N.04
Luglio/Agosto 1987

Per una Chiesa tutta ministeriale: l’orizzonte ecclesiologico

La concezione della chiesa, predominante nella teologia cattolica fino al Vaticano II, è stata significativamente definita “ecclesiologia gerarcologica”[1]. L’espressione sta a dire l’accentuazione posta sull’aspetto gerarchico e piramidale, oltre che sulle dimensioni visibili e universali della realtà ecclesiale: la chiesa è vista come un’istituzione storica autosufficiente (societas perfecta), con proprie leggi, propri riti e propri capi, a guisa della “serenissima repubblica di Venezia “ (R. Bellarmino). La mediazione gerarchica è così accentuata, da giustificare la tesi, sulla quale ironizzava già J. A. Möhler: “Dio ha creato la gerarchia e così ha provveduto più che a sufficienza ai bisogni della chiesa fino alla fine del mondo”[2].

 

 

La “svolta ecclesiologica” e i suoi sviluppi

Il Concilio, recependo i frutti del movimento biblico, patristico e liturgico del nostro secolo, recupera la prospettiva comunionale della chiesa antica, caratterizzata dal primato dell’ecclesiologia totale: l’unità sta prima della distinzione; la varietà ministeriale è fondata e alimentata dalla ricchezza pneumatologica e sacramentale del mistero ecclesiale. Col porre il capitolo sul popolo di Dio prima di quelli sulla gerarchia e il laicato nella Lumen Gentium, il Vaticano II ha operato un’autentica “rivoluzione copernicana”: l’antropologia di grazia, cioè la vita secondo lo Spirito, condizione del cristiano, viene prima di ogni articolazione e varietà all’interno di essa ed unisce i battezzati fra loro nell’atto stesso in cui li fa diversi dal ‘mondo’. In questa prospettiva il Concilio riscopre la dimensione carismatica di tutto il popolo di Dio (cfr. ad esempio LG 4 e 12), la ricchezza cioè e la varietà dei doni che lo Spirito effonde nei battezzati in vista dell’utilità comune.

 

 

Verso un’ecclesiologia di comunione

Il Vaticano Il rappresenta tuttavia un risultato di compromesso in ecclesiologia[3]: la svolta in esso iniziata non è stata portata a pieno compimento. Se il primato della totalità sulla distinzione vi è chiaramente affermato, non mancano le resistenze e le nostalgie del passato, e soprattutto la struttura della chiesa vi viene ancora fondamentalmente presentata secondo il dualismo classico gerarchia-laicato. Questo binomio – che tanto condiziona il nostro modo di pensare e di vivere la realtà ecclesiale – è tuttavia inadeguato: da una parte esso distingue troppo, dall’altra distingue troppo poco[4]. Distingue troppo, perché non evidenzia sufficientemente l’unità battesimale ed eucaristica che lega laici e ministri ordinati nell’unico Spirito; distingue troppo poco, perché nell’ambito di questa unità totale coglie un’unica articolazione, quella del ministero ordinato, pensando negativamente le altre (laici = non chierici: cfr. Codex Juris Canonici del 1917 canoni 107 e 948) e lasciando del tutto in ombra la varietà dei doni dello Spirito, fatti in vista dell’utilità comune.

