Famiglia: educatrice “feriale” delle vocazioni
Da qualche anno a questa parte si è iniziato ad intravedere in alcuni dei nostri contesti una lieve “ripresa vocazionale”.
Tra i molti fattori che inducono ad un moderato ottimismo c’è da segnalare indubbiamente anche la “ripresa della famiglia”.
Nel nostro Paese si è osservato (si vedano i vari rapporti CENSIS) che la famiglia è pressoché l’unica istituzione che “tiene”. Non solo sotto il profilo economico ma anche in quello della difesa dei valori, nonostante le crisi e le trasformazioni intervenute[1].
La “ripresa educativa” sembra ancora frutto più di paura e istinto di sopravvivenza che istanza di progetto educativo. Ci sono tuttavia sempre più coppie di giovani sposi cristiani che si preoccupano del clima edonistico prodotto dalla civiltà dei consumi e che si propongono di contrastare lo stile di “accontentamento” che ha caratterizzato la recente prassi educativa della maggior parte delle famiglie italiane.
La famiglia e le nuove prospettive vocazionali
Prima del Concilio Vaticano II la famiglia in quanto tale non era generalmente concepita come vocazione. Vigeva anzi un certo sospetto circa la sua valenza educativa, soprattutto nell’accompagnamento e nella crescita vocazionale.
I genitori non erano coinvolti nel progetto educativo del Seminario e i “chiamati” erano tenuti il più lontano possibile da essi.
Nel Concilio Vaticano II è mutata la visione teologica della vocazione e la famiglia, oltre che “luogo di crescita vocazionale”, è stata riconosciuta essa stessa “vocazione particolare”.
Ciò conferisce alla famiglia un carattere intrinseco di “esemplarità” vocazionale e la “testimonianza” della famiglia stessa in quanto vocazione svolge un ruolo vocazionale attivo nell’orientamento dei figli.
La famiglia “primo seminario”
La natura “vocazionale” della famiglia conferisce una fecondità vocazionale al suo essere e al suo operare, specialmente educativo. “Se animate di spirito di fede, di carità e di pietà, le famiglie costituiscono come il primo seminario”[2].
Questo compito dovrebbe essere sempre più assunto nella catechesi dei giovani che si preparano al matrimonio, in modo che la futura famiglia sia impostata “come il primo seminario”, luogo cioè di sviluppo per tutte le vocazioni, comprese quelle di speciale consacrazione.
La dimensione vocazionale deve essere pertanto fatta emergere e correttamente impostata fin dalla costituzione della nuova famiglia.
La catechesi per gli adulti dovrebbe riprendere con forza questo tema e inserirlo opportunamente nel progetto educativo delle giovani famiglie.
“I figli, mediante l’educazione, devono venire formati in modo che, giunti alla loro maturità, possano seguire con pieno senso di responsabilità la vocazione loro, compresa quella sacra”[3].
“La famiglia realizza questo suo compito innanzitutto col creare un clima di fede e di amore; con la testimonianza di una dedizione operosa alla Chiesa e alla società secondo il ministero specifico della famiglia; con un’educazione alla fede, alla preghiera, al servizio, che aiuti le nuove generazioni nella fedeltà e nella coerenza del Vangelo, pur vivendo in contesti culturali e sociali secolarizzati”[4].
Per questo oggi occorre contrastare efficacemente “la fuga nel privato” e la tentazione dell’edonismo di vita, tenendo la famiglia “aperta” alla comunità e alla società, in attitudine missionaria di annuncio e servizio.
La famiglia come “educatrice feriale” delle vocazioni
Il progetto educativo vocazionale assegnato oggi come compito prioritario alla famiglia cristiana richiede alcune indicazioni di metodologia e di proposta educativo-vocazionale, con riferimento alle diverse età dei figli.
1. La famiglia è “educatrice feriale”. Più che con le parole e i “discorsi educativi” espliciti, la famiglia educa ordinariamente con il contesto della vita quotidiana, carica di intenzionalità per l’esemplarità e l’amore educativo dei genitori.
La famiglia è educatrice feriale delle “disposizioni vocazionali” remote oggettive quando nell’interazione affettiva profonda dei genitori assicura l’equilibrio emotivo-affettivo dei figli; quando contribuisce alla formazione di base del carattere e alla prima strutturazione della personalità; quando imprime nella vita di tutti i giorni uno stile di condotta leale, oggettivo, responsabile; quando apre i figli alla socialità e alla comunità.
La famiglia è educatrice feriale dei “valori vocazionali” quando, senza chiamarli per nome, fa fare esperienza concreta e graduale dei valori di gratuità e radicalità, fino alle scelte più totali e definitive, sull’esempio della stessa donazione vocazionale gratuita, radicale e definitiva dei genitori.
La famiglia è educatrice feriale della fede e della vita cristiana dei figli creando per essi e con essi momenti di preghiera, assicurando ad essi una catechesi adeguata, coinvolgendoli fin da piccoli nelle attività formative e apostoliche e sostenendoli nel discernimento e nelle decisioni vocazionali.
2. Nelle varie età. Come indica il P.P.V. con i fanciulli e i preadolescenti occorre creare un ambiente educativo familiare nel quale la persona, soprattutto attraverso il confronto con i genitori, sperimenti che cosa significhi impostare l’esistenza secondo il piano di Dio. Per questo i genitori, oltre a far vivere i valori, aiutano i figli a fare una lettura di fede nei riguardi delle situazioni e degli avvenimenti della vita e della storia e li aiutano soprattutto a “rimuovere le conseguenze dello scandalismo, i pregiudizi e le preclusioni nei confronti delle vocazioni consacrate”[5].
Si rivela particolarmente utile l’incentivo che viene anche dai genitori per vivere esperienze associative formative, di carità e servizio, così importanti a queste età.
Con gli adolescenti e i giovani, la famiglia è chiamata al duro compito della maturazione affettiva e dello spirito critico, fino alla costruzione nei figli di quella autonomia e libertà personale che consentirà loro di compiere le diverse “scelte vocazionali”.
La famiglia dovrebbe quindi aiutare i figli adolescenti e giovani a prendere decisioni, a elaborare progetti personali, a interpretare la realtà e a valutare criticamente i modelli e i comportamenti sociali.
Diviene oggi soprattutto necessario inserire la famiglia negli itinerari vocazionali dei figli, sostenerla nei momenti in cui si fa più concreta e vicina l’ipotesi vocazionale dei figli e coinvolgerla nel cammino formativo della “vocazione” dei figli.
In tal modo si verrebbe a “saldare” lo specifico vocazionale della famiglia stessa con il suo determinante e irrinunciabile ruolo formativo per tutte le vocazioni.
Note
[1] CEI, Vocazioni nella Chiesa Italiana. Piano pastorale per le Vocazioni, n. 17.
[2] OT, 2.
[3] GS 32.
[4] CEI, Vocazioni nella Chiesa Italiana. Piano pastorale per le Vocazioni, n. 38.
[5] CEI, Vocazioni nella Chiesa Italiana. Piano pastorale per le Vocazioni, n. 42.