N.03
Maggio/Giugno 1986

Famiglia e vocazione dei figli alla vita consacrata

Nel corso del 1985 le 10 diocesi lombarde hanno interrogato – secondo quote proporzionali al numero della popolazione – le religiose, i religiosi, i preti diocesani, gli adulti praticanti e i giovani sul tema delle vocazioni alla vita consacrata, maschile e femminile: religioso-prete, missionario, monaco, fratello e suora, claustrale, missionaria (esclusa la figura del prete diocesano e quella dell’appartenente ad un istituto secolare).

Promotore dell’inchiesta è stato il Centro Regionale Vocazioni (don Ettore Merici, coordinatore). I quattro questionari (giovani, adulti, suore, preti e religiosi) hanno domande comuni (con la possibilità di un confronto d’opinione delle varie categorie) e domande specifiche. L’indagine ha interessato 4.584 giovani, 442 religiosi e 719 preti, 2.134 religiose e 1.542 adulti.

 

 

Chi sono questi adulti

Le risposte degli adulti sono state ottenute attraverso le parrocchie, scelte casualmente diocesi per diocesi. L’intento era di raggiungere i praticanti, perché la maggior probabilità è che il problema della vocazione religiosa dei figli si ponga in famiglie fedeli alla pratica religiosa.

Sulle 1.542 risposte pervenute da 9 diocesi lombarde (esclusa Vigevano, che ha portato solo questionari compilati da religiose), si è fatta una distinzione:

1. gruppo selezionato (adulti sposati, praticanti o ferventi – Messa tutte le domeniche o anche nei giorni feriali – con figli in età infantile o adolescenziale o giovanile);

 2. gruppo misto (tutti gli altri).

 

Gli adulti, che potrebbero avere in casa un’eventuale vocazione religiosa dei figli – gruppo selezionato – sono 1.145, di cui 733 donne (= madri, 64%) e 412 uomini (= padri, 36%). È su questo campione che fissiamo l’interesse come più “coinvolto” nella problematica della vocazione di speciale consacrazione.

 

Sono quasi tutti infrasessantenni (55% di 40-59enni e 40% di infraquarantenni): nel pieno delle responsabilità familiari – anche sul futuro dei figli – portate da entrambi i coniugi (solo il 2% è di vedovi, anzi, vedove: 24 su 26).

 

Non rappresentano il cattolico medio, ma la fascia dei praticanti, culturalmente più elevata (i padri sono al 47% diplomati o laureati, le madri al 39%) e apostolicamente impegnata (il 57% dei padri svolge ruoli attivi in parrocchia, specie nel Consiglio pastorale: 46% degli impegnati; il 45% delle madri collabora in parrocchia, specialmente come catechista: 57% delle “impegnate”).

 

Rispetto alla vita come vocazione, 3 su 5 dei rispondenti ha inteso il matrimonio come l’ideale della propria vita (solo il 4% dice d’essersi sposato perché lo fanno quasi tutti).

 

Un terzo, non ha mai pensato di farsi religioso/a.

 

Un adulto su 7 (15%) ne ha invece avuto il desiderio: l’8% ha chiarito che la vocazione era piuttosto la famiglia, parlandone con un/a religioso/a o un sacerdote, e il 7% lo ha fatto sperimentando la vita di seminario (8% dei padri) e del noviziato (6% delle madri).

 

Si tratta dunque di un migliaio di adulti che sono contenti del proprio stato di vita, hanno sensibilità religiosa, preparazione culturale, vivacità apostolica: pur nella varietà dei soggetti, quasi un luogo ideale perché la vocazione dei figli trovi l’incoraggiamento e il sostegno che si possono desiderare.

 

 

 

 

Di fronte ai problemi vocazionali

La riduzione del numero di religiosi e religiose è documentata dall’ultima edizione (1985) dell’Annuarium Statisticum Ecclesiae, con i dati del 31 dicembre 1983, per l’intero mondo cattolico.

I religiosi-preti sono scesi da 159.000 nel 1978 a 152.500 nel 1983 (- 4%).

Le religiose professe (di voti temporanei o perpetui, diritto pontificio) sono passate da 763.000 a 724.000 (- 5%) nell’ultimo quinquennio (1978-83): 7.700 suore in meno all’anno, sia per le morti che per i mancati ingressi in religione. Le professioni perpetue delle suore sono diminuite da 5.800 nel ‘78 a 4.000 nell’83 (- 30%).