È per questo che, nella fedeltà alla “rivoluzione copernicana” iniziata dal Concilio, occorre superare il binomio gerarchia-laicato e lo stesso concetto di laicato: la chiesa non si identifica col ministero gerarchico, rispetto al quale gli altri battezzati si porrebbero come totalità indistinta, come gregge passivo da guidare; non si dà una chiesa docente in assoluto e una chiesa in assoluto discente, né una chiesa che dà solo e una chiesa che solo riceve. Tutti nella chiesa hanno ricevuto lo Spirito e tutti devono manifestarlo nell’impegno della vita comune; tutti sono, ciascuno secondo il dono ricevuto, chiesa docente e tutti chiesa discente, sempre nuovamente giudicata e suscitata dalla Parola di Dio; tutti hanno gratuitamente ricevuto e tutti devono gratuitamente dare. La chiesa è il popolo nuovo di Dio all’interno del quale il Signore elargisce doni diversi, stabilendo ministeri diversi, fra cui il ministero ordinato: la chiesa è comunione, profondissima unità sgorgante dall’iniziativa trinitaria – “De unitate Patris et Filii et Spiritus Sancti plebs adunata” (S. Cipriano, De Oratione Dominica 23: PL 4,553) – e varietà ricchissima suscitata dalla molteplicità dei doni dello Spirito. Al binomio ‘gerarchia-laicato’ occorre allora sostituire il binomio ‘comunità – ministeri’: in tal modo, mentre si sottolinea l’unità battesimale, eucaristica e pneumatologica di tutto il popolo di Dio, si evidenzia la varietà carismatica e ministeriale all’interno di esso. È questa l’unica via per uscire dalle difficoltà in cui si è dibattuta la teologia anche recente per definire lo specifico della condizione laicale: se da parte di molti si rifiutava la definizione puramente negativa, alcuni si sforzavano di individuare il carattere proprio dei laici nel loro rapporto con le realtà secolari (cfr. in tal senso anche LG 31), in un modo cioè piuttosto estrinseco e pertanto insufficiente a definire lo specifico dell’essere laico, mentre altri ponevano questo specifico nella consacrazione battesimale. In realtà, il laico è il cristiano sine addito, l’uomo che per Cristo è unto dallo Spirito negli eventi sacramentali: anche il vescovo, il presbitero, il diacono, però, sono anzitutto dei cristiani, dei battezzati. Pertanto, se da una parte si deve parlare in generale di cristiani, piuttosto che di laici e non laici, chierici e non chierici, dall’altra quel che ha bisogno di essere definito è il ministero, la varietà nell’unità, lo specifico nella totalità. In altri termini, non esiste uno specifico del laicato al di fuori di quello della condizione cristiana: il problema diventa allora quello di precisare ciò che caratterizza i vari ministeri nell’ambito della comunione ecclesiale.

 

 

 

Comunione e ministeri

È possibile distinguere ministeri ordinati, ministeri istituiti e ministeri di fatto[5].

– Ministeri ordinati: sono quelli che “derivano dal sacramento dell’ordine. Sono stati tramandati dagli Apostoli e dai loro successori e costituiscono la gerarchia ecclesiastica. Per questo vengono anche detti ministeri gerarchici”[6]. Essi non si differenziano dagli altri per grado, quasi che nella chiesa vi sia una superiorità dell’uno sull’altro, ma per essenza (cfr. LG 10), nel senso che sono in rapporto a Cristo (relazione d’origine) ed alla comunità (relazione di destinazione) in un modo diverso da ogni altro. Il ministro ordinato rappresenta e ripresenta Cristo in quanto Capo del suo corpo, che è la chiesa: Cristo cioè profeta, sacerdote e pastore nel suo ministero di unità fra le membra del suo corpo ecclesiale (cfr. PO 2). Il ministero ordinato non assomma in sé l’intera ministerialità della chiesa (prospettiva ‘gerarcologica’), non è sintesi di ministeri, ma è il ministero della sintesi, il cui carisma proprio è quello del discernimento e del coordinamento dei carismi, esercitato mediante la triplice funzione profetica, sacerdotale e pastorale dal vescovo per tutta la chiesa locale, dal presbitero e dai diaconi per i campi di azione loro affidati dal vescovo. Frutto di un dono dello Spirito, che viene potentemente a compiersi nell’atto sacramentale dell’ordinazione, il ministero ordinato è a servizio dello Spirito, che va sempre nuovamente accolto nell’ascolto perseverante per poterne discernere le vie: è così che i diversi doni, riconosciuti nella loro originalità, vengono a convergere nell’unità. Vagliati dall’unica Parola di Dio annunciata dai testimoni, alimentati sempre di nuovo dalla grazia sacramentale, i differenti carismi sono messi dal ministero di unità l’uno in relazione con l’altro, in un’economia di servizio e di comunione, in cui autenticamente si esprime la chiesa, tutta carismatica e tutta ministeriale. Per questo suo servizio all’unità e alla crescita del corpo ecclesiale, il ministero ordinato è l’unico stabilito sin dalle origini della chiesa cristiana, anche se con una varietà di forme, per durare finché il Cristo ritorni: ed invero, se diversi potranno essere i carismi e i ministeri suscitati dallo Spirito nella diversità dei tempi e dei luoghi, secondo le esigenze sempre nuove della chiesa e degli uomini, sempre sarà necessario un ministero di discernimento e di coordinamento dei doni e dei servizi, affinché il corpo “cresca ben compaginato e connesso, mediante la collaborazione di ogni giuntura, secondo l’energia propria di ogni membro” (Ef 4,16). Il ministero ordinato è dunque nella chiesa e per la chiesa, mai al di fuori o al di sopra di essa, chiamato ad ascoltare tutto e ritenere ciò che è buono, per non estinguere in alcun caso lo Spirito (cfr. 1 Ts 5,19 e 21).

