N.06
Novembre/Dicembre 1987

Essere giovani: età di grazia vocazionale

Guardo i giovani della mia comunità. Sono una quarantina, già consacrati con i voti. Si stanno preparando al sacerdozio e alla vita missionaria. Mi colpisce il fatto che la maggior parte di loro non sono venuti qui da soli, ma direi quasi a “grappolo”: uno ha tirato l’altro, con quella forza aggregativa propria dei giovani. Sono a gruppi di due, di tre, di quattro, provenienti dalla stessa esperienza.

Il grappolo originario – in quella città, in quella parrocchia, in quel gruppo giovanile – ha tuttavia dimensioni più ampie. Me ne rendo conto ogni volta che uno dei miei raggiunge una tappa importante come la professione perpetua o il sacerdozio, oppure quando una ragazza loro amica prende l’abito religioso o fa le sue promesse in un istituto secolare, e quando una coppia di amici si sposa. È sempre la stessa scena che si ripete: i membri del gruppo di una volta, attratti dai legami di una amicizia vera che continua, si ritrovano tutti insieme. Lì, in quella circostanza, puoi vedere l’opera meravigliosa che Dio ha compiuto: uno è avviato verso la consacrazione in un istituto, un altro in un altro, e così via, nella meravigliosa varietà delle vocazioni.

In tutto questo c’è naturalmente una chiara componente sociologica di aggregazione e di reciproca influenza, propria del mondo giovanile. Ma Dio non si è servito di questo fattore anche per dar vita alla prima comunità cristiana, al gruppo dei Dodici? Non ha preso insieme, a “grappolo”, lungo le rive del lago, Simone e Andrea, Giacomo e Giovanni? Andrea ha chiamato suo fratello Pietro e Filippo l’amico Natanaele. Ognuno di loro, fatta l’esperienza dell’incontro con il Maestro, si è sentito spinto, con naturalezza, a comunicare la propria esperienza all’amico e l’ha voluto rendere partecipe, secondo un processo tipico dell’amicizia, della propria esperienza. “Vieni e vedi” diceva Filippo allo scettico Natanaele. E Andrea a Pietro: “Abbiamo trovato il Messia”. Anche di fronte a una reazione fredda come quella di Natanaele l’amico non si è lasciato scomporre ed ha insistito forte della propria esperienza.

Nel mio lavoro di formazione vedo ripetersi questo gioco evangelico del giovane che chiama il giovane, del giovane che non può non partecipare, con il suo tipico entusiasmo, la scoperta fatta.

 

 

Essere giovani: età per innamorarsi di Dio

Ascolto i giovani della mia comunità. Mi raccontano la loro recente storia che li ha condotti in questa famiglia religiosa. È sempre l’unica storia dell’incontro con Cristo, della scoperta dell’Amore, dell’innamoramento fino a sentire la chiamata e a rispondere all’amore con il dono totale della propria vita nella sequela di Cristo. La stessa storia anche se con le mille varianti delle differenti mediazioni e circostanze. E anche qui, sullo sfondo della storia dei miei giovani, vedo come in filigrana la storia biblica di tanti altri giovani.

Anche la Scrittura prende atto che la giovinezza è il tempo dell’amore. L’amore giovanile è il più puro, il più autentico, il più disinteressato. I matrimoni in età avanzata spesso sono invece dettati da interessi economici e utilitaristici. L’esigenza di una “sistemazione” vi domina. Non è certo assente l’amore, ma questo non ha più la freschezza, la gratuità, l’entusiasmo di quello giovanile.

La giovinezza rimane il tempo dell’amore. Il tempo in cui, di conseguenza, più facilmente ci si innamora anche di Dio.

Dio ha privilegiato proprio questo momento dell’esperienza umana – l’innamoramento giovanile – per descrivere il rapporto di reciproca comunione tra sé e il suo popolo.

Come non ricordare le parole di Ezechiele dove l’alleanza è descritta con questa categoria dell’amore giovanile? “Passai vicino a te e ti vidi: ecco, la tua età era l’età dell’amore; io stesi il lembo del mio mantello su di te… giurai alleanza con te… e divenisti mia” (16,8).

E Isaia: “Sì, come un giovane sposa una giovane, così ti sposerà il tuo creatore” (62,5).

