Gruppo ecclesiale, esperienza di servizio e maturazione vocazionale
La vocazione è un Amore che chiama: si realizza quando un amore risponde. Lo scaturire di ogni vocazione presuppone, sempre, uno sguardo personale di Gesù Maestro e Signore. Egli sceglie i propri seguaci, chiamandoli singolarmente per nome, con criteri che trascendono le conoscenze terrene. La stessa risposta della persona chiamata supera i parametri istintuali e logici che, abitualmente, sorreggono i discorsi e i rapporti umani. In altri termini, la vocazione è questione d’amore, che coinvolge e fonde la trascendenza cristallina di Dio con la “complicazione” dell’esperienza umana, in un evento ineffabile, che ha per protagonista lo Spirito Santo. La prospettiva vocazionale è un esperienza di fede e di carità, da giocare come quint’essenza d’amore.
Per questo tipo di operazione non esistono formule magiche. La fede e l’amore non si trovano in commercio; nell’insegnarle, le scuole rivelano la loro inadeguatezza, solo chi crede e ama concretamente, le conosce e le possiede. Bisogna aggiungere che la vocazione, come “sequela”, è radicale: oltre ad essere un’esperienza personalizzata, ha le caratteristiche tipiche della stabilità e globalità; mentre, invece, la “vocazione” realizzata nei gruppi, di per sé, trova una sua completezza nonostante l’eventuale parzialità o contingenza d’impegno.
Condizioni essenziali
Il cammino di fede e di carità percorso dai gruppi, movimenti e associazioni, già fecondo e stupendo in se stesso, potrà maturare frutti vocazionali, tanto al ministero sacerdotale quanto alla testimonianza profetica nelle molteplici forme di speciale consacrazione, alla rigorosa condizione che il medesimo sia spalancato alla vita ecclesiale.
Le vocazioni sbocciano sulle strade della Chiesa, crescono e portano frutto nell’ascolto e nell’assimilazione della Parola. Qualora mancasse quest’apertura, non importa per quale motivazione, più o meno plausibile, i gruppi rischierebbero di esaurirsi in loro stessi e di invecchiare irrimediabilmente. In questo caso le loro esperienze di solidarietà o di servizio umanitario esprimerebbero le carenze proprie della loro impostazione parziale. Qualsiasi limite preconcetto è mal tollerato dalla vocazione religiosa; per sua natura essa invoca spazi immensi, capaci di accogliere e di rendere visibili nella famiglia umana alcuni riflessi dell’amore infinito di Dio.
Quale servizio?
Richiamati questi fondamenti, è necessario ancora ricordare che nessuna vocazione cristiana si realizza al di fuori di una vita di preghiera, tale da portare ai sacramenti, e da maturare al servizio dei fratelli, non solo come esigenza sociale e politica, bensì come peculiare esperienza evangelica. Alla scuola del Maestro crocifisso, il discepolo recupera la categoria del sacrificio. Solo Gesù rende un giovane capace di giocare la propria vita sull’ideale del Vangelo, a tempo pieno.
È più facile di quanto si pensi l’illusione di vivere per gli altri, mentre, nella realtà, ci si crogiola soltanto in noi stessi. Dio è amore trasparente, mentre il cuore dell’uomo è un guazzabuglio di generosità e di egoismo, più o meno torbido. Come tale, ogni uomo, rischia di strumentalizzare e finalizzare a se stesso, tanto i gruppi cui appartiene, quanto le persone che incrociano le strade del suo cammino terreno. Egli nasce legato al cordone ombelicale e impara presto a dire: “Mia madre, mio padre, la mia casa, i miei fratelli, la mia scuola, la mia carriera, il mio ragazzo, la mia ragazza, la mia vocazione, e poi, i miei figli, i miei fedeli, la mia missione, i miei affari, il mio Dio (come se fosse di esclusivo uso e consumo!), le mie buone azioni, il vecchietto o l’handicappato per scontare i miei peccati; il mio pezzetto di Paradiso!”.
Egli non è peccatore come gli altri poveretti! Egli compie fedelmente le proprie devozioni e paga le decime. Travolto dal fluire piatto e sovente mediocre delle giornate quotidiane, l’uomo di tutti i tempi rischia, sempre, la borghesia anche spirituale.
Là dove chiama alla vita di ospitalità, di condivisione e di carità universale, il Vangelo recide questo cordone ombelicale.
È consolante pensare che Dio Padre provvidente si fida dei suoi amici, pur conoscendone tutti i limiti, e vuole averne bisogno per incarnare la sua misericordia su tutte le strade del mondo. Inscindibilmente unito al Cristo, ogni credente è chiamato a divenire il cuore e le braccia di Dio presso i poveri; egli è destinato a portare ai propri fratelli la buona notizia della loro salvezza. Dio stesso lo rende degno per questa missione grandiosa ed impegnativa, che oltrepassa certo le sue naturali possibilità.
