N.04
Luglio/Agosto 1986

Criterio per il discernimento delle vocazioni consacrate

 

Premessa

Il decreto conciliare “Perfectae caritatis” colloca la vocazione consacrata nel cuore di un popolo chiamato alla santità: 

“Fin dai primi tempi della Chiesa vi furono uomini e donne che per mezzo della pratica dei consigli evangelici intesero seguire Cristo con maggiore libertà ed imitarlo più da vicino e condussero, ciascuno a suo modo, una vita consacrata a Dio”[1].

Pur nella varietà delle particolari determinazioni storiche vi è un denominatore comune nelle motivazioni che, lungo il corso dei secoli, hanno portato uomini e donne a scegliere un tipo di vita che non trova giustificazioni umane.

All’origine di queste storie di uomini si legge l’annuncio del Vangelo di Cristo che è anche chiamata al coinvolgimento totale nel Regno di Dio da Lui proclamato ed attuato (cfr. Mt 4,17). Da parte dell’uomo vi è, poi, la piena accoglienza del Regno.

La vita consacrata si configura, quindi, come un’esistenza in cui il primato di Dio è diventato dominio esclusivo di Dio. In essa il dinamismo della Carità acquista una fisionomia così totalizzante da non permettere riserve di nessun genere nel porre a servizio di Dio e dei fratelli le proprie energie. Tuttavia, se l’annuncio del Vangelo è per tutti, la chiamata ad accoglierlo in maniera tale che diventi ragione di vita unica e totale è, secondo il disegno di Dio, solo per alcuni.

Il cogliere il disegno di Dio nella propria vita, il misurare le proprie forze per vedere se si è capaci di portare questo peso, costituisce il cammino di discernimento che è doveroso premettere ad ogni serio impegno vocazionale. In questa prospettiva, individuare i “criteri di discernimento” significa verificare l’esistenza delle qualità e delle attitudini necessarie alla vita consacrata, ricercate come segni della chiamata di Dio o, meglio, come doni che lo Spirito Santo pone in noi affinché ci interpellino e mettano in gioco la nostra esistenza (cfr. OT 11).

L’impossibilità di procedere alla lettura di questi segni indica che il progetto di Dio ci porta in altre direzioni.

La vita consacrata però, si attua come ministero dell’amore gratuito di Dio e della libera volontà dell’uomo; ricercare i criteri di discernimento può sembrare atto di presunzione, ed è così, se sono visti come parametri da applicare rigidamente dall’esterno.

La ricerca e la lettura dei criteri di discernimento vocazionale si inserisce, invece, in un atteggiamento di umile ed amorosa attenzione ai segni con i quali Dio manifesta la sua volontà, sia nella ferialità delle piccole cose sia nel progetto definitivo dell’esistenza.

 

 

I criteri di discernimento

La vocazione alla vita consacrata si presenta con sintomi diversi secondo l’età, della comunità di provenienza, della famiglia di origine, della situazione professionale.

Nei bambini, ad esempio, prevalgono l’entusiasmo ed il fervore religioso; negli adolescenti la ricerca del senso e dell’itinerario della propria vita; l’avere alle spalle una vita impegnata nella preghiera e nell’apostolato dà al segno vocazionale una coloritura che non possiamo trovare nel giovane che si trova all’inizio dell’itinerario di vita cristiana.

I “criteri” proposti vanno, perciò, volta per volta adattati, in relazione alla situazione della persona ed alla specificità delle varie forme di vocazione consacrata.

Essi sono stati individuati in base a tre punti di prospettiva:

* Dio che chiama;

* La persona umana cui è rivolta la chiamata di Dio;

* La vita consacrata che si è chiamati a realizzare.

 

 

Dio chiama.

L’autore di ogni chiamata è il Dio infinitamente grande e buono. Egli vive e cammina con noi in Cristo Gesù nostro fratello ed opera la nostra santificazione nello Spirito, suo dono ai Credenti. A Dio che chiama, l’uomo può rispondere solo se è in sintonia con Lui. Diventa essenziale:

– essere attenti alla dimensione interiore della propria esistenza, riconoscersi creatura;

– aprirsi a Colui che all’origine della nostra vita e che è “totalmente altro”;

– accogliere il vangelo di Cristo al punto da farne la chiave di lettura della propria esistenza.

Tutto questo significa essere in sintonia con Dio e fonda i primi criteri di discernimento.

 

*La fedeltà all’ascolto della parola ed alla preghiera.

Un’esperienza di fede, sia pure intensa e decisiva, diventa la struttura portante dell’esistenza. Solo quando è nutrita e fondata sull’adorazione della Parola di Dio, letta e meditata nella preghiera, vissuta nella liturgia e nella vita. Per questo, per il “chiamato”, la fedeltà alla preghiera deve avere il carattere della quotidianità.

