N.01
Gennaio/Febbraio 2014

Papa Francesco, l’uomo venuto dalla periferia del mondo

«Andare alle periferie dell'esistenza... per uscire da se stessi»

Ricordo che agli inizi del pontificato di papa Francesco, quando leggevo i suoi scritti mi prendeva – e mi prende ancora oggi – un’e­mozione tale da riuscire appena a trattenere le lacrime, perché tutto ciò che dice papa Francesco tocca le radici del mio essere più pro­fondo, il mio cuore, e mi fa scoprire dentro ciò per cui sono nato, la mia identità, un prete, un consacrato del Signore.
Un’emozione talmente forte da far interrompere la lettura e da quel giorno non mi sento più solo, la forza di quelle semplici parole mi fa sentire la compagnia di Dio. E allora ben venga questo appro­fondimento, questa ricerca, questo esercizio, perché mi fa sentire amato, mi fa sentire importante per qualcuno e mi dona la forza di amare.

1. Periferia dell’essere
È per me una grande opportunità iniziare questa Rubrica su alcune parole chiave del Papa; la prima che incontriamo è Periferia. Parola che ci catapulta ai margini delle nostre città e delle metropoli svelandoci la marginalità e il disagio di milioni di persone. E per un po’ questo spazio fisico non è più sinonimo di problema, ma è visto e interpretato come risorsa, perché ci invita a uscire da noi stessi, a compiere un esodo.
Mai come in questi tempi la parola periferia è così usata ed è sulla bocca di tutti per dire la condizione del muoversi, un esodo da se stessi per incontrare gli altri, per vivere e dare un senso alla propria vita.
Ma perché papa Francesco è un rivoluzionario?
Il segreto è che per lui ogni persona è preziosa, unica. Uno po­trebbe domandarsi: “Ma come fa a fare una telefonata a quel gio­vane? A rispondere a quella lettera? A tenere nel cuore quella per­sona che ha provato quel dolore?”. Colpisce questa sua attenzione straordinaria all’altro.
Egli “vede” le persone. Vede ciascuno perché sente ogni persona nella sua unicità, ogni persona per lui è preziosa per la sua storia, spesso di desolazione e di sofferenza. E soprattutto vede ogni perso­na con amore, nella sua dignità di fratello e di sorella.
Allora come si può non amare un Papa così, che ti fa sentire uni­co e irripetibile, che ti fa andare in periferia, ma ti riporta al centro del tuo essere?
Perché come lui afferma: «La realtà la si capisce meglio non dal centro, ma dalle periferie».
Queste periferie sono approcci vocazionali, sono vere e proprie chiamate a uscire da noi stessi per incontrare gli altri e soprattutto l’Altro. Vorrei contemplare le periferie dell’esistenza e lì guarda­re come vivono le persone, donne e uomini, detenuti, immigrati, rifugiati, giovani marginali per avere cura dell’umanità ferita del mondo periferico, per essere coinvolti nelle loro storie personali, per essere spinti a uscire. Solo in questo modo si possono amare le periferie dell’esistenza.

2. Periferia dell’esistenza: i detenuti
2.1 “Servire” – la carezza di Gesù
«Aiutarci gli uni con gli altri. Questo è ciò che Gesù ci insegna e questo è ciò che io faccio. E lo faccio di cuore perché è mio dovere. Come prete e come vescovo devo essere al servizio vostro. Ma è un do­vere che mi viene dal cuore e lo amo, amo farlo perché il Signore così me l’ha insegnato. E anche voi aiutatevi sempre l’uno con l’altro e così aiutandoci, ci faremo del bene. Adesso faremo questa cerimonia di lavarci i piedi e ciascuno di noi pensi: “Io davvero sono disposto a servire e aiutare l’altro?”. Pensi solo questo e pensi che questo se­gno è una carezza di Gesù che fa, perché Gesù è venuto proprio per questo, per servire, per aiutarci» 1.
La prima periferia attraversata da papa Francesco è il carcere mi­norile di Casal del Marmo. E anche qui Francesco sembra deciso a oltrepassare la soglia di una periferia inaccessibile, quella di un carcere. Non sembra che esista struttura più impenetrabile e chiusa e il papa è più che intenzionato ad oltrepassarla. Brevi parole rivolte ai giovani detenuti, ma più che con le parole Francesco parla con i gesti e soprattutto con gli sguardi di tenerezza e di commozione: ponendosi ai loro piedi lavandoli. Ed è bello che il papa nel giovedì santo – giornata per antonomasia sacerdotale – abbia dedicato il suo tempo a dei giovani detenuti. Essendo cappellano di un carcere sono, per grazia, custode dei loro segreti e confidenze, posso dire che la più grande paura di un detenuto è quella di essere “dimen­ticato” dalle persone amate, dagli altri, quelli fuori e soprattutto da Dio. Allora il papa sembra suggerire l’antidoto della dimentican­za: mettersi a servizio, aiutare gli altri e soprattutto (all’interno di un carcere non mancano certamente le occasioni) ogni volta che si compie questo gesto percepire la carezza di Dio.

