Gruppo ecclesiale, centralità dell’Eucaristia e maturazione vocazionale
Nella sua enciclica sullo Spirito Santo, Giovanni Paolo II afferma che “mediante l’Eucaristia le persone e le comunità, sotto l’azione del Paraclito Consolatore, imparano a scoprire il senso divino della vita umana (…) quel senso per cui Gesù Cristo svela pienamente l’uomo all’uomo”.
Afferma poi che la radice trinitaria del senso della vita “si realizza specialmente mediante l’Eucaristia, nella quale l’uomo, partecipando al sacrificio di Cristo, che tale celebrazione attualizza, impara a ‘ritrovarsi pienamente attraverso un dono sincero di sé’ (GS 24) nella comunione con Dio e con gli altri uomini, suoi fratelli”[1].
La vocazione del discepolo di Gesù Cristo è dunque “ritrovarsi pienamente”, realizzarsi nel dono di sé, radicando questa opzione fondamentale nell’eucaristia, sacramento pasquale, dove Gesù Cristo stesso rende presente oggi il dono di sé.
Ne segue che il riferimento all’Assemblea eucaristica “convocata dal Risorto e riunita nel suo Spirito”[2] è necessario per sondare il come, il perché, nonché le condizioni per un’opzione fondamentale, una scelta vocazionale nella comunità cristiana.
Del resto il Decreto Presbyterorum Ordinis dice senza esitazione: “Non è possibile che si formi una comunità cristiana se non avendo come radice e come cardine la celebrazione della sacra Eucaristia, dalla quale deve quindi prendere le mosse qualsiasi educazione tendente a formare lo spirito di comunità” (n. 6).
Una condizione irrinunciabile quindi, per una corretta esperienza sacramentale, è la partecipazione di gruppi, movimenti, associazioni all’assemblea eucaristica “sacramento della presenza di Cristo nel mondo”.
“Il gruppo, o il movimento, da soli, non sono l’assemblea; essi stessi sono parte della Chiesa. Per tutti vale la raccomandazione della Chiesa antica a non diminuire la Chiesa, a non ridurre di un membro il Corpo di Cristo con la propria assenza (…). Se l’Eucaristia è condivisione (espressa nel gesto dello spezzare il pane) sull’esempio di Colui che non ha risparmiato nulla di sé, allora chi più ha ricevuto, più sia disposto a donare, anche quando donare può sembrare perdere”[3].
In ogni parrocchia il Giorno del Signore vede un’Assemblea convocata dalla Parola, nutrita nella frazione del Pane, messa in stato di condivisione nella diaconia reciproca e, infine, invitata a testimoniare con la potenza dello Spirito di Gesù Cristo, il Risorto. Tuttavia non è difficile constatare la poca incidenza di queste eucaristie in una generazione di battezzati scarsamente iniziati ai sacramenti e alla vita della Chiesa. Si tratta pertanto di aprire itinerari di fede oltre l’arco di età infanzia – fanciullezza – prima adolescenza secondo la nuova proposta sacramentale contenuta nel Rito dell’Iniziazione Cristiana degli Adulti.
Il rapporto fede-sacramento nella iniziazione non si può ritenere compiuto in una catechesi nozionistica che si concluderebbe con il conferimento di uno o più sacramenti. Va visto piuttosto, come cammino-itinerario spirituale contrassegnato da una progressiva adesione dell’uomo al progetto di Dio, dentro e con una comunità concreta di fratelli, fino a diventare dono irrevocabile, definitivo di sé, quando è consacrato per opera del sacramento.
Itinerario Eucaristico
È necessario riconcepire l’educazione alla sacramentalità come iniziazione cristiana attraverso un progressivo cammino di fede, un itinerario di conversione a tappe che si rivela in opzioni successive, le quali corrispondono ad una crescita nella vita sacramentale e la rivelano.
È quanto sta accadendo, specialmente dopo il Concilio, nella esperienza di gruppi, movimenti, comunità parrocchiali e sovraparrocchiali.
Nel rispetto della singolarità del cammino di ogni gruppo ecclesiale o carisma comunitario sembra irrinunciabile una comune esperienza mistagogica come nuova proposta sacramentale attraverso:
1. l’introduzione catechetica ai misteri della fede;
2. la celebrazione dei sacramenti, particolarmente l’Eucaristia domenicale “culmine” verso cui tende l’azione della Chiesa, e, insieme, fonte da cui promana tutta la sua “virtus” (SC 10);
3. la convergenza tra liturgia e vita, in ordine all’attuazione di un carisma, nella diaconia della scelta vocazionale.
Nonostante il rischio di schematismi eccessivi, tentiamo di delineare le opzioni o tappe fondamentali della iniziazione alla sacramentalità, sottolineando che quanto affermiamo, è frutto di esperienze in atto.
Prima tappa:
Opzione per la Sequela.
Nasce dall’ascolto fiducioso della Parola creatrice detta dal Figlio (Mc 1, 16ss) che nell’obbedienza rivela il Padre. L’ascolto del Kèrigma suscita la domanda vitale di At 2,37: “all’udire tutto questo si sentirono trafiggere il cuore e dissero a Pietro e agli altri apostoli: che cosa dobbiamo fare, fratelli?”.
Si tratta di una opzione eminentemente battesimale, cioè del passaggio dalla religiosità utilitaristica di un cuore pagano (Mc 7, 21-22) alla professione di fede nel Dio di Gesù Cristo “che non è venuto per essere servito, ma per servire” (Mc 10,45).
