N.03
Maggio/Giugno 1986

La valenza vocazionale dei sacramenti dei figli: itinerario di catechesi per la famiglia

I Sacramenti dell’iniziazione cristiana rimangono ancora nelle nostre Parrocchie le occasioni più propizie per incontrare le famiglie e per fare con loro un discorso di integrazione e di allargamento della loro missione educatrice nella famiglia.

Purtroppo, lo sappiamo, molti genitori “iscrivono” il loro bambino o il loro ragazzo al catechismo, pensando che l’educazione alla fede sia una cosa che riguarda i preti e assai poco le famiglie, così che una volta che il catechismo “è finito” con la Cresima, solennemente festeggiata, il periodo dell’educazione religiosa sia terminato.

 

 

Un malinteso da superare

Lo sforzo attuale della Chiesa per dare i mezzi di educazione alla fede, nelle diverse tappe della vita dell’uomo, vuol far cessare questo malinteso. Il catechismo del bambino assume sempre meno il carattere di unico e definitivo momento di educazione alla fede. Esso è una tappa importante, ma normalmente non è né un inizio né una fine. Esso è inserito in un insieme, che va dalla prima infanzia del bambino molto piccolo, all’età adulta, passando attraverso l’adolescenza. Nel corso degli ultimi anni, è stata posta particolare attenzione alla “qualità” pedagogica e dottrinale del catechismo. Da una parte si sono fondati diversi organismi per assicurare lo sviluppo e la formazione di catechisti competenti; dall’altra, si sono studiati dei programmi, pubblicati manuali, strumenti di lavoro, rispondenti alla necessità dei catechisti, dei bambini e delle famiglie, proprio per tentare di colmare il vuoto educativo tra parrocchia e famiglia.

 

 

Catechesi e itinerari educativi familiari

Oggi si iscrivono al catechismo due “generi” di bambini, che vivono insieme a scuola e durante il tempo libero, come anche al catechismo, ma non richiedono lo stesso insegnamento.

Da un lato, vi sono quelli che nel corso della loro prima infanzia hanno ricevuto un’educazione cristiana progressiva e che vivono in una famiglia che partecipa alla vita apostolica e liturgica della Chiesa. Dall’altro, quelli che dovranno scoprire tutto al momento della loro iscrizione al catechismo, l’esistenza stessa di Gesù Cristo, il disegno di salvezza di Dio, la vita sacramentale e liturgica, la risposta dell’uomo al richiamo di Dio. Essi vivono in famiglie dove si riconosce una certa appartenenza alla Chiesa – lo dimostra il fatto stesso di iscrivere i figli al catechismo – ma che partecipano meno direttamente e meno regolarmente all’attività della comunità cristiana, e la cui fede è difficile da definirsi.

Al primo gruppo di bambini, il catechismo arreca l’ultima iniziazione alla vita sacramentale, alcune precisazioni sul contenuto della fede, una maggiore riflessione sulla vita cristiana, in un mondo dove si vanno affermando ben altre concezioni di vita da quella dei cristiani. Le cure dei catechisti sono soprattutto pedagogiche e la collaborazione educativa con la famiglia diventa quasi naturale.

Per il secondo gruppo, si tratta di proporre una vera conversione, se non si vuole accontentarsi di dare alcune nozioni di cultura e di pratica cristiana, che resteranno estranee alla vita reale e che diventeranno un “vaccino” contro una futura vita cristiana.

Ecco, per i catechisti, un compito delicato, che richiede molto più scienza, fede e delicatezza; per il bambino, ecco un importante e difficile cammino intellettuale, morale e spirituale da percorrere. Non si può imporlo, ma proporlo; non si può soprattutto dimenticare che, socialmente, psicologicamente, giuridicamente, il bambino dipende dalla sua famiglia. È qui che sono indispensabili accordo, dialogo, incontri, collaborazione con la sua famiglia.

 

 

La famiglia e la catechesi della comunità

È per questo che le comunità cristiane e specialmente i sacerdoti responsabili, devono cercare di approntare un ambiente che permetta un dialogo sincero e profondo fra i catechisti, che debbono imparare dalle famiglie tutte le ricchezze umane che esse vivono, e le famiglie, che debbono diventare coscienti di ciò che significa l’appartenenza dei loro bambini alla comunità del catechismo. I catechisti e, più largamente, tutta la comunità ecclesiale debbono dare a queste famiglie i mezzi di educare e sostenere le fede dei loro bambini, per la parte che loro spetta.

La relazione catechismo-famiglia assume sempre più importanza, e il catechismo ritrova sempre più il suo carattere di comunità ecclesiale, nella quale i bambini possono nutrire e educare la loro fede, per viverla oggi, ed essere preparati a dare dimensione vocazionale allo loro vita futura.

 

 

Quale itinerario catechistico per la famiglia?

Il bambino vive nella sua famiglia: egli è profondamente “dipendente” dai suoi genitori, anche se si apre ad una società più larga, anche se la nuova generazione tende ad avere, da questa età, una concezione del mondo segno di una cultura che non è più quella dei suoi genitori.