E Geremia: “Mi ricordo di te, dell’affetto della tua giovinezza, dell’amore al tempo del tuo fidanzamento, quando mi seguivi nel deserto” (2,2).

Osea ricorda che la chiamata da parte di Dio è avvenuta “quando Israele era giovinetto”: allora Dio lo ha amato (11,1). Nonostante tutti i tradimenti da parte del popolo, ogni volta che Dio si ricorda di quando ero giovane, dell’innamoramento tipico di quel periodo, non può non muoversi a compassione: “Il mio cuore si commuove dentro di me, il mio intimo freme di compassione” (11,8).

“ Viene forse ripudiata la donna sposata in gioventù?”, si domanda a sua volta Isaia. La risposta di Dio può essere una sola: “Per un breve istante ti ho abbandonata, ma ti riprenderò con immenso amore” (54,5-7).

Anche la storia di ogni singolo israelita rispecchia la storia del popolo. “Signore, sei la mia fiducia fin dalla mia giovinezza”, canta il salmista, “tu mi hai istruito, o Dio, fin dalla mia giovinezza” (Sal 71,5.17).

È la storia di David, ancora “un ragazzo fulvo di capelli con begli occhi e gentile di aspetto” (1 Sam 16,12; 17,52), quando fu chiamato da Dio.

È la storia di Salomone che ha sposato la sapienza: “Questa ho amato e ricercato fin dalla mia giovinezza, ho cercato di prendermela come sposa, mi sono innamorato della sua bellezza” (Sap 8,2).

La storia di Geremia, che si sente afferrato da Dio in piena giovinezza (cfr. 1,6).

Giosia “era ancora un ragazzo, quando cominciò a ricercare Dio” (2 Cr 34,3).

Ma anche Paolo di Tarso non era un giovane quando Dio gli gettò nel cuore la profonda inquietudine che lo avrebbe portato a diventare Servo di Gesù Cristo? (cfr. Atti 7,58).

Timoteo, a sua volta, lui che “dall’infanzia conosce le Scritture” (2 Tim 3,15), è invitato a non aver timore della propria giovane età, di fronte ai compiti che Dio gli riserva in seno alla comunità (cfr. 2 Tim 4,12).

Potremmo continuare a percorrere tutta la Scrittura e scopriremmo che la giovinezza è davvero l’età propizia per il più puro e profondo innamoramento di Dio, per la decisione a seguirlo, con quello slancio che caratterizza il giovane, con quella fiducia in se stesso che gli viene dall’età e dalla grazia tipica di questo periodo, perché “vanto dei giovani è la forza” (Pr 20,29), perché “voi giovani siete forti, e la parola di Dio dimora in voi e avete vinto il maligno” (1 Gv 2,13).

Ma perché Dio sembra privilegiare questa età per chiamare a sé, perché prende in prestito l’immagini dell’amore, del fidanzamento, del matrimonio dei giovani per descrivere il momento della chiamata e il rapporto che ne nasce? Perché, in definitiva, l’età giovanile ci appare come l’età tipica di grazia vocazionale?

Credo si possano evidenziare due aspetti tipici di questa età che la rendono particolarmente propizia alla vocazione: l’idealità e l’entusiasmo. Due termini che hanno bisogno di essere brevemente spiegati perché, presi come suonano, possono apparire ambigui e ingenerare degli equivoci.

 

 

Essere giovani: età delle idealità

Una prima caratteristica dell’età giovanile potremmo chiamarla appunto “idealità”. Non si tratta di una astrazione, di una mera fantasia, ma di un modo autentico di percepire la verità oltre il reale. La verità viene come intuita nella sua purezza, nella sua assolutezza, nella sua immediatezza. Viene colto il dover essere delle cose. L’esuberanza della fantasia (tipica categoria giovanile per l’elaborazione di progetti) e lo slancio del coraggio (tipica modalità di questa età per l’attuazione dei progetti) proiettano nel futuro oltre la realtà, che appare annebbiata e scialba, verso il raggiungimento di ciò che appare come “ideale”. L’ideale sembra già lì a portata di mano. Non vi è ancora l’impatto duro con la vita, manca ancora l’esperienza della complessità del reale.

