N.03
Maggio/Giugno 1986

Famiglia: educazione alla fede e a scelte vocazionali in una società complessa

Non essendo un esperto del problema vocazionale, mi limiterò a riflettere in questa sede su quei cambiamenti strutturali della famiglia che più direttamente, a mio avviso, incidono sull’educazione alla fede dei figli ed indirettamente sulle loro scelte e vocazioni religiose, più o meno formalmente consacrate.

 

I cambiamenti della famiglia

Tre sembrano a me i cambiamenti della famiglia italiana da approfondire e riconoscere. Ed essi ruotano tutti su un solo grande fenomeno, il crescente carattere composito della famiglia: come soggetto economico, come struttura sociale, come sede di valori ed atteggiamenti culturali. La compattezza ed omogeneità della tradizionale famiglia italiana sembrano sostituiti da una forte dose di pluralismo, policentrismo, quasi politeismo degli atteggiamenti e dei comportamenti.

 

1. La famiglia come soggetto economico.  Sul piano economico ciò è immediatamente percepibile, se solo si pensa al fatto che la famiglia ha mantenuto certamente il suo essere soggetto economico, quasi il suo essere azienda; ma mentre la famiglia tradizionale, quella di origine contadina o artigiana, era un’azienda di produzione di beni, la famiglia attuale è un’azienda di composizione del reddito. Il reddito è oggi sempre più familiare, nel senso che non è solo garantito dal capofamiglia maschio adulto; ed è composito, nel senso che è costituito da tanti spezzoni di reddito dei vari membri della famiglia (il primo lavoro del padre, il part-time della madre, i lavori precari dei figli, le pensioni degli anziani, il doppio lavoro eventuale di alcuni dei componenti citati, ecc.). Il riferimento economico quindi è policentrico, ogni familiare tende ad avere il suo spezzone di reddito, quindi una sua capacità di contribuzione familiare ed anche una sua libertà economica dal capofamiglia. Per cui oggi la famiglia è certamente il più forte soggetto economico della società italiana, ma è anche il più policentrico ed articolato centro di reddito, di consumo, di risparmio e di investimento, con una forte tendenza alla personalizzazione delle scelte in ognuno di questi gruppi di comportamento.

 

2. La famiglia come struttura sociale. Tale policentrismo economico della famiglia è del resto chiaramente parallelo al carattere composito di essa come struttura sociale. Il potere ed i comportamenti al suo interno diventano in altre parole più articolati, nel senso che ogni membro della famiglia orienta i suoi comportamenti sociali non tanto in base alla sua appartenenza alla famiglia quanto in base alla sua appartenenza a varie e specifiche fasce sociali: al gruppo amicale, al gruppo “dei pari” (specialmente forte a livello giovanile), alle associazioni ed ai movimenti, al gruppo professionale, alle dinamiche dell’ambiente di lavoro; o, in mancanza eventuale di tutte queste varie appartenenze, ai propri personali egoismi. Chiunque viva o osservi una famiglia italiana d’oggi sa che è difficile trovare al suo interno un’omogeneità di comportamenti, ed ancor più una loro centratura sulla dimensione familiare (le stesse donne cercano di non identificare la loro esistenza con tale dimensione, ricercando spazi e stimoli esterni). Il che riduce drasticamente quella linearità del potere (degli anziani sui giovani, dei genitori sui figli, ecc.) che era caratteristica della famiglia tradizionale, cosicché le figure sociali interne vengono stravolte.

 

Spesso da padre di famiglia numerosa mi paragono ad un semaforo che regola il traffico dei comportamenti dei figli; ed un mio amico nelle stesse condizioni dice “non sono un padre, ma un capo-branco”; bastano i riferimenti (il semaforo o il capo-branco) per capire quanto siamo lontani dal “monoteismo” (di albero genetico e culturale; di autorità; di trasmissione della benedizione, al singolare; ecc.) delle famiglie dei nostri padri. La famiglia d’oggi è una struttura sociale policentrica ed articolata.

