N.02
Marzo/Aprile 1986

Realizzarsi: “Se vuoi essere perfetto…”

Nella prospettiva di un cammino di crescita per una propria realizzazione, è importante la proposta che Gesù fa al giovane ricco del vangelo.

Per chi crede, per chi ha scelto d’impostare e vivere la propria vita sul modello di Cristo, la proposta del maestro non è semplicemente importante, è ineludibile. La sua proposta di salvezza. Accoglierla o no è nelle facoltà dell’uomo, ma fin dall’inizio è necessario sapere che si accoglie o si rifiuta qualcosa d’indispensabile ad ogni uomo.

Un’impostazione simile sembra contraddire l’accezione tradizionale del famoso detto di Gesù: “Se vuoi essere perfetto…”, secondo la quale la proposta di perfezione del Signore è intesa come un ‘consiglio’, un’offerta di un qualcosa più impegnativo e appunto per questo facoltativo. In realtà la nostra impostazione la contraddice.

Conviene pertanto riconsiderare esegeticamente in modo più rigoroso il detto di Gesù per cogliere la forza di provocazione per ogni chiamato.

 

 

1. Il senso del detto di Gesù: “Se vuoi essere perfetto”

L’episodio del giovane ricco ricorre in tutti e tre gli evangelisti sinottici (cfr. Mt 19, 16-22; Mc 10, 17-22; Lc 18,18-23).

L’espressione “se vuoi essere perfetto” però ricorre solo in Mt 19,21; sia Marco che Luca hanno invece l’espressione: “una cosa ti manca” (Mc 10,21) o “di una cosa sei privo” (Lc 18,22). Ora è molto probabile che sia quest’ultima l’espressione usata da Gesù ed è anche la più logica e comprensibile. Difatti, secondo tutti e tre i sinottici, il giovane pone questa precisa domanda a Gesù: “Maestro buono, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?” (Mt 10,17).

Poiché egli è un buon osservante della legge di Mosè e pertanto già vive i comandamenti che Gesù gli richiama, il senso della sua domanda iniziale è questo: che cosa, oltre i comandamenti di Mosè, devo fare per avere la vita eterna, per salvarmi? Gesù gli suggerisce la cosa “che ancora gli manca”.

Matteo invece sostituisce il detto originale di Gesù con un altro, “se vuoi essere perfetto”. Non c’è da sorprendersi. Matteo lo fa spesso. La beatitudine della povertà è divenuta da “beati voi poveri” (Lc 6,20) “beati i poveri in spirito” nel suo vangelo (5,3). Lo stesso si dica della proposta dell’ “odio” ai genitori. Luca dice: “Se uno viene da e non odia suo padre…” (14,26); Matteo invece cambia verbo rendendo così il senso dell’originale: “Chi ama il padre e la madre più di me…” (10,37). Gli esempi potrebbero moltiplicarsi.

La proposta dell’essere “perfetto” (téleios) Matteo l’ha addirittura posta a conclusione della contrapposizione fatta da Gesù tra la giustizia del fariseo, che è poi la santità possibile all’uomo dell’AT, e quella inaugurata con l’avvento del regno di Dio nella sua persona: “Se la vostra giustizia non abbonderà di più di quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli” (Mt 5,20) e “Avete udito ciò che fu detto agli antichi…, ma io vi dico” (ivi, vv. 21-47). Ponendola a conclusione di questa netta contrapposizione, Matteo fa della proposta della perfezione la sintesi di tutta la giustizia-santità cristiana: “Voi dunque sarete perfetti (téleioi), come è perfetto il Padre vostro celeste” (v. 48).

A questo punto si capiscono due cose: la perfezione (giustizia-santità) sul modello di quella del Padre è necessaria a tutti coloro che vogliono incamminarsi ed entrare nel regno dei cieli e che per questo ne è fatto obbligo a tutti i discepoli-seguaci di Gesù.

Ci si può ulteriormente chiedere come mai Matteo abbia usato la categoria della perfezione per indicare la “via” o modello di giustizia del cristiano.

