N.05
Settembre/Ottobre 1986

Gruppi ecclesiali e vocazioni di speciale consacrazione

Solo al termine dell’articolo ci si potrà render conto se il presente contributo di studio ha evitato il rischio di dire cose note e ovvie. Quanto ci ha detto Don Pino nel precedente studio è estremamente interessante e fondante.

Forse poteva essere l’unico studio di questo numero. Ma mi sono messo nei panni di un parroco ed ho notato che taluni punti potevano e dovevano essere approfonditi. Perché – ad esempio – tanta importanza ai gruppi ecclesiali? Sono davvero il futuro delle vocazioni di speciale consacrazione, come si sostiene qua e là? Questo numero della rivista parla soltanto a loro? O è un suggerimento perché le nostre parrocchie sposino la loro causa?… Sono alcune domande che determinano il seguente contributo come un tentativo di risposta.

 

 

1. Maturazione vocazionale e “tempi” della chiesa

“A tali vocazioni speciali i cristiani sono chiamati a rispondere con generosità e ad offrire la loro stessa vita per servire a tempo pieno e con cuore indiviso il regno di Dio. Sono queste le vocazioni consacrate che la chiesa considera preziosissime e invoca con preghiera incessante, le accoglie con amore e trepidazione, le accompagna e custodisce maternamente”[1].

È sempre stato così. Dio ha sempre chiamato e continua a chiamare uomini e donne che pongano la loro vita a servizio del suo regno a somiglianza di quei servi che il re inviava lungo i crocicchi delle strade e lungo le siepi ad invitare tutti al banchetto di nozze che egli aveva imbandito per il figlio (cfr. Mt 22, 1-14). Ma la sua è una chiamata sottile, rispettosa, profonda e quindi delicata con la libertà dell’uomo. Quasi titubante… È tale il suo amore e il suo rispetto per la libertà dell’uomo da non esserci posto nelle sue chiamate per “voci grosse”, “prepotenti”. Le vocazioni che conosciamo hanno in comune quasi tutte questa caratteristica. Una voce delicata, una chiamata “sussurrata”. Fa eccezione Paolo. Ma forse non si poteva fare altrimenti…

Da sempre diventano importantissime le condizioni per l’ascolto. Occorre fondamentalmente un cuore ed un “orecchio” spirituale consueto e familiare all’ascolto.

Occorre uno stile di vita abituato a rispondere “sì” con gioia, con entusiasmo, alle varie chiamate del Signore. Occorre un terreno ben lavorato nel quale il seme di Dio possa attecchire, fiorire e fruttificare. Samuele ci parla di “solitudine”, di “frequenza al tempio” tanto da dormire lì vicino, di ascolto nel pieno del silenzio notturno, di un aiuto per il discernimento nella figura di Eli, di un “sì” deciso e decisivo quando, finalmente, ci si rende conto che è Dio che parla.

Le condizioni esistenziali per l’ascolto sono fondamentali e una prospettiva di gioia e di entusiasmo nell’accogliere le chiamate di Dio deve essere maturata da sempre nel cuore e nella vita di chi è chiamato a tappe sempre più impegnative nelle vie della vocazione.

In questo gioca un ruolo fondamentale, quanto abbiamo letto nel P.P.V. sopra citato: la mediazione e la materna ‘gelosia’ della chiesa per queste vocazioni che essa considera preziosissime e fondamentali nella sua stessa missione.

Così, da sempre abbiamo assistito alla mediazione ecclesiale nella duplice accezione di colei che propone un appello, discerne e accompagna ma anche e molto di più di colei che crea le condizioni di vita e di impegno apostolico delle nuove generazioni perché il momento in cui il Signore chiama sia accolto e vissuto nella consuetudine a dirgli di sì. È in fin dei conti l’anima di tutta la pastorale questa preoccupazione della chiesa a creare per tutti le condizioni perché si viva come il Signore ci vuole – sempre – e, in particolare, si sia capaci di scoprire e vivere le vocazioni personali alle quali il Signore chiama ciascuno di noi.

 

Una breve radiografia del “passato” testimonia con facilità che questo compito la chiesa lo ha svolto egregiamente e – direi – il momento migliore di questa responsabilità così ben onorata si è avuto quando si è creata una generale convergenza sull’obiettivo, da parte delle varie comunità e componenti ecclesiali.

