N.04
Luglio/Agosto 1987

Il ministero coniugale a servizio di tutte le vocazioni

Due rapide premesse servono a collocare il tema nella sua giusta posizione e a metterne in evidenza l’importanza.

Anzitutto, il ministero dei coniugi cristiani è un servizio alle vocazioni in forza del suo inserimento nella chiesa e, ovviamente della sua radice carismatica. “La Chiesa per se stessa e nel suo essere profondo è mistero di vocazione. Nel suo nome “ecclesia”; è segnato ed espresso il suo volto vocazionale, perché essa è un’assemblea di chiamati (…) E ciò perché nel mistero della Chiesa è presente e operante lo stesso mistero di Dio Uno e Trino. Dal cuore della Chiesa, pertanto, proviene e si rivela un dinamismo vocazionale che la rende viva immagine della Trinità”[1].

Staccare il matrimonio e la famiglia dei cristiani dalla vocazione e missione della Chiesa conduce a non comprendere più le ragioni, il dinamismo e l’originalità del ministero coniugale – familiare. La famiglia, fondata nel sacramento del Matrimonio, è una ‘chiesa domestica’ correlata intimamente – anche a causa della sua incompiutezza – con la chiesa particolare e con la ‘Catholica’, l’unica e santa Chiesa del Signore.

In secondo luogo, è pacifico che esista un ministero coniugale? Non lo è – purtroppo – né a livello teorico né in quello pratico. Quanti coniugi hanno coscienza del loro diritto-dovere di essere titolari – diciamo così – di un autentico ministero? E quanti parroci lo sanno e lo rispettano? E quanti operatori vocazionali?

Ci sono solide ragioni per proporre ancora una volta il ministero coniugale, cogliendone l’originalità, la differenza da altri ministeri ecclesiali istituiti e riconosciuti oppure di fatto.

 

 

Il ministero coniugale

“In forza del sacramento, gli sposi sono consacrati per essere ministri di santificazione e di edificazione della chiesa”[2].

A mio avviso, non ci sono dubbi sulla fondatezza dell’asserto. Se il ministero è un carisma – dono accordato dallo Spirito santo per l’edificazione della comunità e il compimento della vocazione propria di ogni membro del popolo di Dio – che si traduce in un servizio che può assumere forme istituzionali particolari, così che sia riconosciuto dalla comunità, mi sembra che tali elementi convengano tutti alla coppia coniugale che celebra sacramentalmente il matrimonio. Almeno si tratta di un ministero di fatto, attraverso il quale la chiesa trasmette al mondo l’immagine di un’umanità nuova, dove le barriere umane sono infrante e tutti – uomini e donne – hanno pari dignità, congiunta al dovere della partecipazione attiva e responsabile. Del resto, i ministeri non derivano da supplenze, ma dalla natura della chiesa e dalle sue manifestazioni. Siamo comunque all’inizio di una riflessione e di una prassi che richiedono certamente riflessioni ed esperienze adeguate. In questo spirito, possono tornare utili alcune precisazioni.

 

– Si tratta di un ministero coniugale, ossia riguardante la coppia coniugale nella sua specificità di comunità di persone, artefici di vita e di amore. L’ambito del ministero, dunque, si estende a ciò che è proprio della coppia: la vita dei due partners, l’educazione dei figli e il cammino di questi nella vita, secondo la loro vocazione; l’evangelizzazione di altre coppie e famiglie; il servizio al prossimo nella forma eminente dell’ospitalità; l’edificazione della comunità ecclesiale, con cui la coppia coniugale ha particolari vincoli di connessione; il contributo alla società civile nel campo dei problemi educativi e della politica familiare.

 

– Le modalità proprie del ministero coniugale mi sembra che debbano essere cercate nella direzione di un compito originale degli sposi, qual’è quello di testimoniare (nel senso biblico e cristiano) i valori della vita e dell’amore. Tali valori oggi chiedono di essere esplicitati e di assumere una corposità storica, sia attraverso uno stile di vita evangelico delle coppie coniugali – dove i ‘consigli evangelici’ di povertà, obbedienza e castità trovano una nuova forma rispetto a quella ‘religiosa’ – sia attraverso un’assunzione di responsabilità ben precisa all’interno della comunità ecclesiale.