 

3. La famiglia come sede di valori. Quando c’è policentrismo ed articolazione sul piano economico e sul piano sociale non ci si può sorprendere se cresce il policentrismo, direi il politeismo, degli atteggiamenti e dei valori culturali. Questi sono sempre meno trasmessi dai genitori, di generazione in generazione; e sono sempre più mutuati ed assorbibili da sedi esterne, dalla scuola alla televisione, dal gruppo amicale ai giornali, dai movimenti associativi a quelli spirituali, dalla cultura locale alle avventure di viaggio (di ogni tipo). La famiglia non è cuore di una cultura unitaria dei suoi membri, è centro di confronto (più o meno polemico) delle varie culture dei suoi componenti. E spesso di confronto radicale, quasi di scissione: quanto possono intendersi un fratello che sente la religione come grande fenomeno e grande appartenenza ed un altro fratello che sente la religione come “soggettiva esperienza religiosa” da vivere in piccolo gruppo? Quanto possono intendersi una madre attenta all’ordine un po’ mediocre della quotidianità familiare ed un figlio che sogna palingenesi e rivoluzioni socio-politiche? La cultura familiare, gli esempi potrebbero continuare per un bel pezzo, è sempre più una cultura composita ed in parte necessariamente confusa, che forse sa nel profondo di avere una base comune a tutti, ma che tende quasi provocatoriamente alla personalizzazione un po’ divaricante dei valori, degli atteggiamenti, dei comportamenti. Per certi versi, sul piano culturale, non si può fare neppure il capo-branco, occorre come adulti e come padri esser capace di inputs (di stimoli al nuovo come di richiami alla riflessione) con il rischio cosciente di esercitare non sintesi ma ulteriore potenziale divaricazione.

 

 

 

Famiglia: educazione alla fede e a scelte vocazionali

Ho voluto richiamare il triplice attuale policentrismo della famiglia italiana d’oggi (policentrismo economico, sociale e culturale) perché esso è l’unica chiave di lettura che mi è consentita professionalmente, sul problema della vocazione, più o meno consacrata. Ed è una chiave di lettura, come si può intuire, estremamente problematica.

La famiglia d’oggi, secondo la mia sensibilità, non è capace di promuovere vocazioni, perché in essa vince non la trasmissione compatta dei valori dei padri, ma la personalizzazione delle scelte e dei comportamenti dei figli. È un’affermazione forse un po’ troppo semplificata, ma non lontana a mio avviso dal vero. La conseguenza è che chi vuole e deve lavorare sul problema vocazionale (fosse anche un singolo padre attento alla fede dei figli, prima ancora che alla loro vocazione consacrata) deve saper lavorare sulla personalizzazione dei percorsi culturali dei giovani. Questi, come ci appare evidente ogni giorno, personalizzano tutto, riducono tutto alla loro sfera soggettiva, scelgono da soli i propri percorsi di vita e di fede.

È questa una grande ricchezza, nel senso che ogni scelta è più intimamente convinta e sentita, ma è anche un limite, nel senso che nessuno (famiglia, padre e madre, chiesa che sia) può influenzare la scelta e la direzione della scelta.

La religione dei padri ci ha sempre insegnato che ogni persona è unica ed irripetibile e che ogni chiamata (alla fede come alla vocazione consacrata) è intimamente e segretamente personale. E sappiamo, per fedeltà alla religione dei padri, che la fede e la vocazione sono frutto non dello sforzo umano ma della grazia divina. Ad essa quindi affidiamoci, per la fede e la vocazione dei figli. Del resto – scrivo questa breve nota nella terza domenica di Pasqua – ripenso al Vangelo di oggi, con Gesù che chiede a Pietro tre volte “mi ami?” e che alla terza riaffermazione gli dice “seguimi!”.

 

Molti di noi, come Pietro prima della Pasqua, hanno rinnegato il Signore; molti di noi rispondono positivamente nella vita ordinaria al “mi ami?” del Signore; ad alcuni, quelli cui la chiamata è ripetuta, viene detto anche il “seguimi”. Ma chi guida il dialogo non siamo noi, individui o famiglie.