N.04
Luglio/Agosto 1987

La vita liturgica della comunità: via ministeriale alla vocazione

Tutta la comunità dei credenti in Gesù e ogni comunità particolare (nel caso specifico quella parrocchiale) non si fonda su un atto organizzativo, ma è fondata dal mistero pasquale di Cristo, dal cui Spirito è radunata “dai quattro venti”, cioè dalla dispersione del peccato.

Così la comunità dei “santi”, rinati dall’acqua e dallo Spirito, non si dà dei fini, come un qualsiasi organismo umano, ma è investita da Cristo stesso dell’unico, singolarissimo compito di rendere presente e manifesto nella storia l’evento – Gesù Cristo, apportatore di salvezza al mondo – anticipandone, nei segni e nella vita, il compimento che tutti attenderà alla fine del tempo: la riunificazione e la completa ricomprensione in Dio di tutta la creazione.

 

 

Perennemente convocati

La comunità cristiana, pertanto, è perennemente in stato di vocazione, ed ha come compito specifico l’attualizzazione, efficace e visibile, della salvezza. Essa stessa è “mistero”, cioè evento e segno sacramentale della salvezza, luogo dell’azione della Trinità nella storia.

Per questa ragione può a buon diritto affermarsi che la comunità è per sua natura essenzialmente “liturgica”: non perché esaurisca la propria attività e i propri fini nel culto organizzato, ma perché trova la più autentica espressione di ciò che è (il mistero di Cristo attualizzato nella storia) quando, radunata dal suo stesso Capo, rende presente per opera dello Spirito il “mistero della sua fede”.

La Liturgia e la missione della Chiesa sono talmente connaturate da non esservi l’una senza l’altra. Per questo la Sacrosanctum Concilium può affermare che l’Apostolato mira a che tutti, diventati figli di Dio per la fede ed il Battesimo, si riuniscano in assemblea, lodino Dio nella chiesa, partecipino al Sacrificio e mangino la Cena del Signore.

Alla luce del Vaticano Il possiamo dire che ogni comunità cristiana non si dà un programma pastorale autonomo ma vive, secondo il progetto che Cristo stesso compie su di lei, il suo “mistero” scandito nei ritmi celebrativi dell’anno liturgico: questo diventa così la durata della vita della chiesa, tempo iniziato nell’evento pasquale e in continuo sviluppo concentrico, secondo una spirale infinita che ha il suo culmine nella Pasqua eterna, nella comunione con Dio stesso, alla fine del tempo.

 

 

Vocazione comune

La vocazione comune, che è la vocazione stessa di Cristo a vivere pienamente il rapporto filiale di amore col Padre, è la radice dei compiti specifici che ciascun membro della comunità è chiamato a svolgere, secondo l’abbondanza dei doni ricevuti. Tali doni, infatti, sono incessantemente elargiti dallo Spirito per l’edificazione del corpo, a beneficio della comune utilità.

In ogni comunità cristiana, a differenza di qualsiasi gruppo organizzato, l’articolazione dei compiti trova il suo fondamento esclusivamente nella comunione dei fratelli in Cristo, e tale comunione è destinata a servire. Da ciò scaturisce che non può darsi alcuna forma di autentica ministerialità se non nella comunione di ciascun membro con l’altro, nel reciproco riconoscimento quali membra indispensabili l’uno all’altro, per l’edificazione e la sussistenza di tutto il corpo. Non esiste quindi ministero ecclesiale che non sia espressione e non sia orientato allo sviluppo e all’approfondimento della “koinonia” che ne costituisce la fonte.

 

 

Varietà vocazionale

Se dunque fonte e fine della ministerialità è l’unità e la comunione, si comprende come la vita liturgica, sia essa stessa culmine e fonte di tutta la ministerialità della chiesa, in quanto unico luogo in cui lo Spirito del Risorto realizza efficacemente la comunione di tutti i membri della comunità.

– Il ministero ordinato

Così la liturgia diventa luogo di manifestazione e sviluppo del servizio preminente all’interno della comunità: il ministero ordinato, che è il ministero della comunione in senso proprio. Il vescovo nella chiesa particolare, i presbiteri e i diaconi che lo rendono efficacemente presente nelle comunità, specialmente quelle parrocchiali, sono i veri servi della comunione, ed esercitano in questo loro servizio tutti i poteri che attraverso il sacramento dell’ordine Cristo stesso, unico servo della vera comunione, ha loro conferito.

Allo stesso modo di Cristo, compete ai ministri ordinati il sacrificio di tutta la propria vita per l’impulso, lo sviluppo, la difesa della comunione tra i membri della comunità. Senza il ministero ordinato non è realmente possibile alcuna forma di ministerialità, poiché non è garantita la comunione fra le membra del corpo: ciò è particolarmente significato nella liturgia, dove la comunità non si costituisce pienamente se non nella presidenza del ministro ordinato, che offre per tutti il sacrificio di comunione.

– Il ministero coniugale

Così, all’interno della comunità s’inserisce il ministero coniugale, che manifesta e rende efficacemente presente davanti a tutta la comunità il mistero dell’amore sponsale che la lega a Cristo, chiamandola a vivere autenticamente la propria vocazione di popolo dell’alleanza, cioè della comunione con il suo Dio.