 

– Ministeri istituiti: a loro volta, gli altri ministeri arricchiranno il ministero di unità con il loro specifico, che è il carisma ad essi collegato in vista dell’utilità comune. Questi ministeri possono essere “istituiti” o “di fatto”: appartengono al primo genere quei carismi che, sebbene non collegati ad una consacrazione sacramentale, sono orientati ad un servizio preciso, il cui impiego è stabilmente e vitalmente richiesto per la comunità, comporta una vera responsabilità ed è riconosciuto dalla chiesa con un atto di istituzione. La chiesa latina riconosce attualmente due ministeri istituiti, il lettorato e l’accolitato: le singole chiese e conferenze di chiese sono tuttavia impegnate ad ascoltare lo Spirito, secondo le esigenze dei tempi e dei luoghi, per la definizione di altre forme ministeriali stabili[7]. In questo ambito diviene possibile parlare, oltre che di ministeri personali, di comunità. o associazioni ministeriali, di forme cioè associate di battezzati che organicamente e stabilmente svolgono un servizio di importanza vitale per la crescita dei fratelli col riconoscimento della chiesa (si pensi ad esempio da una parte all’Azione Cattolica, “singolare forma di ministerialità”, dall’altra alle diverse comunità religiose e alla ministerialità coniugale.

 

– Ministeri “di fatto”: i ministeri di fatto o temporanei o spontanei sono invece quelli congiunti ad un carisma per un servizio significativo per la comunità, ma non stabile, tale cioè da poter venire meno quando venga meno l’esigenza a cui risponde, o comunque al variare delle situazioni: ciò avviene in una molteplicità di forme, sia nell’azione profetica (ad esempio il teologo, il catechista, l’esperto chiamato a contribuire alla soluzione di un determinato problema ecc.), sia in quella sacerdotale (ad esempio il servizio dell’altare, l’offerta delle proprie sofferenze da parte degli ammalati, ecc.), sia nell’azione regale (ad esempio il responsabile di un’attività pastorale, il cristiano impegnato in politica, ecc.). Anche questi ministeri devono essere riconosciuti dalla comunità – o meglio ‘recepiti’ da essa -, pur se non con atti particolari, quali sono l’istituzione o l’ordinazione. A questo genere di ministerialità si possono rapportare, oltre che ministeri personali, anche quelli di gruppi spontanei o di base, che svolgono un ruolo significativo per la chiesa tutta, specialmente in situazioni di spersonalizzazione della società o di sclerotizzazione delle istituzioni. La varietà delle forme ministeriali viene così ad esprimere la ricchezza carismatica della chiesa: ognuno riceve, attraverso la Parola e i sacramenti, il dono dello Spirito, che deve poter riconoscere e mettere a disposizione degli altri in armonia con tutti. Questo riconoscimento e questo coordinamento dovranno essere vissuti come processo di maturazione e di crescita in una prassi di comunione.

