Promozione della donna oggi e pastorale vocazionale femminile
Come inserire la “pastorale vocazionale femminile” nel flusso della promozione della donna e della condizione femminile oggi? Dall’impegno della ragazza – nel volontariato, promozione della pace, animazione ecclesiale – alla proposta vocazionale: come, dove, quando?
Dentro un cammino
La giovane di oggi esprime il risultato del lungo dibattersi (per altro non ancora esaurito) della questione femminile e del cammino compiuto dalla donna in ordine alla propria emancipazione, all’affermazione della fondamentale uguaglianza di dignità nell’uomo e nella donna e del valore delle proprie scelte, all’impostazione di un rapporto qualitativamente migliore con l’uomo e con la società a tutti i livelli.
Pur essendosi attenuati i toni polemici del femminismo, pur non trovandoci oggi, davanti a forme accese di contestazione, avvertiamo tuttavia che di fatto le nostre giovani seguono logiche diverse e, per quanto ci riguarda, nella grande maggioranza sembra abbiano escluso, dalle loro prospettive di realizzazione una scelta di consacrazione.
Eppure sono tante le giovani impegnate nei molteplici fronti del bisogno della nostra società e del mondo: nella vastissima gamma di servizi del volontariato, nei movimenti per la pace, per la promozione dell’uomo, a sollievo di ogni tipo di emarginazione…
Ci chiediamo, allora, come possano questi “momenti” di impegno diventare luogo in cui ad una giovane sia possibile intuire ed accogliere l’invito a fare della propria vita un “tempo continuato” di impegno nel dono di sé fino alla radicalità.
Ho chiesto ad alcune giovani orientate e non, ad una scelta di consacrazione, che cosa maggiormente le aiuta e convince a determinarsi. Sono emerse tre fondamentali indicazioni.
Testimonianze credibili
Il primo luogo in cui l’annuncio e la proposta vocazionale possono essere accolti o disattesi è la testimonianza degli adulti che queste giovani incontrano. Non c’è proposta vocazionale più vera e convincente di quella che viene da esempi concreti di vita che costringano chi vede a stupirsi, a riflettere e a desiderare di fare altrettanto.
Testimonianze di “vita realizzata” che si esprima nel segno della gioia; persone convinte di quello che fanno, capaci di integrare la tradizione con la novità del nostro tempo proponendo modelli nuovi, credibili, nei quali una giovane possa vedersi realizzata senza venir meno al suo essere donna di oggi. È questa, probabilmente, la “stabilità” che le ragazze hanno bisogno di vedere incarnata.
Condizionate da una società dell’ ‘usa e getta’, hanno timore delle cose che durano nel tempo vedendo nella durata la prospettiva della noia e dell’usura anziché la speranza di possibili sviluppi di interesse, di evoluzioni capaci di suscitare nuovo stupore.
Questa mancanza di modelli è riscontrata sia nella famiglia sia nelle comunità religiose dove la stanchezza, talvolta, ha il sopravvento sulla capacità di rifare quotidianamente le proprie scelte, di continuare a camminare e convertirsi; dove l’ansia di coprire spazi utili impedisce di accogliere, per il suo valore intrinseco, la freschezza e la nuova idealità del mondo giovanile quando poi non lo mortifica con progetti precostituiti.
Un gruppo di appartenenza
La giovane cerca il gruppo come luogo di aggregazione in cui può trovare risposta al suo bisogno di dialogo, di confronto, di solidarietà, di amicizia, di condivisione e dove fare esperienza di gratuità nell’amore.
