N.04
Luglio/Agosto 1987

La dimensione ministeriale dell’itinerario vocazionale

Fra le categorie teologiche che configurano i grandi tratti fisionomici della comunità ecclesiale, la “ministerialità” risulta la più ostica. Soprattutto tra i giovani. La comunione e la missione sono di più facile comprensione. Se ne intuiscono subito i contenuti. Anzi se ne avverte l’esigenza. La stessa credibilità della chiesa trova la sua forza nella capacità di porsi come segno di comunione, di incontro e di dialogo sulla piazza di Babele. La comunione è lo stesso contenuto della sua missione.

 

 

Una parola difficile per valori difficili

Quando invece si parla di ministerialità, il termine evoca lo spessore istituzionale della chiesa, con tinte più o meno clericali. Insomma è difficile che non affiori il sospetto, anche se la teologia pastorale tende a familiarizzare con tale parola, sino ad inflazionarla, con il rischio di non saper coglierne i contenuti precisi.

Talora se ne rileva, soprattutto a livello giovanile, il carattere pleonastico. Se la ministerialità evidenzia la “diaconia” della vita e di ogni vocazione, non avrebbe bisogno di ufficializzazioni o di riconoscimento ecclesiale: basta l’impegno personale, il coinvolgimento responsabile.

Ma al di là di una sostanziale estraneità della parola “ministero”, essa è indicativa per sua natura di valori “difficili”.

Richiede una coscienza matura della chiesa, la riscoperta di una vocazione precisa, il riconoscimento dei propri e degli altrui doni, la volontà di servizio che abbia il carattere della stabilità o della permanenza. Insomma è richiesta quella maturità di fede che supera la visione dicotomica di una chiesa che oppone il carisma all’istituzione; la libertà personale all’impegno di fronte alla comunità.

La coscienza di una chiesa ministeriale crede nel servizio, ma ne coglie la radice nel carisma; accoglie l’originalità dei doni, ma sa di poterli esprimere in pienezza in comunione con gli altri; si apre alla creatività delle esperienze, ma è soprattutto capace di una fedeltà feconda ad una propria vocazione per sempre.

Addirittura la ministerialità, se è vero che sembra rivelare il volto adulto di una comunità vocazionalmente cresciuta, è anche vero che costituisce un criterio fondamentale di verifica di una fede divenuta concreto progetto di vita, con un preciso ruolo di servizio nella comunità.

 

 

La dimensione ministeriale dell’itinerario vocazionale

La vocazione ha una storia misteriosa nell’età progettuale di un adolescente o di un giovane. L’Optatam totius parla di “germi”.

Sul versante dell’esistenza soggettiva è un nucleo di valori capaci di polarizzare e di dare senso alle scelte di ogni giorno. Solo quando questo germe ha raggiunto la sua maturità nelle motivazioni, negli atteggiamenti interiori ed esteriori, è possibile ravvisare la chiara dimensione ministeriale, propria di una vocazione o di una scelta stabile e definitiva al servizio del Regno.

Tuttavia la componente ministeriale, come altri aspetti dell’esperienza vocazionale (quali la preghiera, la vita affettiva, la relazionalità, la radicalità evangelica) ha una vita previa, che s’accompagna con il crescere dei germi.

Essa convive con la simpatia per il “servizio”. L’essere utile agli altri, in concreto, è quel naturale orizzontalismo preadolescenziale in cui si riflette un nuovo mondo interiore. Talora è un servizio fortemente inquinato dall’esibizionismo o dall’autogratificazione di un “io” che scopre di aver un volto, non certamente ancora capace di facile rinuncia. Proprio allora è importante scoprire che il senso più vero della vita, come in Gesù, consiste nell’aprirsi agli altri, per farsi dono. Ed ancora di più urge sintonizzare la vita, le scelte concrete con le intuizioni ideali.

