N.06
Novembre/Dicembre 1986

Giovani ed educazione alla preghiera

Vorrei avvertire molto umilmente ma in modo risoluto che chiunque si accinga ad affrontare il problema religioso riguardante i giovani di oggi, deve avere netta coscienza della novità del clima ideologico che informa la nuova generazione.

 

 

Giovani oggi

Non è più la generazione della secolarizzazione, né quella della morte di Dio, né quella della svolta ad Oriente, ma è una generazione che cresce in un clima in cui Dio è sempre più lontano, un clima in cui rinascono gli dei e quindi un clima politeistico. Il giovane di oggi appare come un individuo che esperimenta in se stesso molti sé, ognuno dei quali è percepito come dotato di vita propria che va e viene a suo gradimento senza alcun riguardo alla volontà centrale dell’io singolo. Questo non è sentito come patologico e l’identità personale sembra così non potersi stabilire, né la normalità può essere definita. La cultura giovanile attuale appare sempre più politeistica, non conosce più il rigoroso e decisivo “aut-aut”, ma si rivolge sempre di più all’ “entrambi”, all’ “et-et”, all’ “e/e”: questo e quello. In questo modo il cielo e la terra si popolano di Dei che quando si manifestano nella vita sono sentiti come potenze che guidano e danno forma ai comportamenti sociali, intellettuali, personali. Gli dei sono i nomi della pluralità di modelli di esistenza, sono i simboli che permettono di spiegare, esprimere e celebrare i molteplici aspetti della realtà i quali altrimenti apparirebbero del tutto anarchici e sconnessi.

È certo che la nuova generazione va sempre più incontro ad una situazione di schizofrenia umana e spirituale, che i sensi finiranno per essere ammalati di senescenza e di impotenza precoci, che l’universo politeistico in cui si potranno esprimere tutte le proprie esperienze porterà ad una dissoluzione della persona. Sembra una tacita e non trionfale liberazione che avanza nella nostra società occidentale complessa, ma sarà nient’altro che esplosione idolatrica. Testi come Nécessité de l’angélologie e Le paradox du monothéisme di Corbin, Il nuovo politeismo di Miller/Hillman, Il mondano di P. Mauriés e financo L’angelo necessario di M. Cacciari, sono di grande aiuto per leggere e discernere le exousie che muovono le nuove generazioni.

 

 

Educare alla preghiera fin dall’inizio

Va detto che è assolutamente necessario che i credenti educhino alla preghiera non il giovane o il ragazzo, ma che questa pedagogia sia fatta sul bambino. Genitori ed educatori non dovrebbero dimenticarlo: è il bambino che attraverso la preghiera è invitato a scoprire la sua natura dialogica, è il bambino che deve imparare a sentirsi amato da Dio, e “amato bene” da chi gli è Padre e Madre anche quando l’esperienza familiare può difettare su questo punto, è il bambino che deve iniziare, proprio per la sua capacità contemplativa naturale fino ai 13-14 anni, ad esercitarsi a stare davanti a Dio come a una presenza invisibile ma reale. Ma questo discorso lo diamo per scontato; e, pensando di più ai giovani e alla loro educazione alla fede, non si dimentichi la necessità del primato dell’ascolto e del silenzio.

 

 

Educare all’ascolto

Accanto ad una catechesi mistagogica e non dottrinale, accanto ad una teologia narrativa si deve insegnare ad ascoltare il Signore attraverso la sua Parola. Un giovane cristiano deve innanzi tutto imparare l’assiduità con la Parola di Dio, ogni giorno, leggendo meditando e pregando un brano ad iniziare dai Vangeli in una lettura cursiva e completa. Occorre spingere il giovane all’ascolto tenendo conto che ormai un insegnamento limitato alla preghiera di domanda significa soltanto un prolungare la pedagogia riservata all’età infantile.

Ascolto dunque della presenza di un Dio unico, di un Dio presente nella storia umana, di un Dio che si fa presente soprattutto attraverso la sua Parola, la Scrittura. Una catechesi teologico-narrativa accompagnerà quest’ascolto e aiuterà alla comprensione della volontà di Dio circa la storia, l’umanità e il credente.

Si tratta parallelamente di imparare il silenzio: è questa un’indicazione oggi totalmente disattesa, ma se il cristiano non impara il silenzio non impara neppure non solo a dialogare con Dio, ma neanche a dialogare con gli uomini, con chi gli è vicino.

La parola emerge dal silenzio, dev’essere accompagnata dal silenzio e conclusa dal silenzio. Imparare a parlare significa, come indicano le scienze attuali, acquisire anche la dimensione del silenzio, del “non detto”, dell’ineffabile.

Questo è tanto più urgente oggi, in un tempo in cui la vita si svolge in una parossistica eccitazione, in un incrociarsi di parole e messaggi, suoni e immagini che costituiscono un vero e proprio bombardamento che investe e stordisce i giovani. L’eccesso di parole e di suoni disarmonici ripetuti con insistenza e ossessione è tale che arriva perfino a danneggiare l’equilibrio psichico e in ogni caso rende sempre più difficile al giovane l’entrare in se stesso, il concentrarsi, il pensare, il fare silenzio in sé per potersi incontrare nell’autenticità con l’altro e per saperlo ascoltare: se viene a mancare il silenzio è fortemente minacciato anche l’ascolto e quindi la capacità di dialogo e di relazione.