Una maturazione vocazionale avveniva normalmente in famiglie nelle quali fare la volontà di Dio era considerato il termine di riferimento essenziale della loro stessa identità, dove si pregava, si viveva un rapporto continuo con la vita della chiesa, si educava ad amare e rispettare profondamente (=“la chiesa considera preziosissime”) le vocazioni di speciale consacrazione; un ambiente dove cultura e costumi erano profondamente ispirati ai valori cristiani della promozione umana; una scuola che dall’asilo all’università era profondamente orientata ad educare secondo i principi di un cristianesimo considerato “coronamento” della vita umana.

La convergenza di questi tre fattori determinanti: famiglia, ambiente, scuola, creava un terreno favorevole. Creava condizioni ottimali anche se unite ad una serie di componenti sociologiche che conosciamo e che non sono da accettare “in toto” come le “migliori” in vista della vocazione consacrata (cfr. ad es. l’aspetto di riscatto socio-economico che per molti rappresentava un fatto decisivo…).

I seminari erano grandi e pieni, i noviziati non erano mai sufficienti… Solo per citare un dato, in Italia il censimento del 1921 ci dava 80.473 sacerdoti secolari su una popolazione di 36.212.850 abitanti! Un sacerdote ogni 450 abitanti…

Neanche lontanamente dobbiamo considerare questo fatto come negativo o legato a tempi particolari. Si erano semplicemente create condizioni per cui l’abbondanza delle chiamate (fatto di sempre!) trovava riscontro nella possibilità ecclesiale, culturale e sociale di un abbondanza di risposte! Lasciamo ad altri l’eventuale insieme di rilievi negativi che si possano fare. Ma in quale tempo non è possibile trovare difetti nell’azione pastorale della chiesa?

 

 

2. Maturazione vocazionale e “secolarizzazione”

Questo nostro secolo, specialmente dopo la seconda guerra mondiale, ha visto un lento e graduale affermarsi di quei processi filosofici, ideologici e culturali che passano ormai sotto il nome di “processo di secolarizzazione”[2]. Ne siamo ancora profondamente coinvolti. Tale processo rappresenta in realtà una vera e propria sfida ad un’impostazione “religiosa” della vita ed un invito all’uomo a costruire una “società profana”[3]. L’uomo perde lentamente e inesorabilmente la sua dimensione trascendente e il regno di Dio diventa “un mito” del passato, una bella favola che si raccontava nelle case povere per tener buoni i bambini…

Se il regno di Dio fa questa fine e l’uomo viene invitato a “liberarsi” da questi tabù per tornare a vivere intensamente la terra dando pieno e libero compimento a ciò che “sente”, ai suoi “bisogni”, senza alcuna costrizione che possa intervenire dall’alto… che ne sarà della chiesa che di questo annuncio del regno ha il cuore della sua identità e missione?

Uno sgretolamento lento, graduale della “società santa e chiusa”[4] diventa inevitabile. E con esso una profonda crisi di possibilità di ascolto del Signore che chiama. Le condizioni di cui abbiamo parlato prima vengono radicalmente sconvolte. Una consuetudine a dire di sì viene smantellata nella vita quotidiana delle nostre famiglie, dei nostri ambienti, delle nostre agenzie educative. Si ridicolizza volentieri l’esperienza religiosa[5] e si prospetta ai giovani una vera rivoluzione socio-culturale nella quale finalmente potremo vivere liberi e feliciti[6]. Un nuovo slancio economico prodotto dai processi di industrializzazione non attende molto a sfamare le attese di benessere e una campagna sicura dei mass-media nascenti inizia a presentare “modelli” di vita dove sacrificio, rinuncia, donazione appaiono come l’inevitabile eredità del passato da superare e quanto prima.

L’uomo e la donna di successo diventano a poco a poco altro da quelle che erano le categorie di laboriosità, di umiltà, di spirito di sacrificio ormai sepolte e rimosse nella nuova cultura nascente.

Siamo tutti presi alla sprovvista e costretti a registrare una serie di “sconfitte” nella diminuzione costante della pratica religiosa, nella difficoltà enorme di “interessare” il mondo giovanile, nella crisi evidente delle vocazioni di speciale consacrazione. Nel 1960 nei nostri seminari c’erano 29.982 seminaristi e l’anno dopo 30.595. Poi il declino: inarrestabile, continuo, gravissimo. Il 1984 vede nei nostri seminari minori e maggiori un totale di 8.578 seminaristi.