È appena il caso di ancora ricordare che la vocazione non è ciò che piace, bensì ciò che Dio vuole, e che, pertanto, potrebbe essere antievangelica una troppo schematica selezione dei gesti di carità, magari secondo le proprie inclinazioni od esigenze personali o istituzionali, con il risultato di scegliere e privilegiare i poveri facilmente recuperabili, sempre remissivi, con tante virtù e pochi difetti; persone, insomma, che non arrechino troppo disturbo alla nostra quiete ordinaria, alla nostra vita regolare.
Giorno dopo giorno, Gesù chiede ai suoi seguaci di comprendere sempre meglio che non hanno il diritto di godere da soli i doni della Provvidenza, primo fra tutti quello dell’annuncio e della salute: un paio di mani e di gambe buone, la luce degli occhi per vedere le cose belle della vita, il lume dell’intelletto, ecc. Questo diritto è del fratello in difficoltà: diritto ad uno spazio reale nella nostra vita fortunata, nel nostro tempo e nel nostro cuore.
Non è mai lecito che un uomo muoia di solitudine, perduto per strada, magari per salvare il nostro perbenismo. Il discepolo del Signore è chiamato a riscoprire il senso profondo del servizio, vissuto per fede, come alternativa al potere mondano; egli testimonia il senso della gratuità, anzi il valore dell’inutile. Nella luce della Parola, le sue prestazioni si trasformano in carità, assumono connotazioni specificamente cristiane, diventano gesti religiosi, servizio e culto reso a Dio, travalicando, ovviamente, i semplici servizi sociali.
Itinerari di servizio, oggi
Come sempre, anche oggi, il Caritas Christi urget nos! (2Cor 5,14) è di attualità sconcertante: una carità da vivere con identità chiara, aperta al progresso politico, alle riforme sociali in atto, in favore di tutti gli uomini portatori di difficoltà. Va tuttavia rimarcato che il riflesso sociale non è l’obiettivo primario della carità, bensì solamente una conseguenza: sono quindi da superare tanto le illusioni di carità legate a semplici prestazioni sociali, quanto la pretesa che ogni gesto caritativo abbia riflessi quantificabili a livello “politicamente” programmato. In altre parole, le opere di carità hanno dimensioni che oltrepassano i servizi sociali, proprio come molti interventi sociali, degni di ogni considerazione, si realizzano senza uno specifico impegno di carità.
Il diritto del povero è uno dei fondamenti essenziali della carità evangelica. Gesù ha dichiarato pagano il concetto del benefattore. I benefattori non servono a nulla, se non a creare i beneficati. È necessario buttare a mare il complesso del benefattore. Il povero è un fratello, appartenente alla nostra famiglia, quell’unica famiglia dei figli di Dio Padre provvidente e, come tale, va riconosciuto e trattato.
Il cristiano non giudica il povero, non si permette di considerarlo uno sprovveduto scialacquatore. Egli chiama sempre per nome il povero e, mentre ascolta le vicissitudini che sottostanno alla sua emarginazione, con discrezione lo guarda negli occhi. Pur tentando tutto il recupero possibile, egli rispetta le diversità, non subordina i suoi interventi di fraternità al “recupero totale”, che rappresenta una violenza imposta dalla cultura dominante il nostro tempo: una cultura di morte, che perde per strada migliaia di uomini, cioè tutti coloro che non possono o non vogliono accettare i parametri della produzione, del consumo e del godimento edonistico della vita.
Il cristiano autentico pensa e predispone servizi multipli e duttili, pienamente umani, capaci di rispondere alle esigenze multiformi dei variegati bisogni personali. Con l’obiettivo “politico” di cambiare la qualità della vita, il suo lavoro con i poveri si sposa agevolmente con una concreta esperienza di condivisione ecclesiale, mirante a rivelare alla famiglia umana il volto e il cuore di Dio, padre di tutti.
Con ammirazione per le differenti peculiarità vocazionali, sembra possibile affermare che, tra le parentesi di servizio caritativo, espresso da gruppi, movimenti o associazioni e la vita stabilmente consacrata alla carità, il passo sia breve. È, forse, opportuno riconoscere che le vocazioni al servizio caritativo soffrono carenze d’identità e quindi vivono una provvidenziale stagione di ripensamento. È però doveroso affermare che, oggi, molte vocazioni provengono e maturano da esperienze di volontariato ecclesiale o, magari, da volontariato civile cristianamente motivato. Le opere di misericordia pertanto rimangono un ottimo veicolo per gli itinerari umani sulle strade di Dio.