N.06
Novembre/Dicembre 1987

Giovani “in diaspora” per i giovani

Quando si deve parlare di giovani occorre sempre tener presente con chiarezza il tempo particolarissimo della loro esistenza che li differenzia dallo stadio adolescenziale e da quello dell’età adulta.

Il periodo che corrisponde all’età giovanile è quello in cui, tumultuosamente oppure con gradualità, avviene l’itinerario di maturazione attraverso la determinazione di un’opzione fondamentale che si ritiene orientativa se giocata nella libertà di decisione e di autorealizzazione. È quello che gli psicologi affermano con una proposizione ormai divenuta celebre: “La persona è chiamata a diventare personalità”, cioè il dato ontologico che caratterizza ogni essere umano (la “persona”) deve lievitare nella sua espressione più armonica e matura che fa essere ogni uomo un essere unico ed irripetibile (la personalità)[1].

Queste note introduttive non sono senza scopo, ma servono a situazionare il nostro discorso e le pongono immediatamente davanti ad un interrogativo: come è possibile fare di giovani che vivono la diaspora dell’appartenenza alle comunità parrocchiali e che non hanno fatto scelte particolari di consacrazione, ma che anzi con fatica ricercano la propria “personalità”, dei testimoni impegnati delle “meraviglie di Dio” nella vita di ogni uomo? Di fronte a questa plausibile e giustificata perplessità, che farebbe dubitare e disilludere chiunque, occorre porre la Parola di Dio che con chiarezza presenta il dinamismo imprescindibile della vocazione cristiana prorompente e capillare nella sua diffusività: “La parola che dà la vita esisteva fin da principio; noi l’abbiamo contemplata, l’abbiamo toccata con le nostre mani. La vita si è manifestata e noi l’abbiamo veduta. Siamo suoi testimoni e perciò ve ne parliamo” (1 Gv 1,1-4).

La stupenda apertura della lettera di Giovanni va applicata a questi giovani impegnati ad interrogarsi con serietà sulla propria vita, che hanno fatto esperienza di Dio e bruciati dal Suo amore che chiama non possono comprimere negli spazi della loro persona la gioia dell’incontro, ma anzi, vogliono si ripeta anche per altri loro coetanei.

La possibilità dunque di un impegno vocazionale di giovani tra i giovani non sta solo dietro a quella frase fatta, a quel luogo comune della pastorale “i giovani sono i migliori educatori dei giovani”, ma ha uno spessore teologico ed antropologico.

 

 

 

Testimoni fedeli

Questo primo nucleo di osservazioni vuole tracciare, attraverso alcune frasi guida, alcune linee di impegno che devono cointeressare questi giovani “in diaspora” e gli educatori stessi.

 

– Riconoscere il dono grande ed il proprio limite

Dietro a tutto questo sta il riflettere insieme o personalmente sulla propria storia di Grazia che li ha portati a sentirsi più sensibili di altri al problema vocazionale e desiderosi di maggior chiarezza e discernimento sulla propria vita. Ma accanto al dono grande occorre riconoscere la dimensione di limite, le difficoltà, l’incertezza e la paura nell’adesione piena ad una vocazione consacrata e il far luce su eventuali problemi psicologici che hanno potuto disturbare la crescita facendo intravedere dietro un’ideale di consacrazione una imperfetta maturazione affettiva.

È questo il momento in cui interviene la guida, l’accompagnatore vocazionale che può esser sia un punto di riferimento nella comunità cristiana di appartenenza, oppure un’altra figura (sacerdotale e non) significativa.

Ma è anche questo il tempo per un sereno e profondo autodiscernimento che si attua nel confronto personale e personalizzato con la Parola di Dio (attualizzazione esistenziale) e nella lettura dei segni dello Spirito che forma e dà forza agli sforzi umani.

 

– Giocare la propria libertà per la liberazione

Se la prima fase poteva essere letta nella logica del “liberarsi da” (dagli elementi di disturbo nello sviluppo della propria personalità) questa fase integra il coraggio della ricerca su di sé col coraggio di tradurre questa ricerca in una libertà che si fa progetto, che si fa rischio. È la “libertà per”, la liberazione, l’impegno per la promozione dell’uomo, per le difficili riconciliazioni nella nostra società: un luogo non solo di discernimento, ma pure di proposta vocazionale. Una proposta che non si fa verbosa e sterile riflessione (pure utile se non esasperata), ma incontro di giovani con i giovani, fianco a fianco, nella capacità di dialogo, nell’ascolto, nel servizio… Che questa sia la strada giusta, o meglio una strada ampiamente praticabile, ci viene dalla recente indagine sociologica di Gioventù Aclista dal titolo “Giovani in dissolvenza”[2] dove vengono evidenziati quali caratteri attuali della realtà giovanile la “Ricerca di spazi di vita dal forte carattere biografico”, cioè di spazi in cui si gestiscono occasioni di forte espressività che occorrerebbe, però, canalizzare da parte dell’educatore in un articolato progetto di azione che sappia superare il dato immediato. L’altro carattere evidenziato dalla ricerca è la “apertura relazionale”; il bisogno di socializzazione che per i nostri giovani “in diaspora” non dovrebbe essere vuoto, ma ricco di stimoli costruttivi da far passare ad altri giovani: in sostanza lo stare con tutti, ma non lo stare come tutti, perché ricchi di qualcosa in più da comunicare.

Si tratterà anche di vivere la dimensione comunitaria e missionaria in termine di ministerialità. In concreto attraverso l’appartenenza stabile e personalizzata alla Chiesa e nell’impegno in un quotidiano appuntamento con i fratelli. Una ministerialità non tanto sancita da un “Istituzione” (per altro possibile) ma vissuta di fatto rendendo operativi i carismi di ciascuno nella vita della comunità cristiana.