 

 

 

Da un’ecclesiologia di comunione ad una prassi di comunione

La prassi di comunione nell’ambito della comunità ecclesiale deve tendere a riconoscere, valorizzare e armonizzare nella totalità il carisma di ciascuno (cfr. AA 3 b).

Nessuno nella chiesa ha diritto al disimpegno, perché ognuno è per la sua parte dotato di carismi da vivere nel servizio e nella comunione.

Nessuno ha diritto alla divisione, perché i carismi vengono dall’unico Signore e sono orientati alla costruzione dell’unico corpo, che è la chiesa (cfr. 1 Cor 12,4-7).

Nessuno ha diritto alla stasi o alla nostalgia del passato, perché lo Spirito è sempre vivo ed operante con inesauribile fantasia e creatività.

Corresponsabilità, comunione e apertura al futuro di Dio costituiscono lo stile della vita ecclesiale, conseguente alla riscoperta del primato dell’antropologia di grazia rispetto ad ogni servizio particolare. Questo stile richiede un clima di dialogo, di ascolto e di tolleranza nella chiesa, nel quale a ognuno sia dato di esprimersi e di essere accettato secondo le sue capacità e i suoi bisogni, per poter crescere nella comunità fino a scoprire il proprio ruolo, come dono dello Spirito, e viverlo al servizio degli altri.

 

In questa linea si definisce il cristiano adulto: è il battezzato che, attraverso una maturazione progressiva nella vita teologale vissuta nella comunità, ha potuto discernere il proprio carisma e, confermato dal riconoscimento ecclesiale, lo vive al servizio degli altri. Frutto di questo processo è la configurazione del carisma in ministero: ministero è un’attività suscitata dallo Spirito con l’effusione di un carisma, che, riconosciuta dalla chiesa per una durata più o meno stabile, renda un servizio preciso, di importanza vitale, comportante una vera responsabilità. Il ministero è cioè un carisma legato a un incarico, a una missione: esso dice il passaggio ad un nuovo equilibrio ecclesiale, a un ruolo definito in rapporto alla comunità dei credenti. Ogni cristiano adulto dovrebbe esercitare un ministero, secondo la varietà che lo Spirito suscita e che sempre più la comunità deve imparare a riconoscere e recepire. Ciò esige uno sforzo non indifferente di fantasia e di creatività da parte della chiesa tutta, teso a superare le sclerotizzazioni del passato e a far spazio alla libera espressione dei doni del Signore, secondo le esigenze dei tempi e dei luoghi.

 

 

 

Discernimento e coordinamento

Il processo di discernimento e di coordinamento dei carismi nella comunità, che è il processo di maturazione del battezzato perché diventi adulto, comporta degli agenti, dei criteri, delle difficoltà. In primo luogo vi è impegnato il ministero di unità: il vescovo, il presbitero, il diacono sono chiamati a vivere più di ogni altro nella comunità l’ascolto e il dialogo, per discernere tutto e ritenere ciò che è buono, senza mai estinguere lo Spirito. Solo così essi vivranno la fedeltà al dono ricevuto e saranno in concreto ‘cristiani adulti’ nell’esercizio del loro ministero: bisogna riconoscere che molti dei mali della chiesa – e fra questi la carenza di cosiddetti ‘laici impegnati’ – sono dovuti spesso alla presenza di ministri ordinati non adulti, i quali cioè preferiscono farsi ascoltare più che ascoltare, e scelgono la via più facile dell’autoritarismo, invece di quella più difficile, ma più evangelica, del dialogo e della comunione. Insieme col ministero ordinato, tutti nella chiesa devono contribuire alla crescita degli altri, alla scoperta cioè dei loro carismi e all’esercizio di essi per l’utilità comune: ognuno è chiamato a farsi carico dei pesi degli altri, a sentire la solidarietà nella fraternità umana e nella grazia, a donare gratuitamente ciò che gratuitamente gli è stato donato.