– La vita religiosa

Allo stesso modo è da dirsi del ministero della vita religiosa, fondamentale all’interno della comunità, che da questa è alimentato e che solo in questa trova il senso più autentico di prova tangibile dell’alleanza di Dio con la sua chiesa, anticipando nel segno la vita escatologica proclamata ripetutamente nella celebrazione.

 

 

Forme molteplici

Lo Spirito, nella sua imperscrutabile dinamica, suscita poi nella comunità cristiana forme molteplici di ministerialità, a seconda dei bisogni della chiesa concreta che ciascun membro è chiamato a servire.

– Il ministero della predicazione

Primo fra tutti, il ministero della predicazione. È l’annuncio della Parola di Dio che genera figli alla chiesa, garantendone la eterna, verginale fecondità. La comunità dei Figli di Dio non lascia fiorire l’autentica comunione se non attraverso un continuo annuncio “della buona notizia”, che converte quotidianamente ogni cristiano e attrae i lontani. Pertanto, solo se fondata sulla comunione la catechesi è realmente un “ministero della chiesa”, un servizio, cioè, nel quale chi annuncia non annuncia se stesso, ma la fede della chiesa, anche al di là della propria individuale maturità di fede.

– I ministeri della carità

La comunità alimentata dalla Parola di Dio e incessantemente ricostituita dalla comunione allo stesso Pane, indiviso ma spezzato per la sua unificazione, sviluppa così al suo interno i ministeri della carità: la chiesa tutta è presente, quale realtà sacramentale, nel ministero di quei membri che operano la carità, testimoniando a coloro che serve e al mondo la possibilità di ciò che annuncia. Ne va che una carità svincolata dalla vita liturgica di tutta la comunità è sterile, perché non scaturisce dall’offerta di vita che l’intero corpo presenta con Cristo al Padre nella liturgia: e ciò indipendentemente dai pur positivi risultati ottenuti.

– Il ministero diaconale

Se, come per ogni forma di vera ministerialità, la comunione ne è il fondamento, è necessario che un ministro della comunione presieda al ministero della carità: il diacono; così era nella chiesa delle origini, così può tornare ad essere oggi grazie alla restituzione del grande carisma diaconale che il Concilio ha concesso alla chiesa contemporanea.

– Il ministero missionario

Così è a dirsi del ministero missionario, in cui la comunità tutta, nel servizio di alcuni membri, porta al mondo lo stesso annuncio che l’ha convertita e che continuamente la converte, l’annuncio della vita eterna.

– Il ministero ecumenico

Anche il ministero ecumenico non può efficacemente svilupparsi se non da chiese concrete, visibili comunità che s’incontrano: di ciò è possibile far esperienza in un tempo, come l’attuale, dove il dialogo teologico – dottrinale, sembra per più aspetti arenato, mostrando i limiti propri del confronto intellettuale, gli stessi limiti che causarono la progressiva rottura dell’originaria comunione delle chiese, testimoniata in maniera in equivoca dall’identica fede espressa nelle diverse liturgie.

 

 

Ministerialità creativa

Il discorso potrebbe ripetersi per qualsiasi altra forma ministeriale lo Spirito intenda suscitare nella chiesa: precisando in proposito che solo l’autentica comunione, radicata in una profonda vita liturgica comunitaria, può garantire la novità e l’originalità della ministerialità ecclesiale nei diversi tempi e nei diversi luoghi. Una ministerialità rigida e istituzionalizzata, infatti, coarta il libero soffio dello Spirito, e dissimula un’organizzazione di compiti non basata sulla comunione, cioè non promanante dall’unica comune vocazione all’unità.

Questa comunione di tutti i membri della comunità si manifesta e realizza in tutta la vita liturgica di questa, di cui è fonte il memoriale eucaristico: in questo senso il “ministero” eucaristico è la vera sorgente di ogni altro ministero. Sacramento della maturità cristiana, l’Eucaristia compie ciò per cui ognuno è stato battezzato e di cui è stato investito col sacramento della confermazione, quale vocazione personale partecipe alla vocazione comune: l’unità. Potremmo anzi dire che l’Eucaristia è la pienezza della ministerialità, il “ministero” della Chiesa: ciò è chiaramente rivelato dalla liturgia, che ne fa il culmine dell’iniziazione cristiana, ma è attualmente svalutato sul piano pastorale con la falsata collocazione temporale del sacramento della Cresima, che rende oscuro il senso della comune vocazione espressa dall’offerta del sacrificio eucaristico al Padre, unica fonte di ogni vocazione particolare.

La comunità della fede, nell’abbondanza e nella comunione dei diversi ministeri, è, infine, anticipo della comunione piena con Dio. Questa, infatti, non è semplificazione e appiattimento, ma consiste nella mirabile opera di diversificazione e unificazione eternamente compiuta dallo Spirito: lo sviluppo di una fiorente ministerialità, pertanto, è il vero segno sacramentale della salvezza che apparterrà domani a tutti come oggi appartiene alla chiesa dei risorti.

 

 

Spazio ministeriale

Un’ultima parola sulla struttura architettonica della chiesa. Se la liturgia è la fonte della ministerialità e si esprime pienamente solo mediante un corpo ministeriale, tale ministerialità deve essere espressa anche dallo spazio occupato “dall’assemblea celebrante”. Le forme architettoniche possono essere diverse, ma, per essere valide, debbono tutte esprimere “la Forma del corpo che lì si è riunito” e che, configurandosi come “corpo di Cristo risorto”, ha lasciato impressa nello spazio la sua Orma.