N.06
Novembre/Dicembre 1987

Il giovane, modello e leader vocazionale per altri giovani

È molto difficile parlare del giovane d’oggi come modello e leader vocazionale. Dal punto di vista sociologico e psicologico i giovani hanno infatti tratti e caratteristiche che non sempre coincidono con il modello vocazionale fin qui dominante, e forse con nessun modello o impulso promozionale finalizzato a scelte vocazionali.

Mi vengono immediatamente alla mente, in proposito, tre caratteristiche: la alta soggettività, la dimensione stretta della socializzazione, la tendenza più a guardare che a fare.

 

 

Alta soggettività

Anzitutto la soggettività: sappiamo tutti che la società italiana d’oggi è una società ad alta soggettività, dove tutto è giudicato e trattato in riferimento agli individuali valori ed atteggiamenti: la sempre più forte carica a personalizzare il lavoro (si pensi alla crescita del lavoro indipendente); la sempre più diffusa tensione allo svago ed al consumo di tipo soggettivo; la sempre più spinta tendenza ad esaltare il momento soggettivo, quasi egoistico, dei grandi sentimenti (dal matrimonio alla maternità); la stessa sempre più forte propensione a soggettivizzare la dimensione oggettiva della religione (la religiosità, l’esperienza religiosa, il misticismo di vario tipo, ecc.).

In una società di questo tipo il giovane non può che esaltare la sua personale soggettività, il suo riferimento a se stesso, forse il suo stesso egocentrismo ed egoismo; gli manca lo stimolo a trasmettere agli altri, perché è troppo autocentrato, cioè attento a quel che gli succede dentro. E senza trasmissione, senza voglia di trasmettere e di comunicare spinte ideali, non c’è propensione alla vocazione, c’è solo rinserramento nella propria esperienza.

 

 

Dimensione stretta della socializzazione

In secondo luogo c’è nei giovani d’oggi una dimensione stretta della socializzazione. In parole povere, nella nostra società il giovane cresce in un gruppo amicale molto ristretto (3-4 amici, quelli con cui si va in macchina in giro per la città) o in un gruppo di pari (pari età, pari cultura, pari gruppo sociale, pari esperienza). Non c’è quello scambio che c’era in tutti i gruppi di una volta (da quelli di strada a quelli dell’oratorio) e che rappresentava il vero humus di formazione di modelli e di leaders giovanili. E questa povertà di scambio diventa anche povertà dei possibili riferimenti vocazionali, perché avere ed esprimere vocazione è sempre stato un segnale significativo alla comunità, al gruppo.

 

 

Tendenza a guardare più che a fare

Ed infine c’è nei giovani d’oggi una frequente tendenza a guardare più che a fare. Forse perché formati o condizionati da ore passate a guardare la televisione, forse perché propensi a non “sporcarsi le mani” con chi fa (politica o industria che sia), forse perché rispettosi più di quel che c’è che di quel che sarebbe possibile (basta pensare alla cultura ecologica, di rispetto della natura); per queste e per altre ragioni i giovani d’oggi sembrano destinati a guardare e delegare più che a partecipare attivamente alla trasformazione sociale. Con ciò riducendo gli spazi alla vocazione, che è sempre una chiamata ad operare e a diffondere il bene, ad affaticarsi per rendere migliori gli altri e la società.

 

 

Uscire da queste prigionie

Ci sono quindi queste tre rilevanti controindicazioni sociologiche e psicologiche allo sviluppo di scelte vocazionali e dei modelli vocazionali fra i giovani. Ma non c’è dubbio che questa triplice difficoltà non deve impedire di sviluppare la riflessione sulla “vita come vocazione”, problema nodale per i giovani. E tale riflessione può essere svolta sia puntando sulla chiamata dei giovani ad uscire dalle tre prigionie cui portano i fenomeni precedentemente descritti (c’è una prigionia nella soggettività, c’è una prigionia del gruppo stretto dei pari, c’è una prigionia dello stare a guardare); sia e specialmente puntando sulle evoluzioni positive che pure ci sono nel mondo giovanile d’oggi e che possono costituire la base per nuove stagioni e nuovi modelli di vocazione. Anche su questo versante mi sembra di poter cogliere tre evoluzioni di alta potenzialità: la ricerca di senso; la capacità di donarsi; l’attenzione crescente verso il mistero del radicalmente altro.