 

– Lo stare in silenzio davanti al Dio presente

È questo il momento più delicato da equilibrare con il precedente pena il ridurre ogni cammino formativo e ogni esperienza di testimonianza giovanile o ad un vago ed intimistico misticismo (la vocazione un dono per me che devo scoprire ma non mostrare e che riguarda solo la sfera dello Spirito) o ad un attivismo senza radici (la vocazione come un’opera di bene sociale). È dal corretto equilibrio delle due componenti che si rende vera ed efficace ogni testimonianza. Su questo deve concentrarsi la formazione individuale ed eventualmente in gruppo di questi giovani. Si percepisce, così, il respiro della Trinità che abita nel cuore di ogni uomo, che prepara ad ognuno un posto particolarissimo nella storia della salvezza (che è mia e del mio popolo), e si attua pienamente il senso dell’essere “tempio dello Spirito”. Entriamo nel cuore della preghiera cristiana: Dio non è uno sconosciuto Essere Superiore,  ma Colui che è presente nella storia di ogni uomo e che ama in modo assolutamente originale.

Il dinamismo operante dell’amore di Dio deve essere compreso da ogni giovane nella sua triplice articolazione:

è la Parola di Dio che chiama (studio, lettura spirituale, preghiera biblica);

– è la vita sacramentale che attualizza la Parola e rende efficace qui ed ora la Novella della salvezza (riscoperta dei Sacramenti come storie della vita di Grazia: Battesimo, Cresima, Eucaristia, Confessione, come alimento continuo dell’amicizia con Dio e come traguardo di una scelta ancora da fare; Ordinazione, Consacrazione, Matrimonio);

– è la vita in Cristo che verifica (dimensione etica della vita cristiana).

A questo terzo livello deve porsi l’integrazione preghiera-vita e l’impegno di liberazione a cui alludevamo sopra.

Così, attraverso una proposta di una robusta spiritualità dell’incarnazione si offre il sostegno per la fedeltà nella testimonianza, per una corretta opera di discernimento sui segni di vocazione della persona e il sostegno necessario nei confronti delle inevitabili difficoltà sottese a questa maturazione.

 

 

 

Testimoni impegnati

Si aprono a questo livello alcune iniziative e linee di impegno per una pastorale dei giovani “in diaspora”, ma affascinati da un ideale di consacrazione.

 

– Un gruppo

La creazione di un gruppo diocesano e di congregazione religiosa di riferimento e di maturazione sembra essenziale. Questa iniziativa è già in atto in molte diocesi o presso istituti religiosi con notevole successo e consente al giovane di staccarsi, almeno mensilmente, dalla contingenza della sua comunità particolare, che potrebbe distrarlo o addirittura spegnere le aspirazioni nei confronti di una vocazione di speciale consacrazione, per una proposta significativa di preghiera e di catechesi fissando appuntamenti di fedeltà per il mese successivo. In questo livello non deve mancare la direzione spirituale.

 

– La scelta dell’animazione

È questo l’ambito in cui si gioca, a mio avviso, con più trasparenza ed efficacia la testimonianza vocazionale.

È pure, come abbiamo già visto, il luogo di verifica ineludibile per la propria fedeltà.

L’animazione pone il giovane in situazione di testimonianza e di annuncio globale. Si è animatori con tutta la persona, nella catechesi, nel gioco, nella preghiera, nel dialogo interpersonale, nello stile di vita.

Questa esperienza mette il giovane “in diaspora” a contatto con altri giovani più indietro nel cammino di maturazione, ma che egli con la sua grazia particolare può guidare alla considerazione di una vita spesa nella totale dedizione di sé.

Mi rendo conto che questa sensibilità, da parte degli animatori, sia ancora un terreno di conquista, ma pure ne colgo l’importanza. Non ci può essere un animatore che disattende il problema vocazionale perché in questo non fa un vero servizio nei confronti di chi segue. Non va dimenticato che l’età in cui si fa forte la domanda vocazionale si aggira attorno ai diciassette anni, età in cui gli adolescenti dei nostri gruppi vivono l’animazione.

 

– Pastorale di frontiera

Non dimentichiamo che stiamo parlando di giovani dotati di particolari qualità umane e spirituali che non vanno fatte cadere: capacità di dialogo, impegno continuativo, vita di preghiera…

L’impiego di questi giovani in operazioni pastorali di spiccata missionarietà nei confronti di altri giovani, inseriti nei gruppi oppure ancora impermeabili ad una proposta cristiana, risulta utilissimo per la loro maturazione e per la testimonianza credibile che offrono ai coetanei. La produzione di recitals vocazionali, di incontri di preghiera e di catechesi, la costituzione di équipes vocazionali e iniziative simili possono essere ugualmente fruttuose.

 

 

 

Per concludere

La miglior conclusione è quella di sottoscrivere le parole del profeta Gioele: “I vostri figli e le vostre figlie saranno profeti” (3,1).

La profezia di questi giovani è la realtà della possibilità di un Amore che non si spegne e continua attraverso ogni uomo ad amare e a chiamare.

Lo stile sarà quello dell’umiltà, della simpatia, della dedizione tenace e fedele senza vantare diritti: “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date” (Mt 10,8).

 

 

 

 

 

 

Note

[1] cfr. CIAN L., Cammino verso la maturità e l’armonia, L.D.C., Torino, 1986.

[2] cfr. BOBBA L., Giovani in dissolvenza, in La Rivista del Clero Italiano, n. 7/8, 1987, pp. 512 ss.