I fratelli (religiosi non-preti) sono passati da 64.000 nel ‘78 a 57.700 nell’83 (- 10%).

È vero che si registra una ripresa numerica di novizie e novizi, ma questo non succede nei paesi cristiani per antica data come l’Italia, se non in misura modesta.

Ai cattolici adulti è stato chiesto un parere sulle cause del calo di vocazioni. Le risposte segnalano cinque elementi negativi, dove si registra il consenso dei rispondenti (da circa un terzo a quasi metà):

1) la scristianizzazione e il sovvertimento dei valori nella società attuale (44%);

2) la crisi delle famiglie (39%);

3) i falsi ideali e gli illusori modelli di vita diffusi dai mass-media (36%);

4) l’abbandono della formazione cristiana tradizionale, a base di meditazione, preghiera, Messa e   Comunione quotidiana, Esercizi e direzione spirituale (36%);

5) la fragilità psicologica dei giovani e la conseguente paura di una scelta definitiva (28%);

 

Alla stessa domanda i giovani (4.584) avevano risposto dando la colpa anzitutto a se stessi, alla propria fragilità e paura di un impegno definitivo per il Vangelo (48% dei giovani praticanti), poi alla scristianizzazione e ai mass media (persuasori occulti di modelli di vita non proprio ideali). I genitori che riconoscono la crisi delle famiglie e i giovani che si accusano di insicurezza e fragilità dimostrano – con le loro sincere risposte – d’aver preso sul serio le interpellanze del questionario sulla vocazione.

Il vero drammatico problema per gli adulti è quello educativo. Se un giovane, se una ragazza non sembra neppure porsi il problema della vocazione di speciale consacrazione dipende da questo: non ha più una vera formazione di fede dalla famiglia e dall’ambiente. Lo afferma il 70% dei genitori che rispondono, confortati dal 67% degli altri adulti (segue, dimezzato percentualmente, il problema della testimonianza dei religiosi: i giovani non conoscerebbero il valore e la bellezza della consacrazione per scarsità di veri modelli, 34%).

Interrogati pure i giovani, hanno segnalato come primo problema la scarsa tensione ideale, per cui un giovane preferisce ignorare un possibile impegno evangelico (50%) e, come secondo problema, la mancata educazione, per cui non si ha più una vera formazione di fede dalla famiglia e dall’ambiente.

 

 

Una vocazione nella mia famiglia?

La domanda del questionario si fa provocazione personale, almeno come ipotesi: “Se Lei avesse un figlio o una figlia che le rivelasse un giorno il desiderio serio e fondato di farsi religioso (prete o monaco o missionario o fratello) oppure religiosa (suora o claustrale o missionaria), quali sentimenti proverebbe?”.

Le risposte rivelano una crescente incertezza quando l’ipotesi passa dalla figura del prete (ma forse hanno pensato più al diocesano che al religioso) e della suora a quelle – meno note o più preoccupanti – del monaco, del fratello, della claustrale. Le percentuali dei reticenti allora diventano maggioranza: il partito vincente è la perplessità, un silenzio imbarazzato.

Tra le reazioni di segno positivo c’è anzitutto la gratitudine a Dio, accompagnata anche dalla gioia. Il genitore che risponde, lo fa per lo più da cristiano convinto: considera una benedizione la chiamata di un figlio o di una figlia alla vita consacrata. Vengono anche dichiarati il turbamento e il timore, come terzo e quarto sentimento; infine compaiono anche casi di ribellione e disgusto.

La vocazione più lusinghiera per i genitori cristiani resta quella del prete: il 41 % esprime gratitudine per un figlio religioso-prete; il 34% gioia, il 15% turbamento, il 14% timore; ci sono pure 5 casi di ribellione all’idea di un figlio prete e uno di disgusto.

Segue la suora: 28% gratitudine, 23% gioia, 15% turbamento, 13% timore, 8 casi di ribellione e 3 di disgusto.

Anche missionario e missionaria sembrano soluzioni gradite: 24% gratitudine, 20% gioia, 17% timore (prevale per i rischi connessi alla destinazione in altri paesi a diverse culture), 10% turbamento, 6 casi di ribellione e 3 di disgusto.

Monaco, fratello e claustrale sono le vocazioni più critiche: incontrano scarso favore. Forse la gente non le conosce; forse è vittima di pregiudizio; certo, sono anche poco frequenti.

