N.03
Maggio/Giugno 1986

Famiglia: vocazione per tutte le vocazioni

 

 

Forza e debolezza delle famiglie

Di fronte alla famiglia o, meglio, alle famiglie, colte nella loro realtà storica, occorre grande umiltà unita a un vivo senso del limite. Ogni affermazione di carattere globale, in senso positivo o negativo, può esser immediatamente messa in discussione, con il risultato paradossale di un’incertezza e di un’inquietudine che sorprendono.

Così si può dire che la famiglia, oggi, è viva e nello stesso tempo è in situazione preagonica; è luogo di speranza e insieme di conflitto acuto e lacerante; è condizione fondamentale dell’essere Chiesa e, in pari tempo, è intralcio notevole a una vita comunitaria vivace.

Le numerose inchieste degli ultimi tempi confermano l’ambivalenza delle conclusioni. Ne porto una ad esempio, tratta dalla nota indagine ISTAT. È in crisi o no il matrimonio “religioso” in Italia?

Dicono i dati che i matrimoni civili sono passati dall’1,3 del 1963 al 14,2% di vent’anni dopo (1983). Ma se si depura questo dato dai secondi matrimoni dei divorziati, necessariamente civili – stimati intorno al 4% circa si arriva alla conclusione che nove giovani su dieci, in Italia, optano ancora per il matrimonio religioso. Se si pensa che questo avviene in un’età che registra il più basso tasso di pratica religiosa, si deve arrivare alla conclusione che la grande maggioranza dei non praticanti opta ancora per il matrimonio religioso.

L’osservazione vale anche per il rapporto famiglia-vocazioni dei figli. Dall’ottimismo delle affermazioni “ufficiali” – quali, ad esempio, quella del documento conclusivo del 2° Congresso internazionale per le vocazioni, n. 39, o del recente P.P.V. n. 38 – prende le distanze la mentalità corrente di non pochi operatori vocazionali che vedono nelle famiglie il luogo normale… della perdita di vocazione dei ragazzi.

 

C’è però una novità eclatante. Il magistero della Chiesa – eco di una coscienza di Chiesa diffusa e in crescita – si orienta sempre più ad affermare l’intimo legame che passa tra famiglia e vocazioni, a partire dalla convinzione che la famiglia stessa è vocazione: è vocazione per tutte le vocazioni.

 

 

 

Vero e proprio ministero a servizio di ogni vocazione

Il punto di partenza è in un dato teologico di cui non si coglie sempre adeguatamente l’importanza: la famiglia dei cristiani nasce dal sacramento del matrimonio; non lo precede, non lo condiziona ma dalla fonte sacramentale riceve consistenza, finalità e obiettivi anche immediati.

La famiglia, radicata e “consacrata” nel sacramento del matrimonio, diventa a suo modo partecipe della vita e della missione propria dell’unica Chiesa del Signore. Anzi, la famiglia è chiesa essa stessa, “viva immagine e storica rappresentazione del mistero della Chiesa”[1].

Ora, come non si può separare tra loro Chiesa e Vocazione, perché la vocazione è sempre un fatto ecclesiale – nel senso che Dio ordinariamente manifesta la vocazione nella Chiesa e questa accoglie, costituisce, porta alla luce e sostiene la vocazione – così giustamente occorre connettere tra loro famiglia e vocazione dei figli.

“I coniugi e i genitori cristiani… non solo ‘ricevono’ l’amore di Cristo diventando comunità ‘salvata’, ma sono anche chiamati a ‘trasmettere’ ai fratelli il medesimo amore di Cristo, diventando così comunità ‘salvante’. In tal modo, mentre è frutto e segno della fecondità soprannaturale della Chiesa, la famiglia cristiana è resa simbolo, testimonianza, partecipazione della maternità della Chiesa”[2].