 

La nostra pastorale ordinaria “balbetta”, continua a fare quello che ha sempre fatto, raramente riesce a diventare “risposta” adeguata a questi tempi così radicalmente nuovi. Sgorga naturale una domanda: che fare? Come farlo? Chi? Quale chiesa per una nuova missione? Sono le domande che generano l’intuizione santa e formidabile di Papa Giovanni XXIII sulla necessità di un “raccoglimento” generale della chiesa su se stessa e sulla sua missione in questa nuova era. Nasce il Concilio Vaticano II.

 

 

3. Maturazione vocazionale e Concilio Vaticano II

La vocazione consacrata è atto conclusivo di un itinerario vocazionale. Sgorga come naturale sbocco di fronte alla chiamata di Dio in quei giovani che sono stati educati a vivere la fede, una vita cristiana, un impegno ecclesiale. Essa è infatti momento culminante di una coscienza vocazionale che si articola in varie tappe. La consapevolezza che tutti siamo chiamati alla santità, alla comunione e al dialogo con Dio, alla sequela consapevole, responsabile e radicale di Cristo, ad una vita di partecipazione alla missione della chiesa, ai vari stati di vita come modo concreto di rispondere in pienezza alla vocazione personale, determina la necessità di risposte personali e comunitarie di fede, di spiritualità intense e forti, di atteggiamenti morali precisi e coerenti, di partecipazione costruttiva alla vita e alla missione della comunità cristiana, di adesione coraggiosa a quegli stati di vita che nascono dalla consacrazione totale a Dio per il bene dei fratelli.

È essenzialmente questa la trama di fondo delle riflessioni conciliari sul tema vocazionale. Esemplare fra tutti: “Il dovere di promuovere le vocazioni sacerdotali spetta a tutta la comunità cristiana, che è tenuta ad assolvere questo compito anzitutto con una vita perfettamente cristiana” (OT 2).

Si afferma chiaramente che la promozione delle vocazioni consacrate – nell’oggi della chiesa postconciliare – è direttamente collegata e proporzionata alla ‘vita cristiana’ della chiesa particolare, della parrocchia, della famiglia ecc.

Si capisce bene che quell’umus socio-culturale e quella tradizionale vita cristiana non appaiono più come il luogo dell’ascolto. Nel “chiasso” della crisi etica di questa nostra era appare essenziale ripensare la maturazione delle vocazioni di speciale consacrazione all’interno di cammini di fede e di chiesa ben più radicali ed incisivi di quelli da sempre definiti “ordinari”.

La chiesa particolare con le sue comunità e articolazioni deve rispondere alle sfide del nostro tempo con un radicale ritorno all’autenticità primitiva, alla trasparenza di una vita spirituale, ad una nuova evangelizzazione (si parla spesso di una nuova era missionaria), ad una nuova testimonianza della carità.

In questo contesto sarà possibile rivedere una nuova fioritura di vocazioni di speciale consacrazione.

Così prendono il via slogans quali: da una comunità viva; da una comunità che prega; da autentici itinerari spirituali; dal servizio della carità; in un risveglio della ministerialità ecc. vocazioni per il mondo…

E di fatto le vocazioni di speciale consacrazione iniziano a fiorire là dove esperienze ecclesiali forti e allo stesso tempo fedeli allo spirito del Concilio permettono veri cammini spirituali, reali esperienze di comunione, slancio missionario e apostolico, partecipazione alla “gestione” della comunità.

Tante parrocchie in Italia hanno dato in questo senso le risposte che ci si attendevano dalla lettera e dallo spirito del Concilio e continuano.

 

 

4. Maturazione vocazionale e gruppi ecclesiali

Accanto ad un risveglio delle comunità parrocchiali sulla linea conciliare si registra in Italia un fenomeno, esso stesso stimolato dallo spirito del Concilio, niente affatto nuovo, ma tuttavia con slanci e forze ideali ovviamente postconciliari e quindi apparentemente nuovi. Il fenomeno è quello dei movimenti ecclesiali, delle associazioni e dei gruppi su scala nazionale ed anche internazionale.

Essi rispondono normalmente a queste attese e si pongono come esperienze forti di rinnovamento ecclesiale. La parrocchia struttura ecclesiale antica e sempre preziosissima fa un cammino lento nel suo rinnovamento perché è realtà di popolo e depositaria delle tradizioni ecclesiastiche. Incontra naturali difficoltà di adattamento ai nuovi fenomeni dell’urbanizzazione e migrazioni. Vive la giusta prudenza dei cambiamenti pesati e moderati. L incontro tra varie generazioni e deve esser “comunità” di tutti… Vive forse qualche lentezza di troppo e non è forse attrezzata per cogliere pienamente i segni dei tempi e proporre cammini stimolanti.