L’attiva partecipazione di ogni battezzato al riconoscimento dei carismi dei singoli e alla loro armonizzazione nel tutto, come pure alla definizione e alla realizzazione dei piani pastorali, è la condizione senza la quale vien meno l’autenticità e la fecondità di strutture quali i consigli pastorali, i sinodi locali, le forme associate di azione apostolica, ecc. Se ai ministri ordinati si richiede di essere adulti nell’esercizio fedele del loro servizio di ascolto e di discernimento, parimenti ad ogni battezzato si domanda di essere adulto nel rispetto del proprio carisma e di quello altrui, a cominciare da quello dei ministri ordinati. Non è lecito, in altri termini, contrapporre a una chiesa ‘clericale’ una chiesa ‘laicale’: chiesa è solo la totalità dei diversi carismi e ministeri, che vengono ad integrarsi nell’unità del Corpo di Cristo.

 

Questa integrazione, che implica il discernimento e il coordinamento dei doni dello Spirito, comporta dei criteri: a quelli soggettivi, richiesti ai singoli – vita teologale, professione della vera fede, intenzione sincera di cooperare alla edificazione della comunità e volontà della comunione, della convergenza e della compartecipazione nell’esercizio del proprio ministero in armonia con tutti gli altri[8] – devono aggiungersi quelli oggettivi, principalmente la necessità effettiva da parte della comunità di un preciso servizio e la possibilità concreta che tale servizio venga espletato fedelmente e in armonia con gli altri in vista del fine per cui è stato riconosciuto.

L’applicazione di questi criteri e l’effettivo definirsi dei ruoli in risposta ai doni dello Spirito non sono naturalmente privi di difficoltà: si esige una grande pazienza, come capacità di cogliere i tempi di Dio e di rispettare la libertà degli uomini, e un grande amore, come sforzo di superare in se stessi e negli altri le resistenze dell’egoismo e della paura. Si tratta, in altre parole, di vivere ‘secondo lo Spirito’, liberi dal peccato contro di Lui, che è la chiusura ai suoi doni e alla sua novità.

Ciò comporta inevitabilmente una dimensione di croce: la chiesa, nata sotto la croce, “ex corde Jesu in cruce”, è continuamente rigenerata nello spessore della croce. Chiamata a continua penitenza e riforma, essa nasce dalla morte di ognuno a se stesso per vivere ed espandersi in comunione. La comunione e la corresponsabilità pastorale si presentano così come comunione sotto la croce, sorgente dal pagare di persona da parte di ognuno per non estinguere mai lo Spirito.

 

 

 

 

Note

[1] L’espressione è di Y. CONGAR: cfr. quanto egli stesso afferma in Ministeri e comunione ecclesiale, Edizioni Dehoniane, Bologna 1973.

[2] Theologische Quartalschrifl 1823, 497: il contesto è quello della critica all’idea giuridica e naturalista propria dei teologi dell’‘Aufklärung’.

[3] Cfr. A. ACERBI, Due ecclesiologie. Ecclesiologia giuridica ed ecclesiologia di comunione nella ‘Lumen Gentium’, Edizioni Dehoniane, Bologna 1975, e B. FORTE, La chiesa nell’eucaristia. Per un’ecclesiologia eucaristica alla luce del Vaticano II, D’Auria Editore, Napoli 1975.

[4] Cfr. per quanto segue Y. CONGAR, Ministeri e comunione ecclesiale, o.c., p. 31ss.

[5] Ivi, p. 39 ss.

[6] CEI, Evangelizzazione e ministeri, Roma 1977, n. 50.

[7] Cfr. il Motu proprio Ministeria quaedam del 1972.

[8] CEI, Evangelizzazione e ministeri, n. 93.