L’Annuario statistico 1981 de “I Religiosi Italiani” (edito a cura della Conferenza Italiana dei Superiori Maggiori) contava 1.060 monaci su 27.560 religiosi (pari al 4%).

L’analoga pubblicazione (1983) di “Le Religiose Italiane” (a cura dell’Unione Superiore Maggiori d’Italia) censiva 7.967 claustrali su 143.977 religiose professe (5,5%).

La gratitudine a Dio per un’eventuale vocazione in famiglia a monaco (17%) o fratello (15%) o claustrale (15%) deve fare i conti non percentuali non trascurabili di turbamento (10-13%), di timore (8-11%) e anche con casi più numerosi di disgusto (8 per il fratello, 9 per il monaco, 12 per la claustrale) e di ribellione (4 per il fratello, 6 per il monaco, ma ben 61 per la claustrale).

Forse il termine stesso di claustrale urta contro la moderna sensibilità, che rifiuta l’immagine della monaca reclusa a vita, ma era necessario per saggiare la reazione della gente anche spiritualmente preparata e apostolicamente generosa.

Per queste ultime tre figure di consacrazione la quota dei reticenti è maggioranza, da più di metà fino ai due terzi: non sanno che cosa dire o non vogliono esprimersi.

 

 

Molta prudenza, anche troppa

Ma ammettiamo che succeda: quali consigli dare al figlio o alla figlia che intendessero scegliere la vita religiosa? 

Pochissimi – ma ci sono – si opporrebbero con tutti gli argomenti e con tutte le forze a una simile decisione (8 casi).

Un genitore su 10 farebbe vedere tutto il bene che si può fare anche nel mondo, con la valida presenza apostolica di tipo laicale, senza andarsi a chiudere in convento.

Un adulto su 4 farebbe notare i gravi impegni cui si va incontro, perché uno non si illuda.

Fin qui l’opposizione, il dirottamento sull’apostolato laicale, qualche tentativo di scoraggiare precipitosi entusiasmi.

I primi tre suggerimenti positivi dei genitori (ribaditi dagli altri adulti) sono nell’ordine:

 

1) inviterei a prudenza, riflessione, preghiera (57% madri, 48% padri);

2) indirizzerei a un sacerdote prudente e saggio (44% padri, 43% madri);

3) inviterei a partecipare a corsi di orientamento vocazionale, a ritiri ed esercizi spirituali (36% madri, 35% padri). 

 

Ma, si confiderebbero i figli in questo caso con i loro genitori?

 

Dalle 3.500 risposte di giovani lombardi praticanti (frequenza regolare o quasi alla Messa festiva), il 28% preferisce un prete amico (i maschi specialmente: 36%), ma subito dopo la scelta cade sui genitori (25%), poi su un religioso o una religiosa (22%, specialmente le ragazze: 26%), o sull’amico/a (12%); infine il 9% non ne parlerebbe con alcuno.

 

E che cosa direbbero i genitori? Più della metà dei giovani cattolici lombardi dubita di trovare presso i genitori piena comprensione per una chiamata di speciale consacrazione: “non mi capirebbero” o “mi capirebbero in parte” (52%); anzi, “cercherebbero di scoraggiarmi, almeno in parte” (30%); addirittura “si opporrebbero, almeno in parte” (17%); perfino “non mi lascerebbero libero/a di decidere” (4%).

Eppure si tratta di ragazzi buoni, con genitori religiosamente sensibili, anzi, per lo più impegnati in associazione e in parrocchia.

Dall’insieme delle risposte sia dei genitori che dei figli sembra di poter arguire questo: nelle famiglie cristiane lombarde – osservanti e ferventi – la vocazione religiosa dei figli è sentita certamente come una bella cosa, ma la maggioranza dei genitori pare più perplessa e sgomenta che entusiasta, quasi dicesse sottovoce: “Speriamo che non capiti in casa nostra”.

L’irruzione del divino nell’esistenza dell’uomo crea sempre, dapprima, timore e turbamento: tutto però – con la grazia di Dio che chiama – si risolve nella gioia di una vita donata.

È attribuito a S. Bernardo il detto: “Esto donum Deo, ut sis Bonum Dei”: consegnati a Dio, offriti a Lui – nella consacrazione religiosa – e sarai benedizione di Dio per il mondo. Come Madre Teresa di Calcutta.