N.03
Maggio/Giugno 1986

L’apertura vocazionale dei movimenti familiari oggi

Quando si parla di “movimenti” familiari a chi è in movimento lo si invita praticamente a restare fermo per riposare un po’. È l’augurio che rivolgo ai lettori i quali, ne sono convinto, nel travaglio quotidiano del camminare sognano spesso un’oasi di quiete! Non è capitato invece a me di riposare nel tentativo di stendere queste brevi note, per due ragioni.

La prima: una sorta di senso di disagio constatando nelle persone appartenenti ai vari movimenti familiari, enti, centri, gruppi e settori famiglia di associazioni una certa meraviglia per aver loro rivolto domande “ovvie e scontate” sulla presenza o meno della apertura vocazionale nell’ambito della loro azione pastorale. E questo disagio intralciava notevolmente il lavoro fintanto che non incominciai a convincermi che così come una strada non percorre se stessa, così come una sorgente non beve della sua acqua, così come un albero non si nutre dei suoi frutti, allo stesso modo, forse, colui che “vive” un tipo di vocazione non gradisce autoraccontarsi…

L’altra ragione di disagio è più banale e si ricollega al discorso comune di tante discipline circa l’uso dei medesimi termini con sfumature contenutistiche diverse. Un esempio: alla mia domanda: “avete una spiritualità specifica come movimento?”, la risposta era quasi sempre in questi termini: “Si, ci si riunisce a pregare una o due volte a settimana”. Il che sembra far pensare ad una spiritualità circoscritta alla preghiera mentre pare ormai acquisito che anche la vita trasformata nel dono di sé diventa preghiera…

Ma veniamo più propriamente all’argomento.

 

 

 

Vocazione chiama vocazioni

Tutti i movimenti, enti ecc. affermano di avere una solida dimensione vocazionale. I modi di attuazione di tale dimensione vocazionale deriva per lo più dal tipo di spiritualità. Ci sono movimenti o enti che privilegiano come metodo di orientamento vocazionale i cosiddetti “itinerari di formazione”, i “cammini o percorsi neocatecumenali”, i “momenti forti”, gli incontri “casa per casa”, le “celebrazioni liturgiche” e così via…

A questo punto non mi sembra fuori luogo e fuori logica indicare pertanto i “luoghi genetici” da dove i vari movimenti hanno pensato di trarre la linfa vitale della loro proiezione vocazionale. Anzi, mi pare di ravvisare in un punto preciso, più o meno intuito, la vera molla, per chi ci crede, di tale apertura: la promessa di unirsi in matrimonio.

Pochi, anche nella pastorale familiare vocazionale, fanno caso alla portata significativa di queste parole che i due “nubendi” annunciano: “io prendo te come mio/a sposo/a e prometto di esserti fedele sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia e di amarti e onorarti tutti i giorni della mia vita”

È una vera dichiarazione di apertura vocazionale se si pensa che anche nella Familiaris Consortio di Giovanni Paolo Il si legge famiglia, diventa ciò che sei.

In quella promessa infatti l’accento viene posto sulla identità dell’essere segno vocazionale realistico (salute e malattia, gioia e dolore) e fantasioso (per amare tutti i giorni occorre… fantasia).

Che poi questi sposi confluiscano (o siano già stati inseriti) in movimenti, enti ecc. non modifica di un soffio la loro situazione di “chiamati coniugalmente” ad essere vocazione per altre vocazioni. Anzi sarebbe opportuno che i responsabili di tali movimenti indichino ogni tanto questa “radice” al fine di potenziare la loro medesima spiritualità.

Non vi può essere pastorale vocazionale familiare se non c’è presa di coscienza della urgenza e del valore dell’intera pastorale familiare. Paolo VI, in proposito, affermava: “Affidiamo a voi, sposi e genitori cristiani, e alle iniziative che promuovono oggi nella Chiesa la spiritualità della vita coniugale, il compito di studiare in modo sempre più approfondito le ricchezze del sacramento del matrimonio, la sua ripercussione nella vita degli sposi, della famiglia e della società e il compito di aiutare tutti gli sposi cristiani a prendere cosciente del loro dono”[1].

Con l’enciclica Humanae Vitae si parla addirittura di “nuova e notevolissima forma dell’apostolato del simile da parte del simile”, alludendo in modo esplicito agli sposi che “si fanno apostoli e guide di altri sposi” (n. 16).