Dall’esperienza di una vita percepita come utile agli altri, al riconoscimento poi della sua gratuità, il salto non è facile. Sul piano soggettivo è un passaggio da un’esperienza “percepita” anche sensibilmente ad un’esperienza di fede. È molto più facile cogliere l’utilità di ciò che facciamo che non la gratuità di quanto abbiamo o siamo. È il passaggio dall’azione al mistero di un mondo interiore. Eppure quando si colgono queste radici dell’esistenza ci sono le premesse per costruire con “responsabilità”.

Il talento della vita non si può sotterrare. Anzi la riscoperta della propria vita come segno dell’amore, consente di accorgersi degli altri, quali portatori di un dono e non come concorrenti. L’adolescente o il giovane, capace di “vedere” l’iniziativa di Dio in sé e negli altri, si dispone ad accogliere il suo piano, i segni della sua presenza nella storia. Nasce dentro l’atteggiamento disponibile alla chiesa, vista come comunità dai ministeri più disparati, per condividere insieme la fatica della missione.

 

 

Alle radici di una pedagogia del ministero “oggi”

La gamma dei ministeri di fatto esistenti, istituiti o ordinati, rivela il volto pluriforme della diaconia e della missione nella comunità ecclesiale. Ed ognuno proprio all’interno della sua fede trova le motivazioni e le risorse di grazia per vivere in pienezza tale testimonianza.

Ma è non poco importante il vivere in concreto una dimensione ministeriale, in modo “coerente” con la propria vocazione specifica.

Nessun ministero di fatto può eludere o sottintendere quella testimonianza di servizio che scaturisce dal mistero del proprio dono. Né le attese emergenti della storia e della comunità cristiana possono cancellare quell’identità personale quale è la vocazione di ciascuno. Semmai i “segni” diversi attraverso cui Dio parla sono criteri orientativi per illuminare e per vivere sino in fondo la propria vocazione. Non è tuttavia facile questa coerenza, alla radice, tra “vocazione e ministero”

La fedeltà vocazionale non si esprime in un’operatività generica, anche ecclesialmente significativa (come la catechesi, la carità etc.), bensì coinvolge tutta la persona, nel suo mistero profondo, nelle sue opzioni definitive. Tocca un orizzonte in cui non è facile entrare; neppure, talora, dopo prolungate esperienze di servizio. Ci sono dei giovani che svolgono in modo esemplare dei “ministeri” nella comunità; ma rimangono perplessi quando si fa loro una proposta più stringente: “E allora, quale la scelta di fondo, per tutta la vita?”.

Alla radice di ogni forma ministeriale c’è poi un profondo “amore per la chiesa” e per la sua storia. Così come l’ha amata Gesù dando “se stesso per lei per renderla santa” (Ef 5,25-26). Ciò richiede che si sappia condividerne le sorti, senza paure e senza cedere alla presunzione farisaica, come talora si sente dire: “Io ci credo, ma non a questa chiesa”.

Una coscienza ministeriale suppone la capacità di riconoscere la grandezza del proprio dono, della propria vocazione; ma anche la propria relatività, perché solo “insieme”, con il dono degli altri si compagina il segno di una chiesa quale presenza di Dio nella storia. L’amore per la chiesa favorisce la partecipazione, la comunione, la fedeltà ad ogni forma di ministerialità, oltre ogni ricorrente tentazione di potere, di superiorità, o di autoemarginazione e di indifferenza.

Ed infine, soprattutto “oggi”, alla radice di una comunità ministeriale c’è il primato dello Spirito. Una spiritualità che si radica nei dinamismi della vita teologale e fa del credente il testimone di un modo diverso di costruire il mondo, di servire l’uomo e promuovere il Regno. Una spiritualità che si qualifica in modo coerente con la chiamata a cui il Signore sollecita a rispondere. La spiritualità, alla radice del ministero, non è solo un tema che la ricerca sociologica colloca tra le domande del nostro tempo; ma è la condizione necessaria per evitare lo svigorimento del ministero, il cedimento all’attivismo, la chiusura alle sorgenti della vita.

In definitiva una coscienza ministeriale matura attinge a queste radici: alla grazia del carisma, alla chiesa degli uomini, al primato dello spirito.