È dunque necessario educare al silenzio, insegnare a immettere il silenzio nella preghiera: se il giovane vive costantemente proiettato fuori di sé non può ascoltare il Dio che parla dentro di lui, né sentire in sé la sua presenza, né arriva a percepire il proprio corpo come Tempio del Signore, Dimora di Dio.

 

 

Educare alla risposta

Un secondo elemento dell’educazione alla preghiera dev’essere incentrato sul tema della preghiera come ortoprassi, momento di crescita della propria consapevolezza e della propria responsabilità nei confronti dell’uomo e della storia. La preghiera è un’azione “politica” cioè un’azione nella storia. Non evadere dalla vita e dalla storia, non addossare a Dio le nostre responsabilità, non fare di Dio un tappabuchi, ma davanti a lui compiere la sua volontà nella coscienza che Dio esaudisce tutte le sue promesse, le porta a compimento secondo tempi e modi che non decidiamo noi.

L’esperienza del Dio che ama per primo illumina la preghiera e l’azione nella storia, la prassi di giustizia mostrandoli come i due momenti inscindibili che caratterizzano la fede cristiana. Il Dio biblico si rivela nella storia, e la storia è il luogo privilegiato per cercarlo, riconoscerlo nei fratelli e vivere la sua presenza nell’incontro con gli altri uomini. È nella propria vita, nella propria vicenda storica accanto agli uomini del suo tempo che il giovane deve imparare a discernere nella preghiera la presenza e l’azione del Dio che ama ed elegge personalmente. Così la preghiera non può ridursi a delega a Dio di ciò che è compito dell’uomo: la preghiera biblica è “decidere con Dio”, entrare nella volontà di Dio fino a giudicare la storia e a portare gli eventi della storia e gli uomini davanti a Dio nell’intercessione.

 

 

Educare alla oblatività

Un terzo elemento dell’educazione dei giovani alla preghiera va individuato nella capacità di Amore da parte di Dio: si deve pervenire all’esperienza del Dio che è l’amante.

Il Dio cristiano è il Dio che è Amore (cfr. 1Gv 4,7), che ci ha amati per primo (cfr. l Gv 4,19): Giovanni può così dire che “in questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi” (1 Gv 4,10).

Occorre dunque un’esperienza di amore passivo, un sentirsi e sapersi amati per essere a propria volta costituiti amanti, persone capaci di amare. È solo questa esperienza fondamentale e fondante che può unificare il cuore, sanare le ferite, gli squilibri e le incapacità umane e spirituali, dare stabilità alla struttura umana e affettiva del giovane, renderlo capace di amore e impegnarlo a sua volta ad amare gli altri.

Solo così l’amore per i fratelli diviene attestazione di un amore ricevuto, risposta all’Amore disceso da Dio: “chiunque ama conosce Dio; chi non ama non ha conosciuto Dio” (l Gv 4,7).

 

 

Educare al “sì”

Un quarto elemento necessario è insegnare a riconoscere la Signoria di Dio: Dio è Signore, è il Signore e chiede obbedienza.

C’è qui l’aspetto della vocazione: stare davanti a Dio è stare davanti al Signore che ha chiamato alla vita e che continua a chiamare oggi nella vita e nella storia. Vivere, esistere implica e significa essere chiamati: si deve insegnare che il Dio con cui si dialoga nella preghiera è anzitutto il Creatore che chiama all’esistenza e che questa dunque, lungi dall’essere un non-senso da affrontarsi con cinismo o atteggiamenti di rifiuto e nichilismo, è un dono primario ed elementare che richiede assenso e capacità di ringraziamento.

La massificazione tipica della nostra società, la situazione diffusa di disgregazione familiare fa sì che oggi sovente i giovani si sentano gettati nella vita, nati per caso e non percepiscano l’esistenza stessa come chiamata essenziale di Dio.

Si deve quindi insegnare con forza che Dio chiama e continua a chiamare nell’oggi e attende una risposta, che le sue vie non sono le nostre, non sono quelle che noi progettiamo e sogniamo. Dio è il Signore e chiede un ripudio da tutto ciò che è mondanità e idolatria chiamando ogni cristiano alla santità.

Biblicamente la scelta non è tra ateismo o Dio, ma tra idolatria, asservimento ai molti idoli o Dio: Dio infatti non è componibile in un quadro idolatrico. La scelta si impone e l’educatore la deve ben prospettare al giovane.

Più che mai per capire l’attuale clima delle società occidentali, occorre meditare su questo testo di Paolo: “In realtà, anche se vi sono cosiddetti Dèi sia in cielo che in terra, e infatti ci sono molti dèi e molti signori, per noi c’è un unico Dio” (1Cor 8,5-6).