Nella chiesa particolare nasce la pastorale di ambiente come risposta ad esigenze di composizione della comunità umana così diverse dalla società contadina di prima. E nasce il fenomeno di aggregazioni che si preoccupano di portare a compimento radicale alcuni aspetti ritenuti fondamentali nella vita di fede. La “vita perfettamente cristiana” di cui parlava l’OT è IR meta ultima di queste aggregazioni.

Così assistiamo ai movimenti come CL nata nel 1954 come GS, ma che vive il suo boom nel periodo postconciliare; i Cursillos, presenti in Italia dal 1963 con uno sviluppo tutto postconciliare; le END delle quali la “Carta delle Èquipes” risale al 1947 ma che hanno visto uno sviluppo intenso in Italia dopo il Concilio; il Movimento dei Focolari nato a Trento nel 1944 ma che vede la fondazione di Famiglie Nuove e dei GEN, definiti nella loro fisionomia, nel 1967; i Neocatecumenali che appaiono in Italia sul finire degli anni 60; il Rinnovamento nello Spirito che appare in Italia nel 1971; la nascita dell’AGESCI in seno al movimento scout anche essa nei secondi anni ‘60. Infine, ma non da ultimo, da segnalare l’importantissimo nuovo Statuto dell’Azione Cattolica che risale al 1969.

Proprio riferendoci al nuovo statuto dell’A.C. possiamo concludere questa breve riflessione sulla nascita dei movimenti, gruppi, associazioni con le parole profetiche ed illuminanti di Papa Paolo VI: “Le incoraggianti prospettive aperte dal Concilio Vaticano Il all’apostolato dei Laici e la lodevole preoccupazione di aggiornarsi in conformità alle vaste e urgenti esigenze del mondo presente hanno indotto l’A.C.I. ad approfondire, su scala nazionale, lo studio delle sue finalità istituzionali ecc.”[7]

Il Concilio da una parte e la realtà storica dell’incarnazione cristiana dall’altra sono il vero stimolo che ha fatto nascere queste realtà che lentamente vengono a maturare una vera integrazione nel contesto del pluralismo dei doni dello spirito e in un rapporto sempre più intenso, ordinato e positivo con le responsabilità ecclesiali che Gesù ha affidato agli Apostoli e ai loro successori.

Questo dono dello Spirito alla sua chiesa, come ogni dono, va accolto, va sottoposto al discernimento di coloro che il Signore ha voluto a questo scopo, va collocato nell’ambito dei tanti doni che lo Spirito suscita, ha suscitato e sempre susciterà nella sua chiesa per renderla capace della sua missione.

La maturazione vocazionale trova in queste realtà un punto di riferimento utile e un terreno particolarmente fertile. Là dove si viva una vita cristiana seria là s’impara ad amare la chiesa, ed amando la chiesa, si impara a diventarne con gioia protagonisti della sua missione. E se il Signore chiama alla vocazione consacrata per il bene di tutta la chiesa ci si è abituati a dirgli di sì. Anche se questo comporta per il gruppo farsi ulteriormente dono. Questa sarà anzi una ragione in più per essere gruppo.

Mi sembra molto bello poter concludere con le illuminanti parole del n. 39 del Piano pastorale per le vocazioni: “Sono tre dunque le fondamentali condizioni perché un gruppo riesca a maturare vocazionalmente delle persone: il clima di fede che lo anima, alimentato dalla parola di Dio che diventa preghiera; la sua passione missionaria, come concreta consapevolezza che esiste una chiesa locale e come attenzione ai problemi dell’uomo; la presenza di una guida spirituale matura”.

Ma il discorso lo continueremo e lo approfondiremo proprio nel prossimo convegno nazionale dal 3 al 5 Gennaio a Roma che il CNV ha voluto su questo tema.

 

 

 

 

 

 

Note

[1] CEI, Vocazioni nella chiesa italiana, n. 7.

[2] Cfr. in proposito H. LUBBE, La secolarizzazione, il Mulino, Bologna 1970. 

[3] Ivi, P. 52.

[4] F. TONNIES, Comunità e società, Milano 1963.

[5] E. BLOCH, Ateismo nel cristianesimo, Feltrinelli, Milano 1971.

[6] I. LEPP, Psicanalisi dell’Ateismo moderno, Borla, Torino 1966.

[7] PAOLO VI, Approvazione del nuovo statuto dell’A.C., Roma 1969.