 

* L’umiltà e la disponibilità al progetto di Dio.

Dalla dimensione orante dell’esistenza, vissuta con l’atteggiamento del mendicante che tutto si attende da Dio e con lo stupore fatto di semplicità e di gratitudine proprio dei “piccoli” del Vangelo (Mc 10,15) nasce l’umiltà vera che porta ad accettare il progetto di Dio su di sé qualunque esso sia.

 

* Il confidare in Dio, e l’aprirsi alla direzione spirituale.

Il contatto quotidiano con Dio, realizzato nella preghiera, dà la certezza che Lui ama e accoglie così come si è. Si impara allora, a contare sempre e comunque su di Lui e non c’è più paura nel guardare se stessi fino in fondo, anzi nella fiducia incondizionata in Lui, si acquista il coraggio di aprirsi e confrontarsi, nella direzione spirituale, con la persona che Lui pone accanto come guida perché si possa leggere la Sua volontà e conoscere meglio se stessi[2].

 

 

L’uomo chiamato da Dio

Dio che chiama si rivolge all’uomo nella sua integralità, tutte le sue dimensioni e le sue energie sono poste in gioco. Da ciò i seguenti criteri di discernimento.

 

* Una motivazione solida e genuina.

Fin dall’inizio (della storia) di una vocazione, la motivazione che spinge una persona ad imprimere una nuova direzione alla propria vita deve presentarsi con una solidità tale da poter essere un supporto sufficiente per la nuova esistenza in modo da motivare, in maniera adeguata le rinunce e le scelte conseguenti. In caso contrario si corre il rischio di assumere comportamenti non sufficientemente finalizzati e, quindi, bisognosi di fughe e di supporti spurii (abitudinarietà, timore, emotività, comportamenti di massa). Tuttavia questo non significa che tutto deve essere chiaro fin dall’inizio. Nel primo apparire di una chiamata, la presenza di limiti e di unilateralità non denota, per ciò stesso, un’inautenticità. È necessario, però che nell’arco di tempo dedicato al discernimento vocazionale le vere motivazioni[3] si affermino e diventino dominanti sia nel pensiero che nell’azione.

 

* Capacità di decisione, distacco, fedeltà.

La chiamata di Dio ha bisogno di un “sì” chiaro. Gesù dice che non bisogna porre la mano all’aratro e volgere lo sguardo indietro (cfr. Lc 9,62).

Il problematicismo ad oltranza, il tendere sempre a rivedere e a riconsiderare la propria decisione anche dopo una seria ricerca, non sono indicazioni positive per il chiamato al “definitivo”.

In questa linea, chi non vuole rinunciare a nessuna delle proprie possibilità, non può realizzare l’unica via per la quale Dio lo chiama (cfr. Fil 3,13): si tratta di un distacco vissuto nella riflessione e nella sofferenza, ma chiaro.

Questa chiarezza di orientamento è il presupposto umano per la fedeltà.

 

* Una personalità forte, aperta alla comunione.

Dio chiama ad andare contro corrente, soprattutto in una società impregnata di materialismo pratico[4], in cui già il vivere da cristiani richiede la forza di una testimonianza non comune, il vivere da consacrati esige il coraggio di porsi al di fuori dei circoli vincenti della società contemporanea.

Il chiamato, avrà, perciò, la capacità di dirigere la propria persona secondo convinzioni profonde, senza il bisogno di sentirsi approvato o applaudito (Gal 1,10). Questa caratteristica non implica la tendenza al protagonismo, al gigantismo e all’isolamento, atteggiamenti, questi, apparentemente diversi ma tipici di una personalità immatura che teme il confronto. Una personalità matura cerca, invece, l’inserimento cosciente nella comunità e vive, nell’obbedienza, la realtà della comunione (commune munus), della cooperazione.

 

* Possibilità di donarsi in maniera integrale.

Vocazione e sequela impegnano l’uomo nella sua integralità, anima e corpo. La rinuncia al matrimonio e la verginità non sono forme di negazione del corpo ma realizzazione della corporeità nella donazione a Dio ed ai fratelli in vista del Regno. Alla base di tale realizzazione si richiede un equilibrio psico-fisico che permette di superare, nella realtà unificante del dono senza condizione, la dissociazione tra vita dello spirito ed attuazione della corporeità come valore assoluto (cfr. Gal 5,18). Solo una capacità di autodominio, infatti, permette di vivere il dono della verginità per il regno in un clima di gioiosa offerta[5].

 

 

L’uomo chiamato da Dio

La vita consacrata è sequela di Cristo, immagine dell’amore del Padre, docilità allo Spirito che crea in noi l’uomo nuovo, amore-servizio alla Chiesa e al mondo. Da ciò i seguenti criteri per il discernimento.

 

* Sequela di Cristo: disponibilità alla rinuncia ed alla crescita. 