Pensiamo, ad esempio, alla responsabilità del progetto educativo di una parrocchia, alla pastorale dell’infanzia e dell’età anziana, al servizio di comunione nei vari luoghi di convivenza della gente, alla promozione umana degli emarginati: qui, più che altrove, gli sposi hanno responsabilità non delegabili e che vanno loro riconosciute, senza indebite interferenze.

I valori vita e amore si traducono allora in forme coniugali di gratuità, di apertura alla vita (ogni vita), di proposta umile e coraggiosa della fecondità, della fedeltà e della definitività che si fondano sull’affidabilità umana, di valorizzazione del feriale in connessione con la festa, ecc.

 

– Il ministero coniugale è un ministero laicale. Ciò significa non soltanto che non è ordinato ma che prende significato dalla partecipazione dei laici all’ufficio (munus) sacerdotale – profetico – regale di Cristo. I testi del Vaticano II corrispondenti meriterebbero un’attenta ermeneutica in ottica coniugale, suscettibile di nuovo sviluppo[4].

Mi limito a sottolineare che, in quanto laicale, il ministero coniugale ha una sua propria valenza nei confronti delle realtà storiche e quotidiane e nei confronti della vasta area dominata dalla incredulità e dall’indifferenza. E un tipico ministero, quello coniugale, connesso con la quotidianità e con l’evangelizzazione, con il senso della storia umana e con la missionarietà cristiana. Anche per questo mal sopporta forme troppo ‘ecclesiastiche’ e, tanto meno, ‘clericali’. La sua pregnanza è meglio espressa dall’integralità umana: nei contenuti, nello stile, nei modi. È un ministero umanizzante[5].

 

 

Le vocazioni e i compiti della missione si richiamano a vicenda

Se questo è il ministero coniugale, il rapporto con le vocazioni al ministero ordinato e alla vita consacrata va approfondito.

– In un’assemblea di chiamati, come è la chiesa, i coniugi sono anzitutto dei chiamati essi stessi. La fondamentale vocazione cristiana sgorgante dal battesimo si specifica con la vocazione coniugale che, della prima, rappresenta una modalità e un compimento. La modalità è quella coniugale, così che la coppia umana (uomo-donna) diventa un soggetto tipico, quasi fosse una sola persona. Si ricompone in tal modo il disegno originario di Dio che nella comunione uomo-donna vede e vuole un’immagine più piena di Dio stesso. Il compimento, inteso nel senso di portare a maggior compiutezza ciò che appare inizialmente come germe e primizia, va ravvisato nella grazia battesimale e coniugale della incorporazione in Cristo.

Mediante il battesimo infatti tutti i membri del popolo di Dio sono “‘incorporati’ a Cristo e, nella loro misura, resi partecipi della funzione sacerdotale – profetica – regale di Cristo e per la loro parte compiono nella comunità ecclesiale e nel mondo la missione profetica propria di tutto il popolo di Dio” (LG 31).

I coniugi danno forma matura e originale all’essere diventati corpo di Cristo mediante la grazia battesimale. Essi portano a compimento la vocazione alla comunione, a ‘fare comunità’ di cui la prima e più piccola forma storica è quella coniugale[6].

 

– Vocazione alla comunione, dunque, quella coniugale, mediante il segno espressivo della corporeità umana, che denota l’assunzione dell’umano, del temporale, del movimento storico, del valore dell’unità e della fecondità nel disegno di salvezza incentrato nel Cristo. Ma è vocazione di tutti, uguale per tutti? Osservano alcuni. Sì, ma con differenze specifiche e peculiari, a cominciare dal soggetto vocazionale che, nel caso dei coniugi, non è più la singola persona ma un soggetto collettivo, la coppia. C’è qualcosa in più da annotare e mi servo volentieri della parabola del seminatore (cfr. Mt 13,1-23) che mi appare paradigmatica quando si parla di vocazione e missione.