Romano Guardini, analizzando l’età giovanile la vede, in proposito, caratterizzata dalla “sensazione che il mondo gli sia infinitamente dischiuso e che le energie siano illimitate; da qui l’aspettativa che la vita offra doni di portata incalcolabile, e la certezza di poter far grandi cose. È un atteggiamento rivolto verso l’infinito, l’infinito di quando non si è ancora provato a iniziare. Quest’atteggiamento ha il carattere dell’incondizionato; della purezza che sta nel rifiuto del compromesso; della convinzione che le idee vere e le convinzioni giuste siano senz’altro in grado di cambiare e di strutturare la realtà”[1].

Da tale idealità scaturiscono così due aspetti: il rifiuto del compromesso e la tensione verso la progettualità.

 

 

Rifiuto del compromesso

Il rifiuto del compromesso è un atteggiamento che può esprimersi in diversi modi, che vanno dalla contestazione aperta, a volte violenta, del mondo degli adulti, alla fuga nostalgica verso un passato idealizzato. Gli estremismi di sinistra e di destra, che vedono i giovani sempre in prima fila come protagonisti, nascono da questo medesimo rifiuto del compromesso e dalla stessa ricerca di autenticità.

Questo non vuol dire che, di fatto, il giovane non accetti lui stesso, nella sua vita quotidiana, il compromesso. Non sempre c’è coerenza tra la sua denuncia o la sua proposta e il suo comportamento. Di fatto è condizionato dalla società in cui vive e si sente tirato da una parte e dall’altra da mille sollecitazioni che una cultura “mondana” gli procura. L’incoerenza esistenziale non toglie però veridicità all’idealità giovanile. Per quanto velleitario non di meno il suo rimane un anelito profondo e autentico, che ha in sé la capacità di porre un giudizio critico e di sollecitare nuove proposte.

 

 

Tensione verso la progettualità

La progettualità è appunto un’ulteriore componente dell’idealità. Il giovane avverte in sé il bisogno di esprimersi, di estrinsecare le risorse di cui si sente particolarmente ricco. Vuole realizzarsi, tendere al raggiungimento di quell’idealità che percepisce con chiarezza.

Anche a questa spinta interiore non sempre corrisponde un’effettiva realizzazione. Di fatto gli ambiti di espressione e di realizzazione che offre la società sono molto limitati, quasi inesistenti. Questo anelito può addirittura essere mortificato, soffocato, e si può giungere a spegnerlo del tutto. Sembra a volte che la nostra società voglia che i giovani non vogliano niente, così da manipolarli più facilmente ai fini consumistici e metterli servilmente in riga.

Questa idealità è un autentico dono impresso da Dio nel cuore del giovane. Un dono che non può essere tradito né dagli adulti né dai giovani stessi. È compito degli adulti illuminarlo e sostenerlo ed è compito dei giovani rispondervi con coerenza.

L’idealità dei giovani è per noi adulti un richiamo continuo a quella freschezza, a quella autenticità, a quella purezza che l’esperienza della vita rischia di farci perdere. Abbiamo costantemente bisogno di rivedere – espresso nei giovani – l’ideale che ci ha animato, vederlo senza compromessi o attenuazioni; di essere stimolati alla coerenza, sollecitati a non adagiarci mai.

Noi, a nostra volta, siamo chiamati ad alimentare con i contenuti evangelici l’idealità giovanile e a mostrare, con la nostra stessa vita, che la vera realizzazione di sé sta nell’abbandonarsi all’azione creativa di Dio, nel mettere a sua disposizione la nostra vita, con tutte le risorse che racchiude.

 

 

Essere giovani: età dell’entusiasmo

L’idealità è assecondata dall’ “entusiasmo”. Anche questa caratteristica dell’età giovanile non va considerata in senso negativo, come sinonimo di superficialità o fatuità. Si tratta piuttosto di un autentico dono che, sfruttando in parte anche la mancanza di esperienza, infonde forza e coraggio per il perseguimento degli ideali intravisti. Se l’idealità scaturisce dalla luce dell’intelletto, l’entusiasmo tende a muovere la volontà. Niente appare impossibile o troppo difficile. Non si vedono le difficoltà. Tutto si può affrontare, anche le scelte più impegnative ed esigenti.