La risposta va cercata nell’impostazione di tutto il suo vangelo. Matteo doveva provare agli ebrei, ai quali indirizza il suo scritto, che la via o giustizia proposta da Gesù come obbligatoria a ogni uomo non era contraria alla via-giustizia proposta dalla legge di Mosè, ne costituiva anzi il compimento, la completezza, la perfezione appunto.

Proprio in questo senso va letto il detto che Matteo mette in bocca a Gesù: “Non credete che sia venuto per abolire la Legge e i Profeti; non sono venuto per abolire ma per compiere (plerosai)” (5,17). Gesù messia è colui che porta “a termine”, riempie di senso e di valore e pertanto “supera” quel che iniziò con Mosè. Un ebreo pertanto dovrebbe trovarsi a suo agio nella via indicata da Gesù. Deve però compiere il passo decisivo. Deve scegliere di realizzarsi secondo il modello di Gesù. Gli “manca” quindi qualcosa per essere definitivamente incamminato verso il regno.

Come si vede, l’espressione matteana coincide perfettamente con quella degli altri sinottici: “ti manca ancora una cosa”. Quel che manca se accolto e realizzato porterà il giovane alla “perfezione” della propria vita, ne farà un uomo realizzato secondo Gesù.

Ora è possibile capire il senso dell’intero brano e in modo più completo la proposta di Gesù riassunta nel “se vuoi essere perfetto”.

Il giovane ricco è un ebreo osservante. Secondo la religione e formazione ricevute non avrebbe da aspirare ad altro, è un arrivato e un soddisfatto. Nel momento in cui incontra Gesù e ne ascolta la predicazione del regno che irrompe nella storia, il suo equilibrio etico entra in crisi: avverte che gli manca qualcosa. Se vuol far parte del movimento che inizia da Gesù e in mezzo al quale il regno di Dio comincia ad attuarsi (“il regno di Dio è qui, in mezzo a voi”, Lc 17,21), sa di dover fare qualcosa d’altro. Che cosa, dunque, gli manca?

Gesù gli risponde che la cosa che gli manca è quella di sbarazzarsi delle sue ricchezze e seguirlo. Delle due proposte: liberarsi delle ricchezze e seguirlo, la seconda è la più importante; l’altra ne è la condizione preliminare[1].

Gesù propone dunque la sua sequela. Non basta più essere ebreo, uomo dell’AT, bisogna essere cristiano. E si è cristiani se si segue Gesù, se ci si realizza sul modello di vita vissuto e sperimentato da Gesù.

 

Ridotta in questi termini, la proposta fatta da Gesù al giovane ricco nella formulazione dell’essere perfetto è semplicemente la proposta a essere cristiano, suo discepolo, l’uomo della sequela. Come tale, la proposta è fatta a ogni uomo.

 

 

2. Cristo “l’uomo perfetto”, l’uomo realizzato

Più di una volta abbiamo detto che divenire ‘perfetto’ equivale a realizzarsi nella sequela di Cristo e pertanto sul modello di vita che è stato proprio del Cristo storico. Il tipo di vita realizzato da Gesù di Nazareth è da considerarsi infatti, nella fede, il tentativo più riuscito di attuare nel modo più perfetto il progetto antropologico di Dio.

Basta tracciarne un profilo schematico della sua vita.

Il giorno del battesimo al Giordano Gesù vede aprirsi i cieli su di lui e ascolta la voce del Padre che dice al suo indirizzo: “Tu sei il Figlio mio prediletto, in te mi sono compiaciuto” (Mc 1,11). Il testo fa un chiaro riferimento sia al Salmo 2,7: “Tu sei mio figlio…” e sia a Is 42,1 dove si parla del ‘Servo di Jahvè’ del quale il Signore “si compiace”. La ragione del compiacimento di Dio è perché il Servo gli è ubbidiente nella realizzazione della missione di salvezza affidatagli (cfr. Is  42,2-7). Fin dagli inizi della sua missione, Gesù appare il prediletto del Padre perché in sintonia perfetta con la sua volontà.