Creare o favorire questo “momento” tanto importante per la sua vita, significa metterla nella condizione più favorevole per:
– delineare con più sicurezza la propria identità;
– trovare risposta al proprio bisogno di relazione e di aiuto e lasciarsi interpellare da quello degli altri rendendosi disponibile al servizio;
– esprimere la propria creatività e farne dono senza sentirsi impoverita;
– verificarsi;
per compiere cioè un cammino di maturazione umana e spirituale e scoprire lo stare insieme come luogo di reciproca formazione, in contrapposizione all’individualismo esasperato della società; occasione dove anche la preghiera diventa più coinvolgente e l’esperienza dell’amore fraterno, nel nome del Signore, supera i legami solamente umani e diventa altamente costruttiva di quei valori di giustizia, di pace, di tolleranza… in lei molto vivi e sentiti.
Se poi, per questa sua funzione di interlocutore che aiuta la giovane ad uscire da sé e a mettersi in relazione, il gruppo crea anche i presupposti perché essa possa far esperienza personale di incontro con l’Altro fondamentale Interlocutore della sua vita, esso diventa anche luogo in cui è possibile accogliere una proposta vocazionale specifica. Dalla conoscenza di sé, dal definirsi come unicità e nello stesso tempo come capacità di relazione, la giovane arriva a comprendere con chiarezza che far dono di sé non è “consegnarsi passivamente a…” ma non può essere che frutto di una scelta libera che la fa essere ancor più pienamente se stessa.
Una parrocchia
A questo punto, però, anche il gruppo non basta più perché, per quanto ricco ed appagante al suo interno, non può esaurire in se stesso la potenzialità e le esigenze delle persone che lo compongono: deve aprirsi, deve mandare ad una realtà più vasta, più aperta, più ricca di possibilità.
La giovane che ha maturato in seno ad un gruppo alcune fondamentali convinzioni riguardo alla vita e alla fede ha bisogno, per esigenza vitale, della comunità cristiana più vasta per esprimere, mettere alla prova, verificare ulteriormente la bontà delle proprie convinzioni, la capacità di tenuta delle proprie scelte.
E la parrocchia è il luogo più naturale e in sé completo per fare questo.
Le molteplici situazioni di cui è costituita, gli avvenimenti da cui è attraversata permettono una lettura più realistica e attenta della storia e favoriscono scelte operative più concrete e decisioni vitali più solide.
Inoltre in una comunità cristiana che si sforza di camminare fedelmente incontro al suo Signore la giovane può meglio sperimentare le gioie e le fatiche sottese alla quotidianità. Provocata dai molteplici bisogni viene messa in grado di darvi risposte personali e secondo le proprie capacità, nonché di ridimensionare un’ idealità talvolta esuberante, toccando con mano che cosa significhi essere fedeli ad un impegno reso, coerenti fino in fondo.
Toccata dall’amore e dall’attenzione di chi le vive accanto diventa capace a sua volta di donare qualcosa di sé a favore degli altri e non sentirsi defraudata ma anzi gratificata in misura molto superiore al dono fatto.
Rassicurata dall’esempio di molti riesce a sperimentare che anche rinunciando a gestire esclusivamente in proprio il bene prezioso della sua libertà non perde se stessa, non impoverisce la, propria capacità di autodeterminazione ma riesce addirittura a recuperarsi in maniera nuova e, per molti aspetti, più completa e liberante.
Alla luce di concrete esperienze di vita spesa per gli altri in gioiosa fedeltà e pur valutandone le difficoltà, trova il modo di superare la tendenza a ritenere
reversibili tutte le scelte fino a vedere possibile anche per la prima vita una realizzazione che passi attraverso il dono totale di sé perché il ‘per sempre’ non è più il chiudersi irrimediabile di una porta alle proprie spalle, il precludersi alcune esperienze…, una rinuncia fine a se stessa, ma, piuttosto, l’aprirsi di un cammino nuovo, luminoso, attraente: è un rispondere ‘vengo’ a qualcosa di più grande.
Scoprire questo di più e sceglierlo per la propria vita sarà allora una gioia unica e profondamente appagante perché vorrà dire aver imboccato la direzione giusta, avere trovato il modo più vero e realizzante di vivere il proprio essere donna nella famiglia, nella società, nella Chiesa.