 

 

Ricerca di senso

Anzitutto mi sembra di poter cogliere nei giovani un crescente bisogno di senso, di direzione di marcia, di significato della vita individuale e collettiva. La tendenza collettiva, specie di noi adulti, ad appiattirsi al presente, all’agiatezza, al tran tran anche di alto livello, al consumo di qualità, alla certezza di tutto, non basta più come fonte di senso. Bastava per le generazioni che avevano conosciuto povertà ed incertezza continuate; non basta per le generazioni nuove, per i giovani che cercano significato un po’ dappertutto e disordinatamente (nell’affezione alla natura come nell’attenzione al terzo mondo) ma con grande urgenza emotiva. E la ricerca di senso, comunque fatta, è una base essenziale, ed in parte anche un riferimento collettivo, di una vocazione e di un modello vocazionale.

 

 

Capacità di donarsi

Il secondo grande fronte di nuove potenzialità vocazionali mi sembra sia nella tendenziale diffusione della capacità di dono. È vero, come ho detto prima, che la società spinge oggi i giovani a tradurre la propria spinta alla soggettività in forme di privatismo e di egoismo; ma è altrettanto vero che fra i giovani ce ne sono molti che sono capaci e tesi a donarsi agli altri. Basta pensare a tutte le diverse forme di volontariato, al gran peso dei giovani nelle opere parrocchiali, alla presenza giovanile nel coprire i bisogni di vecchi e nuovi poveri (handicappati, drogati, anziani, ecc.). Questa capacità di donarsi è segno evidente di vocazione, è germe di più grandi impegni, è in parte anche una indicazione positiva per un nuovo modello di vocazione.

 

 

Attenzione al mistero

Il terzo fronte di evoluzione e di potenzialità vocazionale è quello della crescente attenzione al mistero, al mistero dal radicalmente altro. Certo, come si può immaginare, una società ad alta soggettività spinge molto verso la ricerca e l’emozione del misterico (nel misticismo individuale come nell’appartenenza a sette religiose o laiche); ma c’è nel mondo d’oggi, e specialmente nei giovani, una più complessa tendenza a concepire il mistero non in termini emotivi, ma anche e forse in termini conoscitivi e coscienziali. Tutto è così trasparente nella società moderna (per effetto dell’informazione, della ricchezza dei dati, dell’informatica in tempo reale, delle migliaia di ricerche e sondaggi, ecc.) che un po’ tutti cerchiamo qualcosa di non trasparente: il fato, il destino, il mistero, il non conoscibile. Per molti ciò porta al gusto del giuoco o al fatalismo; per i giovani porta spesso invece a cercare le dimensioni più profonde dell’inconoscibile, cioè l’altro (nel suo volto e nella sua unicità) e l’infinitamente Altro (il senso della divinità come il senso della morte). non c’è che non veda come su questa ricerca si può costruire una fede adulta, una vocazione nuova, forse anche un modello ed una leadership vocazionale.

 

Ho voluto, con rapidità forse fin troppo schematica, indicare un chiaro-scuro le controindicazioni e le potenzialità che il mondo giovanile offre ad un discorso vocazionale nuovo. Non c’è, nel panorama sommario qui delineato, spazio per l’emergenza di un modello vocazionale compatto. Ci sono invece spazi diversi e faticosi di ricerca, di esplorazione, forse di sperimentazione; spazi su cui siamo un po’ tutti chiamati ad impegnarci, nella riflessione culturale, nella formazione giovanile e soprattutto nella pastorale vocazionale.