Dal punto di vista liturgico-sacramentale sono caratteristici di questa tappa riti di iniziazione: iscrizione del nome, scrutini e consegne (traditiones) come il Credo e il Padre Nostro. La celebrazione di questi riti sottolinea che la vocazione alla sequela prende forma nello stile di vita di colui che ha intrapreso un cammino di fede.
Seconda tappa:
Opzione per la Comunità (Koinonìa).
L’opzione per la sequela rischia di ridursi, per un processo di involuzione, ad un cambiamento di vita sia pure generoso, ma isolato e individualista, e dunque, privo della sua connotazione di “segno” della potenza di Dio nella storia dell’uomo.
Il sacramento tipico di questa tappa è il Battesimo, non solo come immersione nella morte e risurrezione di Gesù Cristo, ma anche come innesto e inserimento responsabile nella comunità. Anche il sacramento della Riconciliazione, pertanto, è caratteristico di questa tappa perché il discepolo è chiamato a “donarsi” in un gruppo visibile di fratelli per i quali sono vitali le indicazioni del cap. 18 di Matteo. Inevitabili difficoltà nel cammino comunitario condurranno ad una continua conversione nel dono di sé (Mt 25,31-46) e alla scoperta dei carismi, doni e servizi per l’utilità comune, nonché alla sperimentazione dei ministeri interni alla comunità stessa. L’iniziazione alla vita ecclesiale risulta dura, caratterizzata da un continuo impegno alla riconciliazione, dalla scoperta della diaconia ex fide: senza carità reciproca nella chiesa non siamo nulla.
È anche vitale, all’interno di un Gruppo ecclesiale in questa tappa dell’itinerario alla sacramentalità, la riscoperta del carisma coniugale “sacramento grande in Cristo e nella Chiesa”. “I coniugi cristiani sono cooperatori della grazia e testimoni della fede reciprocamente e nei confronti dei figli e degli altri familiari” dice il decreto sull’Apostolato dei Laici. E, dopo averli definiti “educatori con la parola e con l’esempio”, li chiama ad aiutare i figli nella scelta della loro vocazione favorendo “con ogni diligenza la vocazione sacra eventualmente in essi scoperta” (n. 11).
Il segno della famiglia come chiesa domestica si colloca in questa fase dell’opzione per la comunità, come cellula della Chiesa e icona dell’Assemblea eucaristica.
Terza tappa:
Opzione per l’uomo (Diakonìa)
È la tappa dell’imitazione di Gesù evangelizzatore che nella Sinagoga di Nazareth (Lc 4,16ss) applica a sé la profezia d’Isaia: “Lo Spirito del Signore è sopra di me…” (61,1-2). Il sacramento tipico di questa tappa è la Cresima: sacramento della maturità del discepolo in una più profonda configurazione a Cristo Servo; sacramento che educa ad una coscienza universale, che conduce a farsi prossimo d’ogni uomo, con lo stile del samaritano (Lc 10); sacramento della diaconia della Parola e diaconia della Mensa, mai disgiunte.
Quarta tappa:
Opzione per l’agàpe (Martyria).
“In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima d’espiazione per i nostri peccati” (1 Gv 4,10).
Nell’itinerario dell’iniziazione alla sacramentalità corrisponde, a questa opzione per l’agàpe, l’Eucaristia come sacramento d’unità segno della diaconia di Cristo, della sua proesistenza. Ma l’Eucaristia vissuta nella sua integrità!
Léon Dufour[4] ricorda che Gesù ha consegnato ai suoi discepoli una duplice memoria di sé: una memoria rituale, fedelmente sviluppata nella tradizione liturgica della Chiesa secondo la consegna “fate questo in memoria di me” e una memoria testamentaria, così la chiama Dufour accostando il gesto della lavanda al discorso d’addio. Potremmo chiamare questa seconda, “memoria diaconale” per concentrare la nostra attenzione sul gesto che rivela Gesù Servo, nel contesto di un banchetto eucaristico ed escatologico (cfr. Lc 22,27 e 12,37b). Consegnando la memoria diaconale Gesù dice: “Vi ho dato infatti l’esempio perché, come ho fatto io facciate anche voi” (Gv 13,15). Solo la fedeltà ad entrambe le memorie caratterizza la vocazione autentica alla sequela di Gesù Cristo.
Nell’educazione vocazionale può collocarsi a questo punto ogni vocazione di speciale consacrazione e quella che trova compimento nel sacramento dell’Ordine.
“Da Loreto dobbiamo imparare che una Chiesa tutta ministeriale richiama la sua fondamentale struttura diaconale, fondata sul Cristo povero e servo (…). Tra i segni che possono risvegliare oggi il senso della ministerialità di tutta la chiesa, vogliamo indicare il diaconato permanente …”[5].
La vocazione del Diacono Permanente “sacramentalmente ministro ordinato e sociologicamente laico” (CEI 1982) sta aprendo una nuova stagione vocazionale: ogni ministero, ogni vocazione potrà ritrovare la sua specifica diaconia. Il presbitero eserciterà il carisma dell’unità nel ministero della sintesi. Presiederà la comunità non solo nell’evangelizzazione e nel culto, ma anche nella diaconia agli ultimi con quella “caritas pastoralis” che il Concilio gli attribuisce (cfr. PO 14).
Note
[1] GIOVANNI PAOLO II, Dominum et vivificantem, n. 62.
[2] CEI, Il giorno del Signore, n. 2.
[3] Ivi, nn. 9-10.
[4] X. LEON DUFOUR, Condividere il pane eucaristico secondo il N. T., LDC 1983.
[5] CEI, La chiesa in Italia dopo Loreto, n. 53.