Nel documento della CEI, “Matrimonio e famiglia oggi in Italia” al n. 16 si legge: “È necessario che la famiglia divenga il centro unificatore dell’azione pastorale…”.

Poi c’è stato il Documento CEI “Evangelizzazione e sacramento del matrimonio” e il Papa attuale che sottolineava da Puebla: “Fate ogni sforzo affinché vi sia una pastorale della famiglia…” , e poi il Sinodo del 1980 e l’Esortazione Apostolica “Familiaris Consortio”…

 

 

 

Cenno storico, rilievi e speranze

Purtroppo si deve constatare che nonostante tutti i pronunciamenti magisteriali e nonostante il lavoro del Gruppo Permanente per la Pastorale Familiare (che si riunisce abbastanza fedelmente da quasi venti anni e nel quale sono rappresentati tutti i movimenti ed enti interessati alla pastorale familiare) c’è ancora qualcosa da lamentare. Affermava Mons. Stabilini agli inizi degli anni ‘70: “Se ci chiediamo a quale punto è oggi in Italia la pastorale familiare in genere e quella prematrimoniale in specie, purtroppo la risposta non è molto confortante”. Mi chiedo sottovoce io: “non sarà perché forse certi movimenti o enti ripiegano al loro interno anziché proiettarsi all’esterno?”.

Anche perché i sociologi stanno sostenendo che il matrimonio e la famiglia saranno la riscoperta degli anni futuri. Afferma Campanini: “Il matrimonio cristiano è ancora, per la grande maggioranza dei giovani italiani, una realtà da annunciare; ed è insieme una realtà di massa che coinvolge ogni anno circa 500.000 persone quasi tutte comprese fra i 18 e i 35 anni e rappresenta dunque, senza alcun dubbio, la struttura più significativa della pastorale degli adulti nella Chiesa italiana”[2].

E si può forse concludere che se questa è la situazione odierna, ad essa hanno dato il loro contributo documenti precedenti, intuizioni, il Concilio, il Sinodo, Convegni… che sono punto di riferimento per i vari movimenti. Si è creata mano a mano un’interazione fra essi ed il Magistero e tutti si spera di avere appreso la lezione della operosa ed umile collaborazione per il Regno di Dio.

Forse un primo cenno alla pastorale familiare risale a Pio XI con la Casti Connubii (n. 5). Scrive Muraro: “Nel tempo compreso tra la Casti Connubii e l’istruzione Sacrosantum (29.VI.1941) incominciano a formarsi e si estendono rapidamente nella Chiesa i gruppi familiari. Si formano le Equipes Notre-Dame, i Gruppi di spiritualità familiare, i Centri di preparazione al Matrimonio, i Gruppi famiglia senza etichette particolari. Si delinea sempre più chiaramente che la vita coniugale e familiare è scuola di santità e di vita protesa nell’impegno per i fratelli. I laici sposati si affiancano ai sacerdoti e ai teologi nella ricerca di linee nuove di comprensione e di approfondimento delle ricchezze racchiuse nella vita coniugale”[3].

Poco oltre prosegue affermando: “Riteniamo che si possa parlare di un organico lavoro di sensibilizzazione della Chiesa italiana alla pastorale prematrimoniale solo a partire dal 1970. Negli anni precedenti si era svolto un lavoro per iniziativa di singoli, in modo particolare per opera di persone appartenenti all’Azione Cattolica o ai pochi Movimenti per la famiglia (per es. il “Pro famiglia” di Brescia, il CCPM di Roma, “La Casa” di Milano, il “Punto Familia” di Torino ecc …)”[4].

Forse l’elenco non è completo e non sarà mai completo ma è difficile dimenticare il movimento “Famiglie Nuove” dei Focolarini, l’Opera Madonnina del Grappa di Sestri Levante, gli “Incontri Coniugali” ecc. Nulla può andare perduto se nessuno strappa le radici!

 

 

 

Costanti e contributi peculiari dei movimenti

Componendo ora i pezzetti di mosaico delle varie risposte si può ricavare un quadro abbastanza completo delle costanti di pastorale familiare vocazionale presenti nei vari movimenti.

Si ruota attorno ai concetti di fondo del cristianesimo quali quelli di chiamata, conversione, servizio.