Tre sono gli elementi che interagiscono nel disegno vocazionale e missionario di Dio: il seme, cioè la parola di vita; il seminatore, cioè Dio che prende l’iniziativa; il terreno, ossia il luogo che accoglie il seme. In un’economia disegni quale è quella instaurata da Cristo che ha posto la chiesa nel ‘frattempo’ (cioè nel tempo che va dalla sua prima venuta fino a quella definitiva) come suo segno-sacramento, non è infondato ravvisare nei “religiosi” coloro che contemplano il seme e lo mostrano nella sua potenza ineguagliabile; nel sacerdozio ordinato coloro che hanno il compito di attuare la seminagione nella forma sacramentale; nel sacerdozio coniugale (e laicale) coloro che si prendono cura del terreno per dissodarlo e renderlo accogliente e capace di fecondità.

Senza rinunciare alla contemplazione/testimonianza escatologica e alla capacità sacramentale – che, nella propria misura, appartengono ad essi – i coniugi hanno in consegna peculiare (mai esclusiva, ma propria) la coltivazione del terreno.In che modo? Immettendo nel vasto terreno della vita quotidiana, a modo di lievito fermentatore, i doni/valori dell’amore e della vita.

 

– Ciò che risalta è l’intima correlazione che passa tra le forme vocazionali proprie della vita consacrata, del sacerdozio ordinato e degli sposi cristiani. A ben riflettere, sono impensabili l’una senza le altre e impraticabili senza una mutua integrazione.

Si prenda, ad esempio, il modulo consueto dei tre segni della vita consacrata: povertà, castità e obbedienza. Sono segni distintivi, radicati in una vocazione (che è carisma) e funzionali a una peculiare missione nella comunità ecclesiale e in quella degli. uomini.

Oggi è più pacifica di ieri l’acquisizione che si tratta di doni/segni comuni a tutti i membri del popolo di Dio; differente e specifica è la forma, la modalità con cui vengono vissuti e testimoniati. C’è una forma “religiosa” dell’esser poveri, casti e obbedienti e c’è una forma coniugale che “proclama ad alta voce le virtù presenti del regno di Dio e la speranza della vita beata”[7].

Sono davvero incomunicabili le due forme o, al contrario, non esigono continua e feconda comunicazione reciproca?

Senza una dimensione verginale, la stessa coniugalità è priva di una sua componente qualificante. E viceversa.

Ugualmente si deve dire della pastoralità. Non è in esclusiva assegnata a vescovi e presbiteri; contrassegna anche la coppia coniugale: “Se amministreremo bene le nostre case, saremo adatti anche alla guida della chiesa. Infatti anche la casa è una piccola chiesa. Così è possibile che marito e moglie, divenuti buoni, superino tutti…”[8].

Ancora più esplicitamente: “Non soltanto i vescovi, i sacerdoti e i diaconi o ancor ai superiori di monasteri sono detti ‘pastori’, ma pastori veramente sono anche tutti quei fedeli che hanno cura della loro piccola casa, in quanto ne sono a capo con sollecita vigilanza”[9].

 

 

La novità non è ancora esaurita

Lascio ai lettori di elaborare un quadro di possibili servizi che coniugi e famiglie possono e devono rendere a tutte le vocazioni e alle vocazioni di speciale consacrazione. Ciò che si dice nel n. 36 del documento CEI, Vocazioni nella Chiesa Italiana, è puntuale e adatto alla nostra situazione. Ma molto deve ancora crescere e, forse, cambiare. Lasciamo spazio allo Spirito e alla sua novità.

 

 

 

 

 

 

Note

[1] CEI, Vocazioni nella Chiesa Italiana, Roma 1985, n. 3.

[2] CEI, Evangelizzazione e Sacramento del Matrimonio, Roma 1975, n. 104.

[3] Cfr. A. ALTANA, in “Presenza pastorale” n. 4-5/1977, pp. 47-48.

[4] Cfr. LG 34-36; AA 11; GS 47-52; FC 49-50.

[5] Cfr. P. SCABINI, in Il matrimonio canonico in Italia, Queriniana, Brescia 1984, pp. 282-284.

[6] Cfr. LG 11.

[7] LG 35.

[8] GIOVANNI CRISOSTOMO, Omelia XX sulla Lettera agli Efesini.

[9] GIONA D’ORLEANS, De institutione laicali, nell’anno 841!