vita, a viverla in pienezza perché gli altri l’abbiano in abbondanza.
È accorgersi con amore e gratitudine dei miracoli della propria crescita, dei piccoli passi che si fanno nell’apertura della mente e dello spirito a quel grande miracolo che è la Chiesa.
È saper progettare la propria vita per conquiste sempre nuove.
È un cammino affascinante, che l’animatore può esortare a verificare con opportuni strumenti di viaggio personali (diario, esame di coscienza) o di gruppo (cronaca delle attività, revisione di vita…).
* “Ogni tralcio che porta frutto il Padre lo pota perché porti più frutto” (Gv 15,2). È saper accettare le leggi faticose dell’allenamento, è la fiducia cieca nella fecondità delle rinunce. È accettare che la piaga aperta dalla ingratitudine altrui sia denuncia del nostro amore vacillante, antidoto alla pusillanimità di un domani. È saper confrontarsi con l’altro in una purificatrice direzione spirituale. È disporsi alla perfezione imparando dalle cose che si soffrono (Eb 5,8), sull’esempio di Cristo.