Questi concetti però, almeno nella maggioranza dei Centri e dei Movimenti interpellati, vengono calati nello specifico della vocazione coniugale con conseguente modo di vivere di “sposati nel Signore”.

Si viene così a delineare un concetto di conversione come “modo d’essere attento” al coniuge (riflesso e segno della attenzione amorosa di Dio verso l’umanità). In tale modo la ministerialità o il servizio coniugale diventa preciso e concreto segno di impegno fra le pareti domestiche perché quella è la vocazione “genetica” dei due e si espande all’esterno nella assunzione di specifici compiti da svolgere nella comunità ecclesiale.

In conseguenza di ciò ed onde evitare dispersione di energie si potrebbe addirittura ipotizzare una proposta pastorale così differenziata: i Movimenti, i Centri e gli Enti e gli Istituti pastorali con la fantasia delle loro iniziative dovrebbero insistere nel far prendere coscienza dei contenuti vocazionali del matrimonio mentre le Parrocchie, che restano l’ambito privilegiato di ogni azione pastorale comunitaria, dovrebbero aprirsi maggiormente alla accoglienza di questo ministero-servizio (soprattutto quelle che parlano di accoglienza…) che non vuole e non può essere antitetico a nulla ed a nessuno in quanto la “famiglia” è “unificante di per sé”, addirittura ontologicamente parlando, e dovrebbero aprirsi all’accoglienza creando spazi capaci di far vivere quanto è stato imparato o viene dinamicamente imparato; il tutto possibilmente con cammini diversificati.

Il contributo peculiare di questi enti o movimenti (e non certamente esclusivo rispetto a quello offerto dagli altri) che balza subito all’occhio è quello della fede.

Si nota di avere a che fare con persone che ci credono veramente e che ci credono non come vanto personale ma come conseguenza di quella forza-dono consistente nel carisma coniugale. La fede è vissuta come fede “coniugale” e poi “familiare” in modo tale che si possa parlare coerentemente di “chiesa domestica”.

Fa tanto bene recuperare alla vita della Chiesa tutto quanto sa di “domesticità” e di “familiarità”, tutto quanto sa di comunione e di condivisione “nella gioia e nel dolore”. Anche le “comunità sacerdotali” o “religiose”, ad esempio, dovrebbero rappresentare un modo concreto di vivere la condivisione nel senso “familiare” del carisma per il bene di tutti. Non esiste Calvario e Risurrezione se non a partire da Nazareth, dove Dio, con familiarità discreta, annuncia definitivamente il suo progetto a Maria la Vergine, la invita a condividerlo nella sua carne umana, in modo che l’umanità possa viver con Lui per sempre.

Tornano sempre i verbi comunicare, condividere, convivere…

L’ultimo contributo, derivante da ciò, è quello della sottolineatura di una certa fantasia “incarnazionistica” a fronte del sempre presente rischio di un’insistenza verbale nell’annuncio della parola. Annunciare la parola non è ancora “parlare” così come recitare le preghiere non è ancora pregare. Voglio dire che si tocca con mano in questi movimenti ed enti che la “parola” se vuol salvare deve “incarnarsi” appunto perché la Parola definitiva del Padre è Gesù uomo, morto e risorto per la nostra salvezza, grazia alla Vergine Madre Maria e per fantasia dello Spirito… Chi, se non Lui poteva far essere Madre una Vergine, restando Vergine in quanto Madre? Non è fuori luogo allora augurare alla Chiesa che vi sia sempre chi, tra fatica e sofferenza, ponga mano all’aratro e “non” volga lo sguardo indietro. Ma questo augurio costa preghiera ai movimenti ed enti familiari: diversamente che spiritualità avrebbero?

Anche se sono convinto che c’è in qualche nascosto monastero di qualche “vicina” terra una voce di preghiera che prega anche per questi movimenti…

 

 

 

 

 

Note

[1] PAOLO VI, Discorso al XIII Congresso Nazionale del CIF, Roma 12.2.1966.

[2] CISF di Milano, Famiglia Oggi, n. 19.

[3] GIORDANO MURARO, La preparazione dei giovani al matrimonio, in AA.VV., Un Sinodo per la Famiglia, Milano 1980, p. 203.

[4] Ivi, p. 206.