La famiglia cristiana, dunque, è più che un’occasione favorevole per le vocazioni. È – o dovrebbe essere – il seno materno dove la vocazione prende corpo e si attrezza per diventare una realtà ben definita. Non a caso si dice che la famiglia è la casa – in senso biblico – dove Dio abita e diventa commensale degli uomini, associandoli alla sua vita e alla sua salvezza.

 

Essa riceve “la dignità e la vocazione di essere un vero e proprio ministero della Chiesa a servizio della edificazione dei suoi membri”[3].

 

 

 

Formare alla maturità

La prima conseguenza riguarda l’apporto specifico delle famiglie alle vocazioni dei figli. Con brevi sintesi, si può dire che la famiglia cristiana è autenticamente tale quando prende coscienza di essere essa stessa vocazione, cioè accoglienza, risposta e testimonianza del disegno di Dio in ordine alla salvezza. La vita familiare è dunque progressiva esperienza del compimento del progetto di Dio che si cristallizza nella edificazione o “venuta” del Regno.

Si tratta, dunque, di una vocazione autenticamente cristiana (GS, 52), che edifica, nel quotidiano, la comunità della Chiesa (LG, 41), dandole un volto familiare e domestico (LG, 11; AA, 11). Proprio in questo umanizzare e storicizzare l’immagine della Chiesa – che, come è noto, è realtà teandrica, divina e insieme umana, consiste, a mio avviso, l’apporto specifico delle famiglie alla vocazionalità dei figli: offrire una formazione integralmente umana e umanizzante così che i figli possano, in libertà e con adeguata maturità, dire sì al dono di Dio. In altre parole, le famiglie non formano il prete, il frate o la suora, ma formano l’uomo e la donna perché si aprano al mistero di Dio con la necessaria maturità.

Una seconda conseguenza mette in causa la pastorale familiare e il “soggetto” proprio di essa, cioè la chiesa locale, comunità cristiana.

“La comunità cristiana dà incremento alle vocazioni sacerdotali (o di speciale consacrazione), assolvendo questo compito nella propria misura e anzitutto con una vita perfettamente cristiana”[4].

La famiglia, comunità cristiana con peculiari caratteristiche e modalità, sostiene le vocazioni in proporzione – diciamo così – di quello  che essa è. Soprattutto in ragione del suo essere “comunità di vita e di amore”, “comunità educante”, “comunità ospitale” cioè aperta al servizio. È di fondamentale importanza, dunque, stimolare e aiutare le famiglie ad essere fedeli alla loro vocazione nativa.

Paolo VI diceva spesso che occorre “costruire i costruttori”. In un impegno permanente, da parte della Chiesa, di evangelizzazione e di promozione della ministerialità sponsale sembra risiedere oggi la capacità di associare le famiglie alla dinamica delle vocazioni dei figli.

Coltivando la vocazione dei coniugi e delle famiglie si dà consistenza allo sviluppo delle vocazioni dei figli.

Si rende pertanto necessaria una solida presenza della dimensione familiare nella pastorale delle chiese locali. Come diventa indispensabile un’armonica integrazione tra pastorale familiare, pastorale vocazionale e pastorale giovanile.

Un’ulteriore conseguenza riguarda coloro che hanno il compito nella Chiesa di coltivare le vocazioni e di attendere alla formazione di coloro che si avviano a vivere le vocazioni di speciale consacrazione.

Gli operatori vocazionali devono affinare la loro ottica di attenzione nei confronti delle famiglie. Non hanno di fronte una realtà semplicemente sociologica né un serbatoio di vocazioni, ma una comunità portatrice di un “carisma, dono dello Spirito Santo, destinato a edificare la Chiesa”[5].

 

È dunque un rapporto tra carismi diversi quello che passa tra operatori vocazionali e famiglie. Un rapporto che cresce nel dialogo, nella integrazione e nel sostegno reciproco.

 

 

 

 

 

Note

[1] FC, 49.

[2] FC, 49 che cita LG,11 e 41.

[3] FC, 38.

[4] 0T, 2.

[5] ESM, 27.