L’età giovanile, scrive ancora Guardini, è “il periodo nel quale, da un così forte senso dell’assoluto, scaturisce il coraggio di prendere decisioni da cui dipenderà la vita del giovane. Ad esempio, la scelta della professione. Ciò rappresenta spesso un autentico rischio, poiché un tale passo, che determinerà tutto il suo futuro, viene compiuto in un momento nel quale manca, da parte del giovane, un giudizio lucido sulla realtà delle proprie capacità e dell’ambiente circostante (…) D’altronde, è proprio la mancanza di una conoscenza realistica del mondo a rendere possibile il rischio della scelta. (…) In questo periodo il giovane è in grado di intraprendere cose alle quali in seguito non saprebbe mai più decidersi”[2].

Anche davanti a questa caratteristica giovanile noi adulti siamo chiamati ad un atteggiamento di rispetto e di fiducia. Sarebbe facile “smontarli”, richiamandoci all’oggettività e all’evidenza della realtà. Quante volte anche a me verrebbe la tentazione di dire ai miei giovani: “Guarda che la realtà è più complessa di quanto tu non creda. Non farti facili illusioni. Meno entusiasmi e più piedi per terra. Più fatti e meno parole…”.

Ma sento che è appunto una tentazione. Non posso mortificare lo slancio giovanile. Certamente occorre educare al realismo e ad operare le scelte in base ad un discernimento che tenga conto di tutte le componenti necessarie. Ma non è lo stesso che “smontare” quello slancio che consente di fare cose che un domani non si sarà più in grado di fare.

Piuttosto il giovane va incoraggiato a sfruttare questo suo dono, a difenderlo dall’agguato del dubbio, dell’incertezza, della paura di scegliere, difenderlo dal timore di lanciarsi nell’avventura della vita. Il senso di insicurezza che la nostra società odierna è capace di iniettare nel giovane può infatti neutralizzare questo entusiasmo e gettare un velo di apatia, di inerzia, di indifferenza che non di rado gli si può leggere in volto.

 

 

Liberi per scegliere

L’insieme di energie, di speranze, di idealità, di entusiasmo dell’età giovanile sono in definitiva l’espressione più evidente dell’essenza stessa dell’uomo che è libero e capace di scelte, e nello stesso tempo sono la promessa della sua capacità di autorealizzazione. Esse appaiono, di conseguenza, come un terreno propizio, fertile, su cui può innestarsi la grazia della vocazione. La proiezione in avanti per una più alta realizzazione di sé è tensione vocazionale.

La proposta della sequela di Gesù, nelle sue varie forme, calerà proprio qui e farà leva su questi aspetti. Il secolarismo, il nuovo pragmatismo nichilista, il consumismo hanno di fatto inquinato il mondo giovanile. Non possiamo farci illusioni al riguardo. Ma non ha completamente annientato l’idealità e il desiderio di autorealizzazione di sé, e neppure l’entusiasmo.

Il Vangelo continua a liberare l’uomo da ogni condizionamento anche per il giovane di oggi può diventare una “buona notizia” che gli permette di emergere dal grigiore degli orizzonti a troppo breve raggio, per ridargli la purezza dello sguardo lungimirante e il gusto di scegliere ideali più ampi, più esigenti, più degni di essere perseguiti. Ed ecco la possibilità della realizzazione dell’uomo in Cristo con il pieno dono di sé agli altri.

Il Vangelo libera il giovane dalla paura del fallimento, dalle incapacità decisionali che la società gli ha messo addosso, e gli ridona l’innato slancio e il gusto del rischio che gli consentono di accogliere il progetto cristiano, di sceglierlo, di impegnarsi a realizzarlo.

Tutto questo sarà più facile se favoriamo, sull’esempio di quanto ho scritto all’inizio, l’incontro tra i giovani, il coinvolgimento reciproco e progressivo nell’esperienza di fede. L’amicizia, l’emulazione, il confronto non possono non aiutare nel processo di scoperta degli ideali e rafforzare la capacità progettuale. Anche il clima di entusiasmo, di coraggio e di slancio per intraprendere la “divina avventura” ne sarà fortemente favorito.

Sarà così più facilmente aperta la strada per la decisione e l’impegno anche verso una vita di speciale consacrazione.

 

 

 

 

 

 

Note

[1] R. GUARDINI, Le età della vita. Loro significato educativo e morale, Milano 1986, p. 28.

[2] Ivi p. 30.