Comunità cristiana, gruppi ecclesiali e vocazioni
Si cercano, si ignorano, collaborarono
Tutti i verbi che ho usato descrivono la situazione dei rapporti tra comunità cristiana (in particolare, diocesi e parrocchia) e i gruppi ecclesiali. È una situazione con punte di schizofrenia (quando gruppi e parrocchia, ad esempio, si cercano ma si respingono) e con una prospettiva esaltante (cercarsi, integrarsi e camminare insieme). La prima parte, quella della schizofrenia, appartiene ad un certo passato e a un presente che non ha futuro; la seconda, quelle delle prospettive, è necessaria già ora, se si vuole una Chiesa di comunione e di missione, quale la richiede il Vaticano II, capace di alimentare vocazioni.
La via che darà frutti è indicata con autorevolezza da Giovanni Paolo II: “Per promuovere la comunione ecclesiale e la capacità di presenza apostolica della Chiesa (che sgorga dalle vocazioni), appare molto significativa e carica di promesse la grande varietà e vivacità di aggregazioni e movimenti soprattutto laicali che caratterizza l’attuale periodo post-conciliare. Perché la ricchezza dei carismi che il Signore ci dona porti il suo pieno contributo all’edificazione della casa comune, è necessario innanzitutto il riferimento costante al proprio vescovo… e alla chiesa particolare nella concretezza delle sue strutture, in indispensabile comunione con la chiesa universale”[1].
Nessun problema, che pure può nascere secondo un’ordinaria dinamica umana, è tale da non poter trovare una soluzione adeguata se ritiene presente l’indicazione del S. Padre. Ma è proprio tale orientamento, di fatto ormai “normativo”, che richiede di mettere in atto alcune condizioni che coinvolgono ugualmente la comunità cristiana e i gruppi ecclesiali. Si direbbe che la comunione ha un suo caro prezzo.
Non si sceglie, ma si risponde
La prima condizione riguarda la piena coscienza dell’intreccio che esiste tra vocazione – comunione – missione nella Chiesa.
Nessun gruppo (lo intendiamo nel senso esteso di associazioni, movimenti, gruppi… pur sapendo che esiste tra loro qualche differenza) è autenticamente ecclesiale se non prende coscienza che alla sua sorgente vi è un appello vocazionale da parte del Signore, un appello che chiede di diventare un concreto servizio.
Essere operanti nella Chiesa, non solo come singole persone ma anche come soggetto collettivo, è un dono che lo Spirito fa, come per ogni carisma nella Chiesa, alla comunità. È qui il fondamento del carattere ecclesiale del servizio dei gruppi[2].
È dunque il Signore a chiamare i cristiani che vogliono essere attivi in gruppo per la sua Chiesa. Non si decide unilateralmente di diventare operatori, ma si risponde ad un invito di Dio, a una chiamata. Essere operatori è una vocazione, tra le altre, per edificare la Chiesa, condurre gli uomini all’incontro salvifico con Cristo, dare consistenza al Regno di Dio già presente in mistero (cfr. LG 3).
Tutte le vocazioni nella Chiesa hanno un’origine misteriosa, cioè risalgono in definitiva al mistero di Dio, al suo progetto di amore salvante.
Dio chiama tutti gli essere umani, uomini e donne, a diventare suoi figli e fratelli con il Primogenito, il Signore Gesù. Questa chiamata universale, senza esclusioni e senza preferenze, prende forma nel Battesimo, mediante il quale a tutti è offerta la possibilità di diventare partecipi della vita divina, dando una risposta fondamentale. Questa poi si specifica secondo i doni e i compiti diversi che lo Spirito Santo assegna a ogni persona (cfr. 1 Cor 7,17). In termine tecnico si parla di carismi e di ministeri. Esiste dunque un intreccio tra vocazione e vocazioni, tra carisma-dono e carismi-doni.
Ogni vocazione particolare è una specifica attuazione della vocazione battesimale comune a tutti per “divenire, nello Spirito, strumento adatto alla benevolenza del Padre”[3], cioè, a divenire consapevolmente attivi e responsabili.
La meditazione sul mistero della vocazione cristiana e sull’intreccio tra vocazione e vocazioni conduce a scoprire come tutto questo avvenga nella Chiesa e, nello stesso tempo, mette di fronte ad una ulteriore meraviglia dell’agire di Dio: la Chiesa stessa è un avvenimento vocazionale.
Si può dunque dire che la Chiesa riceve le vocazioni dei cristiani, le accoglie e contribuisce in modo determinante al loro sviluppo perché essa stessa è una vocazione.
La comunità cristiana è necessaria ai gruppi
Affiora, a questo punto, una ulteriore condizione per un corretto rapporto tra gruppi e comunità ecclesiale.
Un gruppo è, nella sua origine, una vocazione, un carisma che assume una concreta e datata forma storica.
Ma lo è in relazione alla Chiesa che, come s’è affermato, è essa stessa vocazione e evento vocazionale.