3. Periferia dell’esistenza: gli immigrati – i rifugiati
Papa Francesco non si limita solo alle parole, va oltre, non si fer­ma, esce lui per primo da sé stesso, la conferma è il suo primo viaggio in Italia: a Lampedusa, alla periferia più marginale dell’esistenza.

3.1 “La globalizzazione dell’indifferenza”
«La cultura del benessere, che ci porta a pensare a noi stessi, ci rende insensibili alle grida degli altri, ci fa vivere in bolle di sapo­ne, che sono belle, ma non sono nulla, sono l’illusione del futile, del provvisorio, che porta all’indifferenza verso gli altri, anzi porta alla globalizzazione dell’indifferenza. Ci siamo abituati alla sofferenza dell’altro, non ci riguarda, non ci interessa, non è affare nostro (…). La globalizzazione dell’indifferenza ci rende tutti ‘innominati’, re­sponsabili senza nome e senza volto»2.
Ciò che afferma il papa è a dir poco sconvolgente, è un prendere coscienza e consapevolezza – chi siamo? Le sue parole sono per noi una forte provocazione e ravvivano il nostro desiderio di ri-scoprire un’identità che abbiamo perduto, che ci rende senza un volto e senza più un nome. È facile abituarsi, conformarsi, non sentire la responsabilità dell’altro.
Questo grido che proviene dalla periferia viene a turbare le no­stre coscienze, viene a disturbare i nostri sonni tranquilli, viene a scomodare le nostre comodità. La globalizzazione dell’indifferenza ci rende tutti senza un nome, senza un volto, senza un cuore.
La globalizzazione dell’indifferenza non ci fa sentire più il pian­to, la solitudine, ci priva di una relazione d’amore, ci fa chiudere nei nostri giudizi e pregiudizi e ci rende indifferenti allo sguardo.
Allora non ci spetta che ricostruire e ripartire da quei pezzi di legno che sono spinti alla deriva, da quelle carcasse di barche cari­che di morte, di lutto e da lì ripartire perché rimangano alcuni se­gni indelebili nel profondo del cuore. Simboli per ricordare… come sono allora eloquenti quei simboli! Quell’altare, quell’ambone, quel calice con i quali papa Francesco celebra l’Eucaristia, narrano di storie, di relazioni, di vita che sono preziose agli occhi dell’Eterno. Dio in Gesù se ne serve per comunicare ancora con l’uomo – per far ascoltare la sua voce e per comunicare se stesso: «Prendete e mangiate prendete e bevete».

4. Periferia dell’esistenza: i giovani
Un’ulteriore periferia dell’esistenza percorsa da papa Francesco è quella del pianeta giovani che ha raggiunto il suo momento culmi­nante a Rio de Janeiro, sulla spiaggia di Copacabana.
Il papa ha conquistato il cuore dei giovani che vedono in lui una persona capace di mostrare prossimità, vicinanza di cuore che favo­risce il dialogo tra la Chiesa e i cambiamenti della società.
È un papa che avvicina sempre più questa periferia di giovani marginali dicendo: «Non abbiate paura di andare e portare Cristo in ogni ambiente, fino alle periferie esistenziali, anche a chi sembra più lontano, più indifferente» 3.
Un papa, Francesco, che ha invitato i giovani a vivere e a pren­dersi cura dell’uomo, ad evitare il rischio di vivere una fede intimi­stica e chiusa in se stessa, ad andare a vedere fino a toccare, come ha fatto lui, a Varginha, la più piccola delle oltre 700 baraccopoli della metropoli brasiliana.

4.1 “Non spegnere la speranza”
«Voi, cari giovani, avete una particolare sensibilità contro le ingiustizie, ma spesso siete delusi da fatti che parlano di corru­zione, da persone che, invece di cercare il bene comune, cercano il proprio interesse. Anche a voi e a tutti ripeto: non scoraggiatevi mai, non perdete la fiducia, non lasciate che si spenga la speran­za. La realtà può cambiare, l’uomo può cambiare. Cercate voi per primi di portare il bene, di non abituarvi al male, ma di vincerlo con il bene»4.
Che cos’è la speranza? Dove è racchiusa la speranza? Come si vive di speranza? C’è il rischio di essere astratti e teorici davanti a questa parola. Papa Francesco ai giovani di Varginha ha il co­raggio di dire che la speranza è molto concreta. La speranza è in ogni giovane quando si ha il coraggio di trasformare le situazioni più difficili, anche quelle apparentemente senza soluzione, senza via d’uscita. La speranza è saper guardare la realtà con gli occhi di Dio e accogliere da lui la forza di vincere il male con il bene. Solo in questo modo la speranza non si spegne perché ha in sé la forza di Dio.