Questo è comprovato immediatamente dall’esito della triplice tentazione del deserto. Ridotte all’elemento comune, le tre tentazioni, ma poi tutte le tentazioni di Gesù durante la sua vita pubblica, sono un tentativo di fargli vivere il messianismo in termini di potenza e di gloria, l’esatto contrario di quanto gli propone la volontà del Padre. Tutto ciò è chiarissimo nella reazione di Gesù alla ‘tentazione’ di Pietro: “Lungi da me, satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini” (Mc 8,33). La tentazione cerca in tutti i modi di staccare Gesù dal Padre, farne un nuovo Adamo ribelle. Gesù, al contrario, rigetta la tentazione e dichiara la sua fedeltà assoluta al Padre e al suo modello di vita. Le parole nell’orto del Getsemani ne sono la testimonianza più costosa ma ferma: “Abbà, Padre! Tutto è possibile. a te, allontana da me questo calice! Però non ciò che io voglio, ma ciò che vuoi tu” (Mc 14, 36). L’autore della lettera agli Ebrei ha interpretato la disposizione della volontà di Gesù come risalente al primo istante della sua vita terrena: “entrando nel mondo, Cristo dice: – Ecco, io vengo per fare, o Dio, la tua volontà -”  (Eb 10,5a. 7b.). Il quarto vangelo afferma che il compimento della volontà del Padre è un atteggiamento costante del Figlio: “Colui che mi ha mandato è con me e non mi ha lasciato solo, perché io faccio sempre le cose che gli sono gradite” (Gv 8,29).

La perfetta adesione della sua alla volontà del Padre, una volontà di salvezza dell’uomo, Gesù la traduce in termini di tenerezza, di amore e di perdono per i peccatori.

Questo spiega la preferenza accordata ai peccatori. Gesù li cerca, va ad alloggiare presso di loro, si siede a tavola con essi. La visita a Zaccheo (Lc 19,1 ss) e il pranzo presso Matteo (Mc 2,15ss), entrambi ‘pubblicani’, sono le occasioni più emblematiche della sua vicinanza-comunione con i peccatori allo scopo di recuperarli a un diverso modo d’impegnare e vivere la vita. Si pensi ai peccati rimessi al paralitico, all’adultera salvata, alla prostituta riabilitata dal perdono, a Pietro ricostituito “pastore del gregge”. Il perdono di Gesù non umilia ma rifà una vita. Anche gli scampoli di umanità con lui possono sperare in una vita diversa e migliore.

Gesù è contro tutte le forme di discriminazione umana e sociale e contro ogni forma di violenza dell’uomo sull’uomo. Accoglie e guarisce i lebbrosi, incoraggia ed esalta la fede della emorroissa, si fa baciare i piedi in pubblico da una prostituta, esalta la fede degli stranieri e pagani, propone nel buon samaritano il modello dell’amore cristiano, un amore fattivo al di là di tutte le divisioni razziali e religiose.

Non fa la violenza ma la subisce fino a restarne schiacciato. Muore crocifisso ma affida la sua vita al Padre.

Gesù riassume il tipo di vita che ha realizzato in proprio e che propone agli altri in espressioni di rara efficacia: “Che giova all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde la propria vita”; “Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita a causa mia e del vangelo, la salverà” (Mc 8,36.35); “Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore produce molto frutto” (Gv 12,24).

 

Il senso di queste frasi è fin troppo chiaro. Non basta vivere, è necessario vivere secondo un modello: il più alto è quello di Gesù. È il modo migliore di spendere la propria vita, di darle senso, di renderla piena.

 

 

 

 

Note

[1] Nel testo a proposito delle ricchezze è detto che bisogna vendere quel che si ha e darlo ai poveri. Una simile condizione preposta alla sequela di Gesù sembra inattuabile dalla maggior parte dei cristiani ed ecco perché la si ritiene facoltativa. In realtà Gesù ne fa un obbligo per tutti, almeno nel senso che ogni suo discepolo deve prendere posizione circa i beni e le ricchezze di questo mondo. In Lc dopo l’episodio del ricco è aggiunta la riflessione di Gesù sul ricco “attaccato alle ricchezze” e in condizione di non potersi salvare (Lc 18,24-25) e il brano di Pietro e dei suoi compagni che avendo lasciato tutte le sue cose per seguire Gesù, si sente dire che avrà “la vita eterna” (ivi, 28-30).