Così anche la Chiesa pensa che l’educazione alla fede dei ragazzi, per la comunità ecclesiale non può realizzarsi, se i genitori non vi partecipano attivamente.

La Chiesa non concepisce un’educazione alla fede senza che vi partecipino i genitori; per questo la preoccupazione preminente degli operatori catechistici è quella di mettere sempre più a loro disposizione i mezzi con i quali possano, da una parte, proseguire (o cominciare) l’educazione cristiana in famiglia, e dall’altra partecipare alla vita della comunità parrocchiale. L’unità della vita del bambino e la sua progressiva apertura ai valori vocazionali della sua esistenza è a questo prezzo.

Nel momento in cui i bambini scoprono le valenze vocazionali della loro vita di rapporto con la comunità e con la società i genitori devono essere sollecitati a tenerne conto se non vogliono perdere credibilità nella loro azione educativa in famiglia.

Il catechismo ha due compiti principali: trasmettere il contenuto della fede in modo vitale e iniziare alla vita sacramentale integrata dentro questo slancio vitale che deve coinvolgere sempre più la vita come risposta alla chiamata del Signore.

È in questa prospettiva di catechesi “esistenziale” e non puramente dottrinale o nozionistica che si staglia la necessità di farne partecipe la famiglia, altrimenti nella crescita religiosa del bambino resterà questa “zona d’ombra” che distaccherà in modo irreversibile il ragazzo e poi l’adolescente dal contesto familiare.

Ma se la famiglia non vive essa stessa questa dimensione “esistenziale” della sua realtà comunitaria, dentro la quale il bambino ritrova ciò che impara e conosce in Parrocchia, non si fa opera di educazione e tutto cade nel vuoto.

 

 

Catechesi familiare e sacramenti dei figli

L’insegnamento religioso si presenta come una pedagogia dei segni, che il bambino impara a leggere “segni che Dio fa per rivelarsi nella Chiesa e in tutta la storia della Salvezza”: “avvenimenti e parole bibliche, liturgia, tradizione e vita della Chiesa, avvenimenti e situazioni della vita umana, particolarmente della vita dei bambini”. Durante questo periodo il bambino viene a contatto con l’insieme del mistero cristiano. Ma se non si vuole separare fede e vita, si deve insegnare al bambino a riconoscere il significato cristiano dei valori della vita quotidiana e della propria esperienza spirituale. Esperienza, come il desiderio di diventare grande, la gioia di fare qualcosa e l’ammirazione per quello che fanno gli adulti, il senso della solidarietà fra compagni, sono letti alla luce della Bibbia, della liturgia, della esperienza della Chiesa. Da questa lettura cristiana nasce l’educazione del comportamento morale.

Ma se questa “lettura” cristiana della vita non è maturata anche in famiglia, se anche i genitori non sono capaci di interpretare la loro esperienza di coppia in questa luce prospettica, la nostra azione pastorale rimane pressoché inefficace.

Ecco perché i Sacramenti dei figli sono un’occasione da utilizzare bene per proporre ai genitori un itinerario di fede insieme ai figli.

Le tappe sacramentali del cammino di iniziazione cristiana sono altrettante occasioni per sviluppare una proposta vocazionale ai bambini e ai ragazzi. La scoperta del progetto di Dio nella loro vita è una delle intuizioni più liberatorie, proprio per superare l’idea che i Sacramenti sono come episodi a se stanti e staccati da quella che poi è la via ordinaria della propria crescita di fede.

Far capire che proprio attraverso la prassi sacramentale il Signore “segna” la nostra storia religiosa e che nei “segni” sacramentali c’è tutta la forza della chiamata all’Amore, è uno degli sforzi più produttivi della metodologia catechetica di oggi.

 

 

Una catechesi permanente 

Quando di parla di catechesi permanente, non si fa altro che sottolineare questo cammino progressivo e unitario della vita cristiana dove Dio rivela sempre più chiaramente la sua volontà di guidarci verso di Sé, per una risposta che realizzi la nostra dimensione personale.

Ma tutto ciò non può realizzarsi pienamente senza un riferimento esplicito alla famiglia, perché il bambino vive nella famiglia la sua dimensione fondamentale di vita; se non percepisce che proprio dentro la sua famiglia c’è un disegno comunitario di Dio, che ha fatto incontrare i suoi genitori e li ha fatti decidere di metterlo al mondo, non può capire concretamente che la sua vita si deve realizzare e sviluppare dentro un progetto che lo coinvolge e in qualche modo lo supera.

Ma bisogna dare ai genitori questa coscienza, affinché nel loro rapporto educativo, con il figlio manifestino la presenza di questo progetto misterioso e aiutino il bambino a coglierne la portata e le implicanze.

Il fatto che troppo spesso la famiglia non sia in grado di accogliere la chiamata di un figlio alla vita consacrata, sta a dimostrare che molta strada c’è ancora da percorrere affinché la valenza vocazionale della vita in genere, e della vita cristiana in particolare, sia accolta, vissuta e testimoniata.