4.2 “La cultura dello scarto”
«In molti ambienti, e in generale in questo umanesimo econo­micista che ci è stato imposto nel mondo, si è fatta strada una cul­tura dell’esclusione, una “cultura dello scarto” Non c’è posto né per l’anziano né per il figlio non voluto; non c’è tempo per fermarsi con quel povero nella strada. A volte sembra che per alcuni, i rapporti umani siano regolati da due “dogmi” moderni: efficienza e prag­matismo. (…) Abbiate il coraggio di andare controcorrente a questa cultura efficientista, a questa cultura dello scarto. L’incontro e l’ac­coglienza di tutti, la solidarietà una parola che si sta nascondendo
in questa cultura, quasi fosse una cattiva parola -, la solidarietà e la fraternità, sono elementi che rendono la nostra civiltà veramente umana»5.
Agli occhi degli uomini c’è lo scarto, ma nel cuore di Dio lo scarto diventa un bene, qualcosa di essenziale, strumento di relazione. Dio ci sorprende sempre perché è capace di capovolgere, di trasformare. Dobbiamo avere la consapevolezza che nulla è perduto agli occhi di Dio, per lui c’è sempre un valore, tutto è prezioso e niente va buttato via. Questo vuol dire andare alla periferia dell’esistenza, pri­vilegiare l’attenzione agli scarti, per vivere la cultura della fraternità e della solidarietà.
Dalla sapienza rabbinica traiamo questo midrash che fa sintesi di tutto ciò che abbiamo espresso. La periferia dell’esistenza ci narra di un inizio, di una soglia da varcare, la nascita di un nuovo giorno.

5. Quando comincia il giorno?
«Un rabbino istruiva, una volta, i suoi discepoli. Nel corso dei suoi in­segnamenti, domandò loro: “Quando comincia il giorno?”. Uno tra loro rispose: “Quando si alza il sole ed i suoi dolci raggi abbracciano la terra e la rivestono d’oro. Allora, un nuovo giorno comincia”. Ma il rabbino non fu soddisfatto da tale risposta. Così, un altro discepolo s’arrischiò ad aggiunge­re: “Quando gli uccelli cominciano a cantare in coro le loro lodi e la natura stessa riprende vita dopo il sonno della notte. Allora, un nuovo giorno co­mincia”. Anche questa risposta non accontentò il rabbino. Uno dopo l’altro, tutti i discepoli tentarono di rispondere. Ma nessuno riuscì a soddisfare il rabbino. Infine, i discepoli si arresero e con agitazione domandarono loro stessi: “Allora, dacci tu la risposta giusta! Quando comincia il giorno?”. Ed ecco il rabbino rispondere con estrema calma: “Quando vedete uno straniero nell’oscurità ed in lui riconoscete vostro fratello, in quel momento il giorno è nato! Se non riconoscete nello straniero vostro fratello o vostra sorella, il sole può essere sorto, gli uccelli possono cantare, la natura può ben riprendere vita. Ma fa ancora notte, e le tenebre sono nel tuo cuore!».
Il lontano ci fa paura, il vicino, la prossimità, ci fa sentire l’altro come fratello.
Le periferie dell’esistenza ci fanno scoprire ciò che vive nel no­stro cuore, e ciò che lo fa battere, l’incontro con il fratello.
Davvero questo papa è la sorpresa di Dio per farci riscoprire pa­role e gesti così semplici e a volte banali, ma che sono unici e irri­petibili, preziosi perché donati ad ogni persona come se fosse unica e irripetibile.
Sorpresa di Dio perché è uno di noi, in mezzo a noi senza privi­legi e senza finzione.
Sorpresa di Dio perché capace di farti riscoprire amato perché desiderato, cercato, profondamente amato.
Papa Francesco ci fa superare la paura di incontrare l’altro, an­che se diverso da noi, straniero, ci fa superare la paura, perché ci fa comprendere – con il cuore – che l’unica cosa importante da fare è amare.

 

NOTE
1 Papa Francesco, Omelia del Giovedì Santo nel carcere minorile a Casal del Marmo (28 marzo 2013).
2 Papa Francesco, Omelia S. Messa nel campo sportivo “Arena” a Lampedusa (8 luglio 2013).
3 Papa Francesco, Discorso ai giovani alla Giornata Mondiale della Gioventù, Rio de Janeiro (28 luglio 2013).
4 Papa Francesco, Discorso ai giovani della comunità di Varginha, Rio de Janeiro (25 luglio 2013).
5 Papa Francesco, Omelia ai vescovi, sacerdoti, religiosi e seminaristi, Rio de Janeiro (27 luglio 2013).