L’inizio della sequela di Cristo è condizionato da un radicale cambiamento dei criteri di esistenza (cfr. Fil 2, 5-8) per avviare un cammino verso Dio che appare sempre più grande, sempre più santo (cfr. Mt 5,48).

Contrassegno decisivo per la vocazione consacrata appare, perciò, la disponibilità a rinunciare al piacere, al potere, al prestigio, a metter in secondo ordine se stessi per porre al primo posto Dio e gli altri.

Altro segno decisivo è l’apertura alla crescita continua, ad uscire da una esistenza “naturalmente” predeterminata per “sentire” e vivere la vita umana secondo il nuovo modo “non naturale” che è proprio di Gesù (cfr. Gal 5,24-11)

 

* La testimonianza dello Spirito nei suoi frutti.

La docilità dello Spirito è contrassegnata dai frutti dello Spirito nella nostra vita (Gal 5,22). Il primo di essi è la carità; essa si manifesta come superamento del proprio egoismo, amore a Dio, attenzione agli altri, servizio gratuito. Tra le altre virtù che rivelano l’operosità dello Spirito di particolare significato per la vocazione consacrata appare la gioia. Essa, infatti, è chiamata ad uscire da sé per entrare nel progetto di Dio; rinuncia e sacrificio richiesti da questo progetto vanno vissuti nella gioia del dono, sentendosi sempre al proprio posto, liberi ed autentici. Anche la pazienza è frutto dello Spirito operante in noi; essa accompagna il cammino di crescita vocazionale, il quale possiede chiarezza di intento e di percorso ma accetta i tempi di Dio senza scoraggiamenti, senza fretta o facili entusiasmi, in maniera tale che il chiamato possa accettare con semplicità di cuore, i tempi, i ruoli, l’itinerario, necessari per realizzare, nella Chiesa, la chiamata di Dio.

 

* Servire la Chiesa

Il progetto di vita del “chiamato” non è un progetto individuale ma è inserito nel disegno storico salvifico di Dio.

Esso non ha come scopo mirare alla propria affermazione ma, alla realizzazione del Regno di Dio (la Chiesa e il suo mistero e la sua missione sono il punto di riferimento).

L’amore alla Chiesa come realtà visibile e come mistero, la sensibilità apostolica, diventano così, caratteristiche di genuinità vocazionale (cfr. Ef 5,27-32).

La dimensione ecclesiale ed apostolica dona un’identità propria ai vari momenti del cammino vocazione: la preghiera, lo studio, il lavoro, la stessa crescita della personalità, tutto è vissuto in riferimento al proprio posto nella grande missione della Chiesa.

 

 

Conclusione

Esiste una regola antichissima per il discernimento della ‘voluntas Dei’ nel concreto della nostra esistenza: “Solo la voce che si lascia ricondurre ad una parola della Scrittura e, in particolare, ad uno specifico comportamento o ad una concreta istruzione di Gesù, è, tra le molte altre possibili voci, la Voce di Dio”[6].

Questa regola è presente dovunque, dai tempi dei Padri del deserto fino ai nostri giorni. Essa sta alla base dei suggerimenti offerti; anzi, solo in questa profonda consapevolezza, ci siamo permessi di offrire alcuni parametri di riferimento per la comprensione della volontà di Dio nel Vissuto e nel concreto dell’esistenza personale di chi vuole consacrarsi a Dio in maniera definitiva.

Essi serviranno solo se assunti da questo fondamentale, unico ed assoluto punto di vista o “criterio di discernimento”: aiutare il singolo chiamato a guardarsi dentro per vedere in quale misura, se e perché la vita consacrata è, per lui, la via indicata da Dio perché tutta la sua esistenza possa seguire le orme dell’unico Signore e Maestro, Gesù.

 

 

 

 

 

 

 

Note

[1] Cfr. S. AMBROGIO, De Viduis, P.L. 16, 255.

[2] Cfr. S. AGOSTINO, I Soliloqui 1-2, P.L. 32, 872.

[3] I contenuti genuini di una vocazione (apertura a Dio, sequela di Cristo nell’amore che è dono dello Spirito, servizio dei fratelli nel corpo di Cristo che è la Chiesa) sono esplicitati in quanto si è già detto e in quanto si dirà in seguito.

[4] AA 31; GS 10.

[5] Cfr. Il V ciclo di Catechesi di GIOVANNI PAOLO Il dal 16 Marzo al 5 Maggio, in Verginità o celibato per il Regno dei Cieli, Ed. Paoline, Roma 1982.

[6] G. GRESHAGE G., Gottes Willen tun. Gehorsam und geistiche Unterscheidung, Herder – Freiburg i. B., 1984, p. 66. Dallo stesso testo sono tratte anche le altre citazioni (cfr. p. 93).