Dicendo che la Chiesa è un avvenimento vocazionale si intende sottolineare un duplice fatto:
a) che l’origine della Chiesa non va cercata nelle coordinate umane di tempo – spazio – storia ma nel mistero insondabile di Dio che si rivela a noi come Padre – Figlio – Spirito Santo;
b) che la Chiesa nella sua più profonda identità va compresa come un dono destinato a farsi dono verso tutti e tutto.
È sempre più necessario riconoscere questa misteriosità della Chiesa, dando nuovi orizzonti alla nostra vita personale. Nella vicenda della Chiesa è compresa anche la nostra vicenda personale: come la Chiesa e a causa della Chiesa, ogni persona è nascente dall’alto e deve coltivare in sé la capacità di stupore e di meraviglia, l’attesa del nuovo, il dirigere lo sguardo verso l’improgrammabile e l’imprevedibile, il rendersi progressivamente liberi dal presente, dall’immediato e dalla prigionia delle realtà penultime.
La Chiesa non è soltanto mistero. O, meglio, la Chiesa perché è mistero, è di per sé un dono gratuito che chiede a tutti i suoi membri di farsi dono per gli altri. Essa si riceve più che essere prodotta o fatta dall’uomo. La collaborazione dell’uomo al “farsi” della Chiesa è l’accoglienza umile e stupefatta di quanto Dio opera con amore. L’accoglienza e il rendimento di grazie (=Eucaristia) fanno nascere la Chiesa nel cuore dell’uomo e nella storia umana. Adorando una Presenza che non viene mai meno, contemplando lo svolgersi incessante della potenza di Dio, si fa nascere la Chiesa.
Il Vaticano Il condensa questa stupefacente visione della natura profonda della Chiesa nella frase di S. Cipriano: “La Chiesa universale si presenta come un popolo adunato dall’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo” (LG 4). Dove “dall’unità” deve intendersi sia come indicazione di origine e di derivazione, sia come invito alla partecipazione alla vita della Santa Trinità, impegno ad esser in ogni momento della vita icona della Santa Trinità, cioè manifestazione fedele e operosa della sua “potenza” a favore dell’uomo.
Se un gruppo non ha coscienza di essere inserito vitalmente nella dinamica del “popolo adunato”, rischia di diventare un puro fatto occasionale, un aborto, una contro-testimonianza. O, almeno, non può autochiamarsi ecclesiale.
Un impegno dichiarato per le vocazioni
Essere portatori di una vocazione, come sono i gruppi veramente ecclesiali (ma su questo ogni gruppo dovrebbe compiere un’approfondita verifica) è, dunque, un fatto complesso, impegnativo e assai caratteristico. Le esigenze che la Chiesa sente in derivazione della sua origine misteriosa diventano anche le esigenze dei gruppi e dei loro membri, in derivazione dal loro esser “consacrati e inviati da Cristo per mezzo della Chiesa”[4].
Di queste esigenze ne cogliamo soltanto una, in relazione al tema specifico di questo numero della rivista.
Se la Chiesa, perché ha coscienza di essere vocazione, non può non adoperarsi per la crescita delle vocazioni, la stessa logica vale per tutti e per ciascuno dei gruppi ecclesiali.
È l’ora, quella in cui viviamo, in cui non sembra bastare più una generica attenzione alle vocazioni. Ci si attende da tutti un impegno dichiarato.
C’è una prima direzione d’impegno nel versante di fare maturare vocazionalmente le persone in un gruppo, si tratta, da parte dei gruppi, di qualificarsi sempre meglio come “itinerari di vocazione”, dando specificità all’itinerario di fede[5].
Ma tutto ciò, mi si consenta di dirlo, rischia di avere il sapore del risaputo, del già visto, anche perché talora viene frainteso e adoperato ai fini delle vocazioni “particolari” del gruppo. Non mancano membri di gruppi che nel gruppo vedono ciò che i “religiosi” vedono nei loro fondatori.
Più esplicitamente, mi sembra necessario porre a ogni gruppo una domanda inquietante e, se si vuole, brutale nella sua sostanza: “Voi siete gruppo grazie anche alla presenza attiva di un sacerdote. Molte volte vi lamentate perché i sacerdoti non vi aiutano a sufficienza. Quando vi deciderete a rendervi corresponsabili della presenza nella chiesa di nuovi sacerdoti? Quando passerete da parassiti che ‘usano’ il servizio del prete a cristiani che donano un prete alla comunità ecclesiale?”.
Ricevere e dare, come è noto, hanno un andamento reciproco. Anche in riferimento alle vocazioni sacerdotali e alle altre di speciale consacrazione.
Note
[1] Discorso a Loreto, n. 6.
[2] Cfr. Formazione dei catechisti nella chiesa particolare, n. 13.
[3] [4] RdC, n. 185
[5] Cfr., in merito, l’